Crisi banche italiane, come siamo arrivati a tanto? L’economia c’entra solo in parte

Crisi bancaria italiana: c'entra l'economia o è conseguenza anche di comportamenti scorretti dei banchieri?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Crisi bancaria italiana: c'entra l'economia o è conseguenza anche di comportamenti scorretti dei banchieri?

Le banche italiane sono nell’occhio del ciclone dei mercati finanziari globali. Il premier Matteo Renzi cerca giustamente di minimizzare la portata sistemica della crisi, sottolineando nei consessi internazionali che il problema è europeo. In parte, ha ragione, come dimostra il quasi -30% accusato quest’anno dai titoli bancari quotati nell’Eurostoxx 600, ma le perdite oltrepassano il 50% per i titoli italiani.

Alla base di tutto vi è quella montagna di 360 miliardi di crediti deteriorati, corrispondenti a quasi un quinto del totale dei prestiti effettuati dalle nostre banche. Di questi – dato di ieri della Banca d’Italia – 200 miliardi sono sofferenze, ovvero crediti di fatto insoluti, che al netto delle svalutazioni già operate a bilancio ammontano a 85 miliardi.

Sofferenze bancarie troppo elevate per essere spiegate con la crisi

Rispetto al periodo pre-crisi, l’incidenza delle sofferenze nette sui crediti complessivi è cresciuta di oltre 5 volte, cosa che autorizza gli stessi istituti e diversi analisti a spiegare come il deterioramento della qualità degli attivi sia da collegarsi alla crisi dell’economia italiana, che colpendo imprese e famiglie, le ha spinte in molti casi a non potere onorare i pagamenti.

In realtà, la spiegazione è poco convincente. Per prima cosa, perché è proprio il mestiere di una banca discernere tra cliente buono e cliente cattivo. A prestare denaro a chi potrà rimborsarli con certezza siam bravi tutti, il plus che si richiede a un banchiere è di mettere al riparo i soldi dei risparmiatori anche da eventuali intemperie.

 

 

 

Banche locali più inefficienti

Non che la crisi economica non c’entri con le sofferenze, ma solo in parte. Il caso più eclatante riguarda MPS, la cui massa di Npl (“non performing loans”) equivale ad oltre un terzo dei prestiti in portafoglio, il doppio della media nazionale. Ora, o la crisi avrà colpito più duramente i clienti della Monte Paschi, oppure la banca senese non si è mostrata all’altezza del compito negli anni passati, investendo male i denari portati presso le sue filiali dai risparmiatori.

Lo stesso dicasi di istituti come Banco Popolare e Bper, con un rapporto tra sofferenze e impieghi compreso tra il 25% e il 30%. Sarà un caso, ma trattasi di istituti con una forte connotazione territoriale. Cosa significa? Che le banche italiane a vocazione più localistica segnalerebbero un modello di business molto relazionale e poco efficiente, improntato all’impiego di denaro più in favore dell’impresa amica che di quella finanziariamente più solida o con un potenziale di crescita maggiore.

Scandali giudiziari hanno fatto il resto

Il resto lo hanno fatto gli scandali giudiziari, su cui indaga ancora la magistratura in molti casi e sui quali non possiamo che ragionare in maniera generica. Anche in questo ambito, MPS si distingue negativamente con l’acquisizione di Banca Antonveneta nel 2007 per 10 miliardi dalla spagnola Santander, che solamente tre mesi prima l’aveva rilevata per 5 miliardi. Siena ha pagato agli spagnoli il doppio della cifra spesa solamente un trimestre precedente, cosa che ha fruttato a questi ultimi circa il 100% dell’investimento in 90 giorni, ovvero il 400% su base annua.

Cosa vi sia stato sotto questa operazione sciagurata, fonte principale di tutti i guai di MPS, non lo sappiamo ancora, ma l’unica certezza è che cattivi banchieri abbiano distrutto la banca più antica al mondo, che aveva resistito a 5 secoli e mezzo di stravolgimenti geo-politici e finanziari. Era il 2005, quando dalle intercettazioni giudiziarie emergevano i “furbetti del quartierino”, che alla fine di quell’anno portarono alle dimissioni niente di meno che il governatore Antonio Fazio.

 

 

 

Fiducia risparmiatori tradita negli anni

La crisi economica c’entra senz’altro con le sofferenze bancarie, se è vero che queste ammontassero ad appena lo 0,8% dei crediti totali alla fine del 2007. Ma il crollo della qualità degli impieghi è anche l’evidenza più grande del cattivo lavoro svolto dai banchieri negli anni precedenti, avendo avuto facile accesso, in un paese di risparmiatori come il nostro, a liquidità sempre abbondante di famiglie e imprese, che con depositi tra i 1.600 e i 1.700 miliardi hanno assicurato e continuano ad assicurare anche oggi agli istituti denaro prezioso da utilizzare per gli impieghi. Peccato che la loro fiducia sia stata tradita più volte. E la sola cronaca giudiziaria racconta poco.

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Crisi economica Italia, Economia Italia