Crisi banche e autonomia Veneto, quella rabbia contro Roma che pochi vedono

La crisi delle banche e le rivendicazioni autonomiste s'intrecciano nel Veneto e segnalano una rabbia diffusa contro Roma. E il rischio è che il PD di Matteo Renzi soffi sul fuoco delle tensioni per calcoli elettorali.

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La crisi delle banche e le rivendicazioni autonomiste s'intrecciano nel Veneto e segnalano una rabbia diffusa contro Roma. E il rischio è che il PD di Matteo Renzi soffi sul fuoco delle tensioni per calcoli elettorali.

Archiviati i risultati dei due referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, è tempo di fare analisi un po’ più approfondite. E’ emerso nitidamente che ad ambire a strappare maggiori competenze a Roma siano, in particolare, i veneti, la cui affluenza ai seggi è stata domenica scorsa del 58% contro il 40% tra i lombardi.

Certo, avrà concorso la presenza del quorum per la regione guidata da Luca Zaia, inesistente per quella capeggiata da Roberto Maroni, ma le cause di questo plebiscito contro lo stato centrale sarebbero più sostanziali che tecniche. La prima considerazione è che i lombardi avrebbero votato in favore di una maggiore autonomia più per ragioni “ideologiche”, ovvero rivendicando il diritto di trattenere sul proprio territorio una fetta più elevata di entrate fiscali. I veneti, che pure posseggono un’identità regionale molto forte, essendo eredi della Serenissima, avrebbero segnalato alle urne il loro profondo malcontento, come tra poco avremo modo di verificare con alcuni dati. (Leggi anche: Referendum Lombardia e Veneto, ecco cosa cambia)

Non è stata la prima volta che i veneti hanno mostrato di votare più di altre regioni. Era accaduto alla fine del 2016, quando per il referendum costituzionale si erano recati per il 76,7% degli aventi diritto, contro una media nazionale del 65,5%. E a bocciare le riforme istituzionali del governo Renzi era stato quasi il 62% dei votanti, qualcosa in più che nel resto d’Italia. Sarà un caso, ma anche allora ad avere trainato l’affluenza era stata la provincia di Vicenza con il 78,5% e sopra la media (ma di pochissimo) avevamo trovato pure quella di Treviso con il 76,9%. Non c’è bisogno di dirlo, i “no” arrivarono rispettivamente al 63,1% e al 62,7% nelle due province.

Perché citiamo Vicenza e Treviso? Qui hanno sede le due banche venete in crisi e salvate a giugno con un decreto del governo. Parliamo di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, quest’ultima con sede nel Comune di Montebelluna (TV). Anche al referendum autonomista di domenica scorsa, i vicentini e i trevigiani hanno votato più della media dei loro corregionali, recandosi ai seggi per il 62,7% e il 58,1% degli aventi diritto.

Come nel resto del Veneto, si sono espressi chiaramente in maniera quasi totale per il “sì”.

Voto veneto anche di rabbia

Ci dice qualcosa che la regione maggiormente colpita dallo scandalo banche sia anche quella ad avere mobilitato più elettori su quesiti, che volenti o nolenti avrebbero offerto ai veneti l’occasione di segnalare la loro rabbia? Se non siete ancora del tutto convinti, allora dovreste tenere in considerazione anche un altro dato, ovvero l’analisi dei flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo. Emergerebbe, ça va sans dire, che tutti gli elettori che alle politiche del 2013 in Veneto avevano votato Lega Nord, domenica scorsa avrebbero messo una croce sul “sì”. Nulla di eclatante. Ma anche tutti gli elettori grillini lo avrebbero fatto e cosa ancora più importante, sarebbero andati tutti ai seggi.

Dunque, ad avere trainato l’affluenza e il risultato plebiscitario per Zaia sarebbero stati non solo i voti “ideologici” leghisti, bensì pure quelli dei grillini, i quali avrebbero ostentato la loro opposizione al governo centrale, non tanto una rivendicazione autonomista propriamente detta. Viceversa, almeno nelle province di Venezia, Padova e Treviso, il tasso di astensione tra gli ex elettori PDL è stato relativamente alto, toccando oltre i due terzi (67,6%) nel capoluogo veneto. Sarebbe la conferma che in favore del “sì” avrebbero votato molti “arrabbiati” contro Roma, vuoi per la crisi delle piccole e medie imprese di questi anni, vuoi pure per il collasso del sistema bancario locale, provocato da truffe e politiche del credito a dir poco opinabili, nel migliore dei casi. Il tutto, sotto gli occhi poco vigili delle autorità di controllo nazionali, che certo non hanno dato buona prova di sé. (Leggi anche: Banche venete, beffa PD in un video)

La somma tra più indizi, se non fa una prova, quanto meno dovrebbe destare forti sospetti: i veneti stanno rivoltandosi contro lo stato centrale, pur in maniera civile e pacifica, disgustati dagli scandali bancari, che più che nel resto di quasi tutta Italia, qui hanno avuto implicazioni concrete per migliaia di piccoli risparmiatori, che si sono visti azzerati i capitali investiti, nonché per il tessuto imprenditoriale, rimasto privo di quel sostegno del credito che era stato garantito proprio dalle banche locali poste in risoluzione.

Sarebbe curioso verificare quale sarebbero oggi come oggi i risultati elettorali di un’area come Siena, travolta dalla crisi di MPS. Un anno fa, al referendum costituzionale, l’affluenza qui si attestò al 77,5%, ma i “sì” prevalsero con il 55,5%, segno del credito concesso al governo, in vista di un salvataggio pubblico ormai certo.

Crisi banche peserà per anni

Se il ragionamento appena esposto fosse vero, il segnale per il PD sarebbe ulteriormente negativo. Il partito di Matteo Renzi avrebbe perso il nord e sarebbe oggi molto impopolare nel Triveneto. Attenzione a soffiare sul fuoco dei risultati, come sembra fare qualche esponente poco avveduto del governo Gentiloni. Il sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, si è detto contrario a intavolare una trattativa con Zaia, se questi chiederà uno statuto speciale per il Veneto, rivendicando autonomia per tutte 23 le materie con competenze ripartite tra stato e regioni. “Sarebbe l’inizio di una secessione”, ha dichiarato. Il rischio è che per calcoli puramente elettorali, volendo Renzi giocarsi la carta del difensore dell’unità nazionale contro l'”egoismo” nordista, il dibattito si surriscaldi, quando ad oggi è stato più che pacato e civile, trasformando un’opportunità per ridisegnare i ruoli dello stato centrale in una deriva alla Catalogna.

La crisi delle banche resterà per anni una ferita che la politica italiana farà fatica a rimarginare e le tensioni sul caso Bankitalia dimostrano quanto sensibile sia il tema per tutte le parti e quanto quasi nessuno possa tirarsi fuori dalle responsabilità, pur di tenore differente, a seconda delle singole posizioni. Oggi, tornano agli scambi le azioni MPS, segnando l’avvio di una nuova fase per il sistema bancario nazionale. Tuttavia, se non si riesce a chiudere con il passato, avendo come unico obiettivo quello di pulirsi le mani per allontanare da sé i sospetti di coinvolgimento in scandali e cattiva gestione della crisi, non assisteremo ad alcuna cesura, bensì semplicemente a un ennesimo capitolo di una saga dalle conseguenze tutt’altro che cessate.

(Leggi anche: Crisi banche italiane, la difficile verità che i politici non riescono a dire)

 

 

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