Crisi banche: perché l’aumento di MPS slitterà nel 2017 o scatterà il bail-in

L'aumento di capitale per MPS potrebbe slittare al 2017, ma anche non arrivare mai. Non possiamo escludere nemmeno il bail-in, molto dipende dall'esito del referendum costituzionale.

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L'aumento di capitale per MPS potrebbe slittare al 2017, ma anche non arrivare mai. Non possiamo escludere nemmeno il bail-in, molto dipende dall'esito del referendum costituzionale.

Ci sono le condizioni per un aumento di capitale di MPS entro quest’anno. A dirlo è stato ieri il premier Matteo Renzi, ospite della trasmissione Porta a Porta su Rai Uno. Ma è stato lo stesso a chiarire che della tempistica sulla ricapitalizzazione se ne dovrà occupare il board dell’istituto. E ci mancherebbe altro, aggiungiamo.

Eppure, proprio le dichiarazioni rese dal premier confermerebbero la sensazione che di un aumento non ci sarà esercizio prima dell’inizio dell’anno prossimo. Rispondendo a una domanda sulla data del referendum costituzionale, Renzi ha dichiarato che si terrà tra il 15 novembre e il 5 dicembre.

Aumento MPS legato a referendum

Stando alle indiscrezioni, le date più probabili sarebbero il 20 o il 27 novembre. In quei giorni, sempre stando agli impegni assunti dall’ad di Siena, Fabrizio Viola, si dovrebbe tenere l’ennesimo aumento di capitale da 5 miliardi. Tuttavia, la tempistica era stata studiata in piena estate, quando sembrava quasi scontato che il voto sulle riforme istituzionali si sarebbe tenuto agli inizi di ottobre o, al più tardi, entro i primi giorni di novembre.

Tra referendum e aumento MPS c’è un legame stretto, come evidenzia anche un’analisi di Goldman Sachs. Gli investitori italiani e stranieri, prima di puntare qualche altro spicciolo su Rocca Salimbeni, vorranno verificare che vi siano le condizioni politiche per farlo. E queste dipenderanno dall’esito della consultazione popolare.

 

 

 

Se vince il “no” o il “sì”

Se vincesse il “no”, probabilità stimata al 40% da Citigroup (che non indica quella di una vittoria del “sì”), sarebbero davvero in pochi a volersi assumere il rischio di acquistare quote di capitale di MPS, considerando che il governo Renzi entrerebbe in crisi e che l’intero quadro politico ne uscirebbe scombussolato.

Il mercato teme tensioni finanziarie nel caso di realizzasse questo scenario, con conseguenze dirette sull’intera Eurozona, visto che rischierebbe di saltare la terza economia dell’area. Se si tiene presente che i 5 miliardi richiesti agli investitori appaiono già eccessivi persino in condizioni finanziarie ottimali, visto che in borsa la banca senese vale appena 700 milioni, come si potrebbe mai pensare di esercitare l’operazioni in un clima di eventuale tempesta finanziaria?

Rischio fuga capitali

Per questo, lo scenario più probabile è che Viola attenda l’esito del referendum, dando seguito all’aumento varato per il caso di vittoria del “sì”, ma aspettando che passi la burrasca, nel caso prevalgano i “no”. Secondo Goldman Sachs, infatti, non dovremmo attenderci un cataclisma con la vittoria del “no”, in quanto ci penserebbe la BCE di Mario Draghi a proteggere i mercati del Sud Europa. La stessa Citi ritiene che nelle ultime settimane, il significato fatidico del referendum starebbe scemando, visto che il premier Renzi potrebbe non dimettersi o restare, in ogni caso, a capo del governo per riformare la legge elettorale.

In verità, di politica italiana non ne capiscono nulla gli stranieri e questo è l’unico dato assodato. Non è facile immaginare cosa possa accadere dopo il referendum sul piano politico, mentre è assai probabile che sui mercati si registri un’impennata dello spread e che la fuga dei capitali si concentri, in particolare, sul comparto bancario, con tracollo non solo di MPS, ma anche di tutti gli altri istituti italiani. In uno scenario simile, non è detto che possa realizzare l’aumento richiesto e che JP Morgan resti interessata ad agevolare l’operazione con il noto prestito-ponte da 6 miliardi al fondo Atlante II, nemmeno ipotizzando di convertire tutti i 2,7 miliardi di obbligazioni subordinate in mano agli investitori istituzionali e abbattendo il fabbisogno di capitale a poco più di un paio di miliardi.

 

 

Ipotesi bail-in MPS

L’ipotesi più concreta sarebbe, infatti, l’applicazione del bail-in, ovvero dell’azzeramento delle azioni e della successiva conversione di tutti i bond subordinati MPS, contestualmente a un salvataggio pubblico, ovvero all’iniezione di capitali nell’istituto da parte del Tesoro. Risorse private disponibili sarebbero davvero scarse, considerando che già in agosto l’Italia ha registrato un passivo record di quasi 327 miliardi con il sistema Target 2, in crescita di 25 miliardi su base mensile. Si tratta di un indicatore sui rapporti di credito-debito all’interno dell’Eurozona. In altre parole, al netto delle tensioni politiche autunnali, dal nostro paese sarebbe già fuga di capitali.

L’opzione obbligata del bail-in avrebbe ripercussioni davvero pesanti, se fosse esercitata, perché la fiducia dei risparmiatori nelle banche italiane si annullerebbe. Le famiglie posseggono, infatti, il 40% dei 600 miliardi di bond bancari emessi in Italia e quasi la metà dei 60 miliardi di titoli subordinati. Sarebbe una macelleria sociale e in previsione delle prossime elezioni costituirebbe un motivo valido per supporre il definitivo tracollo dei partiti filo-europei.

 

 

 

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