Crisi banche italiane durerà a lungo, ecco perché non è finita

La crisi delle banche italiane non finirà con il 2016. L'agonia di MPS proseguirà e anche gli altri istituti risentiranno dell'instabilità politica, oltre che di altre condizioni sfavorevoli sui mercati.

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La crisi delle banche italiane non finirà con il 2016. L'agonia di MPS proseguirà e anche gli altri istituti risentiranno dell'instabilità politica, oltre che di altre condizioni sfavorevoli sui mercati.

Ultimi giorni per salvare MPS. Entro questa settimana, prima che arrivi il Natale, sapremo se la banca toscana resterà privata o se sarà nazionalizzata e in quali termini sarà messa in sicurezza. Mercoledì 21, ore 14.00, scadono i termini per aderire alla conversione delle obbligazioni subordinate e all’aumento di capitale da parte degli azionisti. Se le adesioni saranno basse (meno di 1,5 miliardi), il governo Gentiloni dovrà uscire fuori il decreto dal cassetto, con cui intervenire a sostegno di MPS e forse anche delle altre banche italiane.

Una cosa è certa: i risparmiatori italiani hanno già bocciato Siena, se è vero che quest’anno – dati al 13 dicembre – la raccolta commerciale diretta tra la clientela (depositi) è diminuita di 19,8 miliardi, scendendo a meno di 99,5 miliardi, segnando un crollo del 16,6%. Numeri alla greca, che non lasciano spazio a dubbi. Meno depositi dei clienti non rappresentano solo un segnale di sfiducia dei risparmiatori verso la banca più antica al mondo, ma anche una potenziale difficoltà a reperire denaro da impiegare per il core business. (Leggi anche: Banche, nazionalizzazione e bail-in light, ecco lo scenario)

Sale il costo della raccolta

E ciò sta già impattando da tempo sui costi della raccolta di MPS, come hanno ben presenti i clienti di Wadiba, la banca online del gruppo toscano, che all’inizio di quest’anno offriva rendimenti da capogiro per questi tempi (2-2,5%), sui nuovi conti correnti e deposito. Per intenderci, Unicredit offriva nello stesso periodo lo 0,15% lordo per i conti vincolati a due anni. Poiché fino a 100.000 euro è tutto garantito, molti si sono lasciati irresponsabilmente tentare.

Ma MPS non è l’unica banca italiana in affanno. Unicredit detiene 77 miliardi di crediti deteriorati e intende abbattere i tre quarti delle cosiddette sofferenze (i crediti più a rischio), nonché il 40% di quelli improbabili. Per fare ciò, è necessaria una ricapitalizzazione da 13 miliardi, che lungi dall’essere così difficoltosa come quella in corso a Rocca Salimbeni, non si annuncia nemmeno essa così semplice. (Leggi anche: Conti deposito, in aumento gli importi presso le banche)

 

 

 

 

Crediti deteriorati molto alti

Le banche italiane possiedono complessivamente 356 miliardi di crediti deteriorati, il 16,4% del totale. Una percentuale, che s’impenna a circa un quarto dei prestiti, se escludessimo, come sarebbe più corretto fare, i titoli di stato detenuti. Di questi, appena 20 miliardi sono stati ceduti quest’anno sul mercato, nonostante il Tesoro abbia posto sin da gennaio la garanzia statale sulle vendite a terzi.

Le dimensioni del nostro mercato dei “bad loans” sono relativamente piccole e la sfiducia verso l’Italia come sistema-Paese non aiuta. Gli investitori sanno che la nostra economia non cresce, che non abbiamo un governo stabile e che non esisterà nemmeno un modo indolore per salvare le banche a rischio, non essendo più possibile farlo a carico dei contribuenti, causa bail-in. Quand’anche lo fosse, il trasferimento delle perdite a carico dello stato ne farebbe aumentare il debito, già esploso al 133% del pil. (Leggi anche: Banche italiane, servono troppi soldi per salvarle e la fiducia è scarsa)

Difficile una soluzione strutturale prima delle elezioni

Nel 2017, poi, potrebbero esservi elezioni anticipate e saremmo, in ogni caso, in un anno pre-elettorale. Si rischiano mesi di inutile dibattito sul fronte politico e di attendismo su quello finanziario. In ciò è complice la connivenza dei manager bancari, che hanno rinviato i loro piani di ricapitalizzazione e di cessione delle sofferenze al dopo referendum, legando indissolubilmente le loro sorti a quelle del governo Renzi e sottolineando più del dovuto la loro dipendenza dall’evoluzione politica.

Nel fine settimana, da Berlino è arrivata un’avvertenza dal comitato dei saggi economici del governo Merkel: l’Italia non aiuti le sue banche con un intervento pubblico, ma usi le regole. Ergo, i tedeschi ci chiedono l’applicazione del bail-in, che implica l’attivazione del “burden sharing”, la condivisione delle perdite con azionisti e almeno obbligazionisti subordinati, nel caso di sostegno da parte dello stato. A ridosso di nuove elezioni, sarebbe un suicidio per il governo in carica. (Leggi anche: Banche italiane e quel buco da 35 miliardi in 3 mesi)

 

 

 

A rischio anche gli obbligazionisti senior con bail-in

Se dovessimo applicare il bail-in nella sua integrità, la copertura delle passività da parte degli investitori potrebbe arrivare a richiedere sforzi persino agli obbligazionisti senior. Non accadrà, ma se così fosse, in Italia ci sarebbe non una corsa agli sportelli a ritirare i risparmi, bensì a vendere obbligazioni bancarie da parte di decine di migliaia di piccoli investitori, che ne provocherebbe un tracollo dei prezzi. Occasione ghiotta, forse, per le stesse banche, che magari attingendo alla liquidità gratuita della BCE, si ricomprerebbero il loro stesso debito, ma a sconto.

Infine, guardate che sta per finire la pacchia dei BTp comprati a quattro soldi e che macinano guadagni, grazie al “quantitative easing”. Le banche italiane ne possiedono per circa 400 miliardi, oltre il doppio di quanto ne avessero in bilancio alla fine del 2011. La risalita dei rendimenti le costringerà a rivenderli sul mercato e quanto meno a non acquistarne più, ma perdendo una fonte di realizzo di plusvalenze, che in questi anni di scarsi prestiti e di alte perdite hanno contribuito a tenere a galla i conti traballanti. (Leggi anche: Banche italiane saranno salvate con le tasse dei contribuenti, dopo le elezioni)

 

 

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