Crisi banche italiane, la difficile verità che i politici non riescono a dire

Il rinnovo del mandato a Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, riaccende i riflettori sulla crisi delle banche italiane, ma nel modo sbagliato. Ecco perché.

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Il rinnovo del mandato a Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, riaccende i riflettori sulla crisi delle banche italiane, ma nel modo sbagliato. Ecco perché.

La mozione del PD contro il secondo mandato per il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, apre ufficiosamente la campagna elettorale di Matteo Renzi, un pezzo della quale sarà incentrata proprio sulla crisi delle banche italiane. Il segretario del PD è consapevole che sul tema si è già giocato buona parte del consenso riscosso alle elezioni europee del 2014 e che potrebbe perderne di altro, essendo la crisi del credito degenerata sotto il suo governo, senza che questo abbia segnalato una reale capacità di affrontare di petto il problema, lasciando che fosse il successore ad occuparsene.

(Leggi anche: Bankitalia, sul secondo mandato per Visco è scontro tra Renzi e Mattarella)

Visco sembra il perfetto capro espiatorio per la crisi delle banche italiane: è un tecnico – e sappiamo quanto i tecnici siano odiati dagli italiani negli ultimi anni -, ha guidato Bankitalia negli anni incriminati, sembra politicamente orfano, essendo attaccato da un pezzo rilevante di quello stesso centro-destra (la Lega Nord) che ne avallò la nomina nel 2011. Come tutti i tecnici, poi, non può spingersi fino al punto di controbattere puntualmente a ogni esternazione dei politici.

Eppure, la maggiore responsabilità per quant’è accaduto negli ultimi anni in Italia è della politica. Partiamo da una premessa: i problemi delle banche italiane sono dipesi dalla crisi economica da un lato e dalle azioni opache di qualche grosso istituto nazionale dall’altro. Il pil è arrivato a crollare nel 2014 del 10% rispetto ai livelli del 2007. E con la crisi dello spread esplosa nel 2011, i rubinetti del credito furono chiusi, aggravando i problemi di liquidità delle imprese e dell’occupazione. Come il gatto che si morde la coda, le banche non hanno più finanziato l’economia reale e l’economia reale non è stata più in grado di onorare una grossa fetta dei suoi debiti, mandando in malora diversi bilanci bancari. (Leggi anche: Crisi banche italiane specchio dell’economia)

Crisi economica e illeciti dei banchieri

Le sofferenze bancarie sono letteralmente esplose, quintuplicandosi in pochi anni e salendo a oltre 200 miliardi lordi, mentre il totale dei crediti deteriorati ha raggiunto l’apice di 360 miliardi nel 2016, salvo scendere in entrambi i casi negli ultimi mesi, ma solo grazie a cessioni sul mercato secondario, con annesse maxi-perdite e salvataggi pubblici necessari per evitare il crac in alcuni casi.

Cosa avrebbe dovuto o potuto fare Bankitalia per impedire una simile degenerazione? Nulla, mentre la politica avrebbe almeno dovuto cercare di minimizzare l’impatto della crisi sull’economia. Non solo non ci è riuscita, ma quando esplodeva la crisi finanziaria e per almeno i 7 anni successivi, era tutta un difendere il nostro sistema bancario per la sua presunta superiorità rispetto al modello anglosassone e straniero, in generale, avendo puntato sui prestiti a famiglie e imprese, anziché sulla finanza. La solidità delle banche italiane veniva sventolata da tutti i governi che si succedevano, da quello Berlusconi fino ad arrivare a Renzi, passando per Monti e Letta. Anche in questo caso, la politica negava l’evidenza o non capiva come stesse la realtà.

Tuttavia, non tutti i problemi sono stati legati alla crisi economica. Il crac di MPS e delle due banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca), ad esempio, è stato frutto di operazioni su cui indagano i magistrati. Siena, terza banca italiana per dimensioni e la più antica al mondo, aveva acquistato un decennio fa Antonveneta dalla spagnola Santander per 3 miliardi di euro in più di quanto questa l’avesse rilevata pochi mesi prima. In sostanza, ha strapagato un istituto italiano e non si capisce il perché. Questa acquisizione è stata la madre di tutte le disgrazie di MPS, che da allora ha varato ricapitalizzazioni su ricapitalizzazioni, finendo per bruciare miliardi di euro in borsa, ridottasi a poco più di mezzo miliardo di valore contro gli 11 del 2007. Le venete hanno adottato pratiche illegali, come quella dei prestiti baciati, erogando credito dietro l’acquisto di azioni e pompandone così i prezzi. (Leggi anche: Banche venete, storia di una truffa pagata dai contribuenti)

Gli errori di Visco

Qui, Bankitalia sarebbe dovuta intervenire, chiedendo chiarimenti su Antonveneta a MPS e convocando a Palazzo Koch i dirigenti delle due venete per capire cosa stessero combinando.

Non dimentichiamoci, poi, che il colpo di coda di questa crisi bancaria si ebbe nel novembre di due anni fa, quando in extremis, Visco e l’allora governo Renzi dovettero salvare con soldi pubblici quattro banche minori vicinissime al collasso: Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti. Anche in questo caso, dietro al crac vi furono illegalità di alcuni dirigenti e sulle cui responsabilità sono aperti ancora i processi.

Il tempismo di Bankitalia non fu perfetto, così come nemmeno quello di Via Nazionale. E cosa assai più grave, entrambi peccarono di superficialità, quando rilevarono le sofferenze dei quattro istituti per appena il 17,5% del loro valore nominale, segnalando al mercato che i crediti a rischio delle banche italiane valessero molto meno della metà di quanto non fossero ancora iscritti a bilancio, al netto delle svalutazioni (valore medio di allora intorno al 44%). Risultato? I titoli in borsa crollarono, avendo gli investitori scontato l’impatto delle ulteriori svalutazioni presumibili sulla base proprio del salvataggio di fine 2015. Possibile spiegazione di tanto pasticcio sarebbe lo scarso tempo a disposizione di cui godeva l’Italia in quel frangente, dato che dopo poche settimane sarebbe entrato in vigore il bail-in e il salvataggio non sarebbe più potuto avvenire in quei termini. (Leggi anche: Crisi banche, tutti gli errori del tragico Padoan)

Altra pecca di Visco: tuonò contro il bail-in dopo che questo era entrato in vigore dal gennaio 2016. Non è il solo ad essersi ricreduto sul nuovo meccanismo dei salvataggi bancari. Nel 2014, il Parlamento aveva recepito la direttiva Brrd della UE a larghissima maggioranza, mentre dopo l’esplosione della crisi delle banche italiane, tutti i partiti inveirono contro le nuove regole, mostrandosi o in mala fede o del tutto privi di consapevolezza nel momento di votare. E’ probabile che siano stati l’una e l’altra cosa.

Così la politica si lava la coscienza

Negare un secondo mandato a Visco sarebbe cosa buona e giusta? Premesso che in Italia vi sia la tendenza tra i media mainstream a schierarsi a spada tratta con i governatori di Bankitalia, salvo riservare loro tutt’altro trattamento, una volta lasciato l’incarico (vi ricordate il caso di Antonio Fazio, lodato prima e crocifisso dopo per colpe non sempre sue?), il governo avrebbe tutto il diritto a scegliere una personalità che ritenga possa accrescere la fiducia del mercato e degli italiani verso l’istituzione.

Sarebbe una scelta opinabile sul piano politico, ma del tutto legittima. Il rischio, però, dietro al tentativo renziano di negare a Visco un secondo mandato, sarebbe un altro: lavarsi la coscienza e additare il governatore all’opinione pubblica quale responsabile della crisi delle banche italiane di questi anni.

Già con la Commissione d’inchiesta sulle banche, si nota come la maggioranza non abbia alcuna seria intenzione di fare davvero luce sui presunti misfatti commessi ai danni dei contribuenti. Essa punta vistosamente a mostrarsi severa contro i banchieri in campagna elettorale, salvo dare vita a un organismo praticamente inutile, presieduto da una personalità politica certamente di tutto rilievo – l’ex presidente della Camera, Pierferdinando Casini – ma che non possederebbe quelle caratteristiche di competenza e di riconoscimento trasversale agli schieramenti, che si dovrebbero in un caso così delicato. Finirà tutto in una bolla di sapone, con una relazione finale lunga centinaia di pagine, in cui si punterà il dito contro tutti, ovvero contro nessuno. L’unico a rischiare di rimetterci sarà Visco, il quale avrebbe adesso il diritto/dovere di chiarire una volta per tutte la sua posizione, anche inimicandosi tutta l’arena parlamentare. Non si potrebbe accettare di confermare nella carica un governatore sospettato di avere girato la testa rispetto a determinati atti gravi commessi dai banchieri, né che non ottenga un secondo mandato senza che sia chiaro il perché. (Leggi anche: Banche italiane salvate dai bond?)

 

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