Crisi Argentina senza fine: prezzi congelati per frenare l’inflazione, gli aiuti dell’FMI non bastano

L'Argentina congela i prezzi dei prodotti di base per frenare l'inflazione, esplosa al 55% e alimentata proprio dalla liberalizzazione dei prezzi. Buenos Aires non ha idea di come uscire dalla crisi.

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L'Argentina congela i prezzi dei prodotti di base per frenare l'inflazione, esplosa al 55% e alimentata proprio dalla liberalizzazione dei prezzi. Buenos Aires non ha idea di come uscire dalla crisi.

I prezzi di 64 prodotti di base, tra cui olio, riso, farina, pasta, latte, zucchero, biscotti, bevande e marmellata, saranno congelati almeno fino alla fine di ottobre in Argentina. Lo ha annunciato il ministro delle Finanze, Nicolas Dujovne, che ha voluto puntualizzare come la misura non sia finalizzata a combattere l’inflazione, come avevano fatto i predecessori “populisti”, quanto per ridurre le sofferenze a carico dei cittadini, conseguenti alla crisi finanziaria che sta attanagliando l’economia.

Sarà, ma il congelamento arriva dopo che i prezzi al consumo a marzo sono aumentati di quasi il 55% su base annua e del 4,7% rispetto a febbraio. Buenos Aires ha varato un pacchetto di misure, che punta a sostenere le esportazioni delle piccole imprese, sgravandole delle imposte sulle vendite all’estero, purché aumentino rispetto all’anno precedente, nonché accollando allo stato parte dell’aumento delle tariffe sussidiate.

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E’ evidente che il presidente Mauricio Macri si trovi in una condizione disperata. A ottobre si presenta per la rielezione, ma rispetto alle promesse di portare l’Argentina fuori da una crisi ormai secolare, poco è stato mantenuto. Anzi, il pil è collassato del 6,4% su base annua nell’ultimo trimestre del 2018. La recessione morde e la disoccupazione sale, così anche l’inflazione, che nell’intero 2019 dovrebbe attestarsi al 40%, praticamente allo stesso livello a cui l’aveva lasciata la presidenza Kirchner.

La tempesta finanziaria e il ritorno alla crisi

Lo scorso anno, il cambio contro il dollaro si è dimezzato e quest’anno perde un altro 10%, per cui servono ormai 41,40 pesos contro un biglietto verde. Il collasso valutario sta alimentando l’inflazione, che a sua volta è tornata a galoppare sulla decisione del governo di porre gradualmente fine alle tariffe sussidiate, tra cui delle bollette elettriche, che oltre tutto gravano pesantemente sul bilancio statale. La decisione di ieri, tuttavia, va nella direzione opposta, come se Buenos Aires stesse camminando a passo di gambero, allontanandosi ogni giorno di più dall’uscita del lungo tunnel della crisi.

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Lo scorso anno, il paese ha ottenuto aiuti del Fondo Monetario Internazionale per 56 miliardi di dollari, mai così tanti per un unico stato nella storia dell’istituto. In cambio, Macri si è impegnato a risanare i conti pubblici e a varare le riforme economiche. E la banca centrale si è vincolata a intervenire solo nel caso in cui il cambio contro il dollaro si deprezzasse o si apprezzasse oltre i limiti della banda di oscillazione fissata, che sono attualmente di 39,75 e 51,45. Questo meccanismo, però, sta incoraggiando la speculazione a testare proprio tali limiti e ne è prova il costante indebolimento del peso, indipendentemente dalle misure annunciate dal governo e dalla fissazione dei tassi d’interesse al 61,12% da parte della banca centrale.

L’Argentina si sta avvitando in una crisi senza apparente sbocco da qui a breve. Frustrante notare come per la stragrande maggioranza del tempo, dalla fine del peronismo negli anni ’50, il paese sia stato sottoposto all’assistenza dell’FMI senza alcun risultato positivo duraturo. E alla fine dell’anno, se le opposizioni filo-peroniste dovessero tornare al potere sul malcontento popolare sempre più diffuso, quelle poche riforme che abbiamo visto nell’ultimo triennio andranno a farsi benedire. E pensare che sull’onda dell’ottimismo, i mercati avevano accolto bene il bond a 100 anni emesso da Buenos Aires nel 2017, caso unico per un’economia emergente con alle spalle due default in meno di un quindicennio.

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