Crisi banche, come il governo Renzi vuole salvarle con i soldi degli italiani

Banche italiane salvate con un intervento pubblico? Il governo Renzi sarebbe pronto, anche se la UE chiude all'ipotesi. Ecco come verrebbe attuato il piano.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Banche italiane salvate con un intervento pubblico? Il governo Renzi sarebbe pronto, anche se la UE chiude all'ipotesi. Ecco come verrebbe attuato il piano.

Che la crisi delle banche italiane sia grave lo dimostrano i dati della borsa. Dall’inizio dell’anno, i 17 istituti quotati hanno perso più del 56% del loro valore di capitalizzazione e oggi valgono appena il 14% di Piazza Affari, il cui passivo quest’anno è del 25%, tantissimo, ma meno della metà di quanto accusato dal sistema bancario.

Il titolo Unicredit ha aggiornato nelle prime ore di contrattazioni il suo nuovo minimo storico, scendendo sotto 1,80 euro. Adesso, quella che appena un anno fa era la banca più grande d’Italia, vale 11,5 miliardi in borsa, avendo “bruciato” il 63% del suo valore.

Sofferenze bancarie il problema principale

Altro caso estremo è quello di MPS, il cui ad Fabrizio Viola ha da poco svelato di avere ricevuto una lettera della BCE, con la quale Francoforte chiede all’istituto di alleggerire la sua esposizione ai crediti deteriorati netti dagli attuali 24,2 a 14,6 miliardi entro il 2018 (da 46,9 a 32,6 miliardi lordi), in modo da portare il lordo rapporto con il totale degli impieghi al 20% nel triennio. Si tratta di obiettivi di gran lunga più ambiziosi di quelli già fissati da Siena, consistenti in uno smaltimento di 5,5 miliardi.

La lettera della BCE conferma quali siano le preoccupazioni dell’Europa sul nostro sistema bancario, ovvero quell’ammontare enorme di sofferenze, che al netto delle svalutazioni sono calcolate dagli istituti stessi a 84 miliardi, mentre il mercato li prezza intorno alla metà. In sostanza, il timore è che le nostre banche potrebbero dovere svalutare i loro crediti per un’altra quarantina di miliardi, guarda caso quanto il governo Renzi vorrebbe iniettare con operazioni di ricapitalizzazioni dirette, oggetto di scontro con Bruxelles.

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Obbligazioni bancarie, l’intervento ipotizzato

Come avverrebbero tali iniezioni di capitali da parte dello stato? Le modalità potrebbero essere varie, ma una sarebbe, in particolare, allo studio: il Tesoro acquisterebbe le obbligazioni senior e forse anche subordinate ai prezzi di mercato, di fatto impedendo loro di subire grosse perdite, anzi evitando che la banca vada in risoluzione e che si applichi loro il bail-in, che comporterebbe perdite prima ancora a carico degli azionisti e, in ultima istanza, persino dei conti correnti al di sopra dei 100.000 euro.

Tali obbligazioni sarebbero successivamente convertite in azioni, per cui il Tesoro si ritroverebbe socio delle banche, potendo ricapitalizzare, senza formalmente violare il divieto europeo di aiuti di stato. In alternativa, si penserebbe anche a uno schema di rimborso a carico degli obbligazionisti, similmente a quanto accaduto con quelli subordinati delle quattro banche salvate.

Rischi per contribuente

Queste modalità presupporrebbero, però, un impiego di liquidità iniziale da parte dello stato italiano superiore ai capitali necessari per mettere gli istituti in sicurezza, dovendo prima rastrellare i bond sul mercato. Vero è che in un secondo momento, quando la presenza del Tesoro tra i soci non sarebbe più necessaria, la rivendita delle azioni, auspicabilmente a prezzi maggiori di quelli di conversione, potrebbe far rientrare nelle casse statali anche più denaro di quello utilizzato, ma resta da fare i conti proprio con Bruxelles, che pur volendo limitare l’impatto di un eventuale applicazione del bail-in sui privati, non avrebbe intenzione di sospendere del tutto le nuove regole, anche perché Bruxelles rischierebbe altrimenti uno scontro durissimo con la Germania, che sul punto ha posto un suo veto.

I 40 miliardi che il governo Renzi vorrebbe mettere a disposizione sarebbero circa il 2,5% del nostro pil, una percentuale, che farebbe schizzare a oltre il 135% il rapporto tra debito e pil. D’altra parte, il vero timore sia dell’esecutivo che delle stesse banche è che le ricapitalizzazioni sortiscano un effetto complessivamente nullo, che i valori di borsa non ne risentano positivamente, come quando viene immessa acqua in un secchio bucato. Ciò, in conseguenza del crollo dei titoli bancari al varo di tali operazioni, che senza il ripristino della fiducia nel medio termine, rischia di neutralizzarne gli effetti. Lo stesso rischio che corre lo stato, ovvero di diventare azionista di banche, che dopo avere ricapitalizzato per decine di miliardi, potrebbero valere in borsa non più di prima, caricando sul contribuente perdite nette.

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia, Governo Renzi