Crisi banche: salvataggio di stato per 40 miliardi, così l’Italia sarà commissariata

Salvataggio pubblico delle banche italiane e maggiore flessibilità fiscale per l'anno prossimo. Questo l'Italia otterrà, ma in cambio di un commissariamento di fatto.

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Salvataggio pubblico delle banche italiane e maggiore flessibilità fiscale per l'anno prossimo. Questo l'Italia otterrà, ma in cambio di un commissariamento di fatto.

Le banche italiane hanno perso il 56% del loro valore di capitalizzazione in borsa quest’anno e con la Brexit hanno assistito a una spaventosa accelerazione della crisi. Il comparto è sotto stress in tutta Europa, dove perde mediamente un terzo del suo valore, ma il caso Italia è diventato oggettivamente più grave, tanto da avere spinto nello scorso fine settimana il governo ad incontrarsi con i vertici della Banca d’Italia per mettere a punto un piano di emergenza, che comprendere l’ipotesi di un intervento diretto del primo e finalizzato a ricapitalizzare i nostri istituti fino a 40 miliardi di euro e a sostenerne le cessioni delle sofferenze, tramite il sostegno di una garanzia pubblica ai prezzi di mercato.

Insomma, Palazzo Chigi e Via Nazionale hanno preso atto che i precedenti tentativi di mettere in sicurezza il nostro sistema bancario sono stati un flop. La garanzia pubblica sulle sofferenze non ha smosso granché i prezzi dei crediti in sofferenza sul mercato, mentre il fondo Atlante non è stato in grado nemmeno di sostenere la fiducia tra gli investitori in sede di aumento di capitale per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Sofferenze bancarie restano nodo crisi

Perché 40 miliardi? E’ la cifra corrispondente alla differenza tra il valore delle sofferenze iscritte a bilancio (circa 84 miliardi netti) e quelle a cui il mercato sarebbe propenso a comprarle (circa 45 miliardi). Le banche italiane hanno già svalutato i crediti più a rischio del 55%, per cui questi vengono valutati ai fini dei loro bilanci intorno al 45% del loro prezzo iniziale. Il mercato, però, sarebbe disposto ad accollarseli a non più del 25%. Quel 20% di differenza su una montagna complessiva di circa 200 miliardi lordi fa, appunto, 40 miliardi.

Parliamo del 2,5% del pil. Se il governo dovesse davvero intervenire con una tale maxi-iniezione di denaro, dovrebbe sforare il tetto del deficit e infrangere anche il divieto di aiuti di stato, imposti entrambi dalla UE. Ecco, quindi, che dietro le quinte Roma starebbe trattando non solo con Bruxelles, ma direttamente con Berlino (ieri c’è stato il vertice a tre Renzi-Merkel-Hollande sulla Brexit), al fine di superare gli ostacoli normativi.

 

 

 

Salvataggio banche italiane, il piano

La Germania potrebbe acconsentire a una simile operazione, anche perché teme che il crollo delle banche italiane funga da vero detonare per l’implosione dell’Eurozona e dell’intera UE, più di quanto non abbia fatto ancora la Brexit. Tecnicamente, la soluzione potrebbe essere quella adottata in Spagna nel 2012: trasferimento di capitali dal fondo di stabilità europeo – oggi, l’ESM – a un apposito maxi-fondo pubblico italiano, che successivamente si occuperebbe di finanziare le nostre banche.

Ciò porterebbe, però, alla conseguenza di un controllo pregnante della Commissione europea sull’utilizzo di tali fondi, oltre che a maggiori poteri di monitoraggio dei nostri conti pubblici. In tutta sincerità, il salvataggio delle banche italiane sarebbe la contropartita di un commissariamento di fatto del nostro paese ad opera della famosa Troika, che altro non è che UE, BCE e FMI messi insieme.

Commissariamento Italia vicino, arriva la Troika

La partita delle banche s’intreccia con quella dei nostri conti pubblici. Per l’anno prossimo serviranno 15 miliardi solo per disinnescare le clausole di salvaguardia, che scattando, farebbero aumentare l’IVA, ammazzando quel poco di ripresa che abbiamo. Il governo Renzi dovrebbe reperire risorse per quasi un punto di pil e al contempo rimarrebbe senza margini per tagliare le tasse come promesso, con la conseguenza che salirebbero le probabilità di una sua sconfitta al referendum costituzionale di ottobre.

Poiché la sua caduta sarebbe la conferma della crisi irreversibile dell’Eurozona, la cancelliera Angela Merkel potrebbe allentare i vincoli fiscali, sfruttando proprio l’evento della Brexit, concedendo a Matteo Renzi quei 15 miliardi che gli servono per evitare grosse difficoltà in sede di bilancio 2017 e affrontare da una posizione di maggiore forza il referendum. Ma i pasti gratis non esistono e anche in questo caso la contropartita sarà la cessione di maggiori poteri di controllo sui nostri conti pubblici a Bruxelles. Siamo dinnanzi a un commissariamento mascherato, che paradossalmente qualcuno potrebbe persino spacciare per “flessibilità”.

 

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