Crisi Alitalia infinita, cosa insegna il fallimento dei “capitani coraggiosi” a MPS?

Alitalia di nuovo verso il fallimento. Nemmeno gli emiri di Etihad stanno riuscendo a salvare la compagnia aerea italiana, che dai "capitani coraggiosi" in poi ha proseguito nella collezione di insuccessi.

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Alitalia di nuovo verso il fallimento. Nemmeno gli emiri di Etihad stanno riuscendo a salvare la compagnia aerea italiana, che dai

Alitalia è di nuovo sull’orlo del fallimento. Sembra incredibile, ma a otto anni dalla privatizzazione, i problemi per la compagnia di bandiera non solo non sembrano finiti, ma nemmeno prossimi a una qualche soluzione. Intesa-Sanpaolo e Unicredit hanno stanziato un paio di settimane fa 180 milioni, di cui 60 già utilizzati, senza i quali già da giorni gli aerei sarebbero rimasti a terra. Spiccioli, considerando che il 2016 si è chiuso con una perdita netta stimata in 450 milioni all’anno, oltre un milione al giorno. Le due banche sono anche azioniste di Alitalia, attraverso Midco, che controlla il 100% di CAI, che a sua volta è al 51% della compagnia. Il restante 49% è degli emiri di Etihad, che stando alla legislazione europea non potrebbe aumentare la propria quota, perché un vettore continentale non può essere controllato da una società extra-UE, a meno di perdere alcuni benefici.

Poiché Alitalia avrebbe bisogno di un aumento di capitale fino a 800 milioni per rilanciarsi, ci si chiede chi parteciperà all’operazione. I soci italiani non hanno intenzione di incrementare le loro esposizioni e non potendo fare nemmeno Etihad (tranne che non siano emesse azioni senza diritto di voto), l’unica soluzione resta una nuova partnership europea. Si parla dei tedeschi di Lufthansa. (Leggi anche: Alitalia diventa araba, chi è Etihad?)

Il disastro dei capitani coraggiosi

In realtà, un’alternativa esisterebbe: lo stato. Torna in auge, infatti, l’ipotesi che il governo salvi nuovamente Alitalia, dopo essersi già addossato costi per complessivi 7 miliardi, tra oneri diretti (debiti) e ammortizzatori sociali elargiti con estrema generosità a migliaia di piloti e assistenti di volo, rimasti a terra nel 2009, quando l’allora governo Berlusconi bloccò la vendita ai francesi di Air France-Klm, in nome dell’italianità della compagnia di bandiera.

Fu messa su una cordata di imprenditori nazionali, definiti dall’ex premier Silvio Berlusconi “capitani coraggiosi”. Senonché di coraggio ne misero poco, visto che lo stato si accollò tutti i 2 miliardi di debiti della compagnia, che fu anche alleggerita di migliaia di posizioni lavorative in esubero. I risultati della gestione della cordata sono sotto gli occhi di tutti. Che quei “capitani coraggiosi” fossero banche e concessionari di servizi pubblici, come Atlantia della famiglia Benetton, che controlla Autostrade per l’Italia, la dice lunga sulla trasparenza di quell’operazione. (Leggi anche: Tassa su biglietti aerei per mantenere i mega-sussidi ai piloti Alitalia)

 

 

 

 

Verso 4.000 esuberi?

Alitalia ha oggi 12.000 dipendenti, ma stando al nuovo piano industriale varato dal cda a dicembre per il periodo 2017-2020, dovrebbero diminuire. Di quanto, non si sa. Si parla di 1.600 esuberi, ma potrebbero arrivare a 4.000, un terzo del totale. L’obiettivo della compagnia guidata da Cramer Ball, in rappresentanza degli emiri, e da Luca Cordero di Montezemolo, in quota CAI, consiste nell’aumentare i voli a lungo raggio, acquistando 15-20 nuovi aerei, ma tagliando una decina di macchine per le tratte più brevi, parecchie delle quali saranno tagliate, come sta accadendo già a quella tra Fiumicino e Malpensa, dove si subisce la concorrenza delle compagnie low-cost.

Eppure, il costo del personale non sembra essere il reale problema di Alitalia, che sembra semmai destinata così a un ridimensionamento, quando già la compagnia italiana è ben più piccola dei suoi concorrenti diretti, come i colossi Lufthansa ed Air France-Klm. Si parla, addirittura, di scissione in due società: una dedita alla gestione delle tratte brevi e un’altra delle tratte a lungo raggio. Per adesso, però, è arrivata la smentita ufficiale della diretta interessata. (Leggi anche: Lufthansa: Alitalia una low-cost per gli Emirati)

Altro disastro in vista con le banche

Cosa ci insegna la privatizzazione fallimentare in favore dei capitani coraggiosi, mentre ci stiamo imbarcando in un’altra operazione tendenzialmente disastrosa e nella direzione opposta, quella della nazionalizzazione di MPS? Quando la gestione di una crisi si fonda su criteri e valutazioni non di mercato e non vengono affrontate le cause della crisi stessa, non c’è possibilità alcuna che il salvataggio sia definitivo.

Il Tesoro si sta imbarcando in un altro salvataggio in queste settimane, quello di Siena, al termine di mesi di operazioni ambigue”di sistema” e che si sono rivelate futili, come la nascita del fondo Atlante, che guarda caso ha visto tra i protagonisti alcuni degli stessi capitani coraggiosi del caso Alitalia. Se per la compagnia non dovesse essere possibile una soluzione reale ai suoi problemi, dovremmo preferire di gran lunga la sua chiusura che non altri anni di sopravvivenza sulle spalle dei contribuenti. Lo stesso chiaramente dicasi di MPS. (Leggi anche: Ecco tutti i disastri del ministro Padoan)

 

 

 

 

Meglio il fallimento dell’agonia

In nome dell’italianità – valore riscoperto ogni volta che si renda necessario tutelare un interesse politicamente sensibile – si sono impedite acquisizioni dall’estero e difeso assets “zombie”. D’altronde, se il mercato non è in grado di trovare una soluzione dentro i confini nazionali, evidentemente questa non esiste, almeno non senza scaricarne il costo sui contribuenti e allungando l’agonia.

 

 

 

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