Crisi banche italiane: nessuno vuole salvarle con i propri soldi. E se chiudessimo quelle malate?

Niente bail-in per le banche venete, ma nessuno vuole salvarle con i propri soldi. E se le chiudessimo una volta per tutte, evitando di tenere in vita entità-zombie?

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Niente bail-in per le banche venete, ma nessuno vuole salvarle con i propri soldi. E se le chiudessimo una volta per tutte, evitando di tenere in vita entità-zombie?

Il re è nudo. La Commissione europea ha chiesto alle due banche venete – Popolare di Vicenza e Veneto Banca – di trovare un altro miliardo, prima che possano ottenere il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale da 6,4 miliardi del governo, al fine di coprire perdite non inattese e relative alla cessione di crediti deteriorati per circa una decina di miliardi di euro.

Senza tali risorse aggiuntive, Bruxelles non consentirà allo stato italiano di effettuare l’operazione di salvataggio varata a dicembre con il decreto sulle banche per 20 miliardi. Per tutta risposta, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha escluso che i due istituti possano essere oggetto di bail-in, il complesso delle nuove norme sui salvataggi bancari, che prevedono perdite a carico di azionisti, obbligazionisti subordinati e senior e, infine, dei correntisti per i depositi sopra i 100.000 euro, prima che possa essere chiesto aiuto allo stato.

Lo schema che verrebbe seguito per le venete sarebbe quello di MPS: perdite solo a carico di azionisti e obbligazionisti subordinati (questi ultimi probabilmente rimborsati per vie traverse in una seconda fase e a titolo parziale o totale), ma non per gli obbligazionisti senior e niente espropri dei conti correnti. (Leggi anche: Bond senior banche venete rendono il 17%)

Banche sane non salveranno le due venete

Il problema è che per evitare il bail-in serve quel famoso miliardo in più chiesto dalla UE e che adesso nessun privato sembra disposto a sobbarcarsi. Non il Fondo Atlante, istituito poco più di un anno fa e che ha raccolto capitali per 5,2 miliardi, di cui 3,5 stanziati già proprio per partecipare alle ricapitalizzazioni delle due venete, mentre i restanti 1,7 miliardi serviranno per rilevare i crediti deteriorati.

Il presidente di Acri, l’associazione che raggruppa alcune fondazioni bancarie, Giuseppe Guzzetti, ha subito messo le mani avanti, sostenendo che non verserà “nemmeno un euro” in più dei 538 milioni già sborsati lo scorso anno e che, spiega, bisogna ancora vedere che fine faranno. Da Intesa e Unicrediti, altri principali azionisti di Atlante insieme ad Acri arrivano altri segnali di chiusura.

(Leggi anche: Crisi banche italiane, voragine prestiti dubbi fino a 120 miliardi)

Bail-in o bail-out?

Nessuno, quindi, vorrebbe più sganciare denaro per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, mentre lo stato semplicemente non può e né vorrebbe che a metter mano al portafogli fossero i piccoli investitori privati, che per le due realtà bancarie locali creerebbe scompiglio nel nord-est. E allora, sembriamo essere arrivati a un impasse. Tutti vogliono salvare le banche, ma nessuno vuole sborsare denaro per farlo. Che si fa?

Dicevamo all’inizio che il re è nudo. Dopo mesi di targiversazioni, è a tutti chiaro che è il momento delle scelte: o salvare le banche con soldi privati o con soldi pubblici. In entrambi i casi esisterebbero gravi conseguenze sul piano del consenso politico, oltre che finanziario. Se il governo avallasse un bail-in, migliaia di piccoli investitori verrebbero espropriati, riversando la loro rabbia alle urne, potendo godere verosimilmente di un’ampia solidarietà tra l’opinione pubblica. Se attingesse al denaro pubblico per salvare gli istituti (sempre che abbia il coraggio di scontrarsi con la UE sul punto), andrebbe incontro a una ondata di malcontento tra gli elettori-contribuenti. (Leggi anche: Tra banche e italiani non c’è fiducia)

Chiudere banche già fallite

Esisterebbe una terza via, quella sperimentata fallimentarmente nel 2016, ovvero il salvataggio “di sistema”, che si sostanzia in perdite addossate alle banche sane italiane. E’ proprio la soluzione divenuta apparentemente la meno probabile, perché istituti come Intesa e Unicredit non sembrano disposti a svenarsi in favore dei concorrenti più piccoli e finanziariamente meno solidi.

Siamo dinnanzi a un problema senza soluzione? No, la soluzione esiste ed è altrettanto impopolare: chiudere le banche fallite! Lo si è fatto già parzialmente un anno e mezzo fa con Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti. Separare gli assets a rischio da quelli “in bonis” e vendere questi ultimi anche per quattro soldi al migliore offerente, restituendo allo stesso tempo ai correntisti il loro denaro, tutelando anche i crediti degli obbligazionisti, subordinati e senior.

(Leggi anche: Rischio bail-in solo rinviato con bad bank europea)

Serve una lezione per chi sbaglia

Sembra una soluzione drastica, ma appare l’unica seria alternativa alle banche-zombie. Basta con la sopravvivenza di morti che camminano, liquidazione immediata e cessione degli assets (prestiti, immobili, etc), con il cui ricavato saldare anche anticipatamente i creditori. Si eviterebbe di sperperare denaro pubblico e si darebbe una lezione storica a manager bancari disinvolti, che confidano di potere scaricare sui contribuenti il risultato delle loro incapacità o delle loro nefandezze. Pur essendo la soluzione più logica, appare la meno probabile: il re sarà pure nudo, ma ha ancora una gran faccia tosta! (Leggi anche: Crisi banche italiane: intervento stato per 20 miliardi sarà pure insufficiente)

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