Crisi banche italiane più grave del previsto: capitali alla finestra

La crisi delle banche italiane si sta mostrando ancora più grave delle previsioni. Nessun investitore segnala il suo interesse prima del referendum.

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La crisi delle banche italiane si sta mostrando ancora più grave delle previsioni. Nessun investitore segnala il suo interesse prima del referendum.

Meno male che c’è la crisi di Deutsche Bank in queste settimane ad occupare le prime pagine della stampa finanziaria mondiale, altrimenti le banche italiane sarebbero nel mirino dei mercati più di quanto non lo siano già. Nel solo ultimo mese hanno perso l’11,5%, portando al 51% il crollo in borsa di quest’anno. Il raffronto con la situazione europea ci penalizza molto: -5% nell’ultimo mese e -27,5% quest’anno mediamente per le banche europee.

A conferma della serietà della situazione, ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha convocato un vertice al Tesoro, al quale sono stati invitati i dirigenti di Unicredit, Intesa-Sanpaolo, Ubi Banca, dell’Acri (l’associazione delle casse di risparmio), dell’Abi, di Bankitalia e del Fondo Atlante. Obiettivo: trovare una soluzione per la vendita delle quattro “good banks”, la parte sana di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti, dopo il salvataggio pubblico del novembre 2015. (Leggi anche: Destino “good banks” appeso a un filo)

Vertice banche, il caso “good banks”

La vendita di questi istituti doveva realizzarsi entro aprile, ma Bankitalia non ha accettato le offerte prevenute, in quanto considerate troppo basse (meno della metà degli 1,4-1,5 miliardi perseguiti). Si è deciso allora di spostare al 30 settembre la nuova scadenza, anche puntando a una vendita separata, in modo da stimolare i prezzi. E Ubi Banca si era mostrata disponibile a rilevare tre dei tre istituti, ma la BCE si è messa di mezzo, imponendo al gruppo bergamasco un aumento di capitale intorno ai 600 milioni, il doppio di quanto questi vorrebbe ricapitalizzarsi per procedere con l’operazione.

E stamattina, l’ad di Unicredit, Jean-Pierre Mustier ha annunciato il rinvio a dopo il referendum costituzionale della vendita della controllata Pioneer, che dovrebbe introitare 3 miliardi. Il manager ha giustificato la decisione con la volontà di verificare prima le condizioni sui mercati finanziari, i quali potrebbero entrare in fibrillazione con l’eventuale vittoria del “no”. I 3 miliardi ipotizzati contribuirebbero a smaltire l’aumento cash di Piazza Gae Aulenti a non più di 5-6 miliardi. (Leggi anche: Crescita economia italiana verso l’azzeramento tra banche e referendum)

 

 

 

Crisi MPS, nessun passo avanti

A questo punto, il governo Renzi punta a spingere Atlante a inserirsi anche nell’operazione di vendita delle “good banks”, in modo da potersi occupare nelle prossime settimane solamente del dossier scottante di MPS, alla ricerca di acquirenti per i suoi 27,7 miliardi lordi di crediti deteriorati. Detto francamente, nonostante Jamie Dimon, il ceo di JP Morgan, venga considerato il “salvatore” delle banche italiane, interessato a Siena, ad oggi non si sono materializzate offerte concrete. E il punto è che se Rocca Salimbeni non riuscisse a cedere i suoi Npl ad almeno un terzo del loro valore nominale iniziale, l’aumento di capitale salirebbe dai 5 miliardi attualmente ipotizzati, quando l’istituto sta cercando il modo di ridurre la richiesta di cash sul mercato, anche incentivando i suoi obbligazionisti subordinati a convertire i bond in azioni.

Il caso Deutsche Bank, lungi dal tradursi in un vantaggio per le banche italiane, pesa negativamente sul clima imperante tra gli investitori verso l’Europa. Il Vecchio Continente è percepito come un’area in stand-by sul piano politico, in attesa di elezioni in tutti i suoi paesi-chiave da qui ai prossimi 12 mesi, iniziando proprio dall’Italia con il referendum del 4 dicembre. (Leggi anche: Crisi Deutsche Bank, Soros scatena la tempesta)

Salvataggio MPS necessario con vittoria “no” al referendum?

I rendimenti divaricanti tra Italia e Spagna di questi giorni segnalano proprio un crescendo emotivo ai nostri danni, con i capitali stranieri alla finestra, in attesa che si conosca prima la piega che prenderà la politica italiana nei prossimi mesi. E’ e sarà tutto fermo prima di dicembre: MPS non varerà alcun aumento, Unicredit nemmeno tenterà di offrire i suoi gioielli sul mercato, le “good banks” non trovano compratori e nessuna banca d’affari straniera ha intenzione di formalizzare il suo coinvolgimento nella principale operazione senese.

Nel migliore dei casi, tutte queste vicende inizieranno a trovare soluzione all’inizio del 2017, sempre che i mercati per allora non si siano spazientiti. Se, poi, il governo Renzi dovesse perdere il referendum, salta tutto. E il ministro Padoan, che ieri ha smentito l’ipotesi di un salvataggio pubblico per MPS, potrebbe essere costretto a rimangiarsi la promessa resa. Non sarebbe la sua prima volta. (Leggi anche: Crisi MPS, bail-in mascherato è rischio contagio verso banche italiane)

 

 

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