Il fallimento di Alitalia è di tutto il sistema-Paese: Renzi il grande sconfitto

I dipendenti Alitalia hanno sfiduciato governo, sindacati e azienda, anticipando forse di pochi mesi il voto degli italiani contro un sistema già fallito. Adesso, si spalancano le porte del crac, ma a pagare più di tutti potrebbe essere Matteo Renzi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I dipendenti Alitalia hanno sfiduciato governo, sindacati e azienda, anticipando forse di pochi mesi il voto degli italiani contro un sistema già fallito. Adesso, si spalancano le porte del crac, ma a pagare più di tutti potrebbe essere Matteo Renzi.

E così, Alitalia si avvia al fallimento. Dopo la schiacciante vittoria del “no” con oltre i due terzi dei voti al referendum indetto tra i dipendenti sull’ennesimo piano di salvataggio, per la compagnia aerea si spalancano le porte del commissariamento. Lo ha chiesto ufficialmente il presidente Luca Cordero di Montezemolo all’Enac, lo ha confermato il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, che lo aveva minacciato esplicitamente prima del referendum per il caso di bocciatura del piano. Non essendo più possibile procedere a una ricapitalizzazione, spiega il consiglio di amministrazione di Alitalia, che entrino i commissari.

L’amministrazione straordinaria sarà transitoria, come lo stesso Calenda chiarisce, ovvero della durata massima di sei mesi, nel corso dei quali il governo italiano chiederà alla Commissione europea la possibilità di erogare alla società un prestito ponte, necessario per mantenere l’operatività aziendale. Per il momento, assicura la compagnia, “non ci saranno conseguenze sui voli”. Per il momento. (Leggi anche: Salvataggio Alitalia, pre-accordo evita crisi di liquidità)

Dipendenti Alitalia hanno forse sbagliato i conti

Una cosa viene esclusa dal governo Gentiloni: la nazionalizzazione. Vedremo nelle prossime settimane, se manterrà fede alla promessa o se prevarrà, come quasi sempre avviene nella politica italiana, l’esigenza del consenso, quando mancano pochi mesi alle prossime elezioni. D’altra parte, il grosso dei dipendenti Alitalia, che tra il venerdì e il lunedì scorsi hanno votato “no” al piano di salvataggio senza apparenti alternative avranno giocato d’azzardo e scommesso proprio su un intervento pubblico in extremis, in grado di garantire loro condizioni migliori di quanto non abbiano proposto la proprietà e lo stesso governo.

Alla vigilia del voto, si dava per scontato che avrebbe votato a maggioranza contro il personale di volo, ma quello che è emerso timidamente con lo scrutinio è che anche quello di terra ha “tradito”. Per pura rabbia, scarsa fiducia nel piano o assenza di prospettive, come ha affermato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti? Sta di fatto che nei prossimi mesi, la crisi di liquidità di Alitalia potrebbe aggravarsi, perché è verosimile che in pochi passeggeri avranno voglia di volare con una compagnia, che rischia di chiudere da un giorno all’altro. Il ricordo di Windjet del Ferragosto 2012 è nitido nella memoria di migliaia di italiani. Vedremo nelle prossime settimane, se le prenotazioni dei biglietti Alitalia subiranno un crollo verticale, come sarebbe immaginabile. (Leggi anche: Fallimento Alitalia se non passa il referendum, piloti giocano d’azzardo)

Battuto il sistema Italia

Quel che è certo è che ad uscire con le ossa rotta dalla vicenda è tutto il “sistema Italia”, il cancro che da decenni impedisce alla nostra economia di tenere il passo delle altre concorrenti. E’ stato sonoramente bocciato il mondo sindacale, a partire da Cgil e Cisl, che si era speso per il salvataggio con sacrifici accettabili a carico dei rispettivi iscritti. La neonata Anp (Associazione nazionale piloti) è stata, invece, in grado di rappresentare e convogliare nella direzione desiderata (da essa stessa) il malcontento dei lavoratori, a conferma che il sindacato della famosa “triplice” (Cgil, Cisl e Uil) sarebbe ormai praticamente morto, uno zombie che cammina.

E’ stato battuto (ancora una volta) il governo, che aveva non solo sostenuto pubblicamente il “sì”, ma che nei fatti aveva orchestrato il piano, come nei mesi scorsi in maniera non dissimile aveva fatto con MPS. A proposito: avete capito finalmente che il governo Renzi-Gentiloni-Padoan è del tutto incapace di risolvere anche un solo caso di seria crisi aziendale?

Fine ingloriosa dei capitani coraggiosi

E’ stata presa a pesci in faccia, ça va sans dire, la proprietà, quel che resta dei “capitani coraggiosi” di berlusconiana memoria, che dopo avere ricevuto un’azienda ripulita dai debiti – questi ultimi appioppati allo stato – non è stata in grado di chiudere un solo bilancio d’esercizio in attivo o in pareggio. Ad oggi, Alitalia e i suoi fallimenti sono costati a noi contribuenti italiani 7,4 miliardi di euro. E’ come se avessimo pagato qualcosa come 140 euro di biglietto a testa, bambini compresi, anche senza prendere mai un volo della ex compagnia di bandiera.

Adesso, però, chi ha scommesso contro il piano per evitare un taglio dello stipendio dell’8% potrebbe finire per vederselo tagliato del 100%. Tre le prospettive principali al termine del commissariamento: la vendita a un cavaliere bianco; la cessione degli assets sul mercato; la chiusura. (Leggi anche: Crisi Alitalia, cosa insegna il fallimento dei capitani coraggiosi)

Alitalia in mani tedesche o di un ente pubblico

Lo scenario più auspicato sarebbe il primo, ovvero di un “anchor investior”, come quel JP Morgan che avrebbe dovuto rilevare MPS con un’operazione ancora oggi incomprensibile, evitando la chiusura di Alitalia. Gli indizi porterebbero in Germania, dove Lufthansa potrebbe essere interessata a rilevare per quattro spiccioli la compagnia italiana, magari ancora una volta depurata dai costi e stavolta anche probabilmente a condizioni molto favorevoli sul piano contrattuale e del numero degli esuberi. E diciamoci la verità: dovesse chicchessia comprarsi Alitalia, chiedendo il dimezzamento degli stipendi dei dipendenti, non ci sarebbe alcun potere negoziale da parte dei sindacati. Si consideri, poi, che la UE vieta che il 51% del capitale di una compagnia aerea continentale sia detenuto da un azionista non europeo, per cui la platea dei potenziali pretendenti si restringe. E’ la ragione per cui gli arabi di Etihad non hanno potuto incrementare la loro quota dal 49% attuale.

Quant’è realistica l’ipotesi sopra citata? Non elevata. Tra pochi mesi si vota in Italia e nessuno nel governo vorrà arrivare alle urne con l’accusa di avere “svenduto” un nostro asset agli stranieri, sacrificando migliaia di lavoratori. Per questo, il cavaliere bianco potrebbe essere un ente pubblico, come Cassa depositi e prestiti, già tirata in ballo con il piano di salvataggio e che era riuscita a svincolarsi per l’opposizione del presidente Claudio Costamagna.

Ipotesi spezzatino e fallimento

Un altro scenario non improbabile (anzi!) è lo spezzatino di Alitalia: i suoi assets verrebbero venduti a questo e quell’offerente e alla fine o la compagnia chiude battenti, non essendo più in grado di operare con quel che ne resta, oppure rimane attiva, ma alla stregua di un vettore charter di rilevanza poco più che regionale.

Infine, il fallimento. Se si pensava che fosse l’ipotesi meno probabile fino a pochi giorni fa, adesso prende quota, non fosse altro che per l’incapacità mostrata da tutti i protagonisti di questa indecorosa vicenda di offrire soluzioni credibili alternative. Alitalia chiuderebbe e tutti i 12.500 dipendenti andrebbero a casa, passando per un generoso periodo di cassa integrazione, seguito dal Naspi. Forse, la fine meritata da azionisti, manager e sindacati. (Leggi anche: Tassa biglietti aerei per mantenere mega-sussidi ai piloti Alitalia)

Il referendum Alitalia è un grande “vaffa” contro il sistema Italia

Se c’è una persona oggi più arrabbiata di ogni altra per la china presa dalla vicenda, questa si chiama Matteo Renzi. Il segretario del PD è in corsa per ottenere un secondo mandato a capo dei democratici e domenica prossima si vota per le primarie. Se già si temeva un flop di partecipazione, quanto sta accadendo non può che riversarsi contro l’ex premier, il quale è stato il regista dell’operazione fallita e potenzialmente è colui che ci perderebbe di più da un fallimento della compagnia o da un esito altrettanto nefasto per i lavoratori, rischiando di presentarsi alle prossime politiche con la macchia di chi ha portato sostanzialmente al crac diverse banche italiane, tra cui MPS, e adesso anche Alitalia. (Leggi anche: Piano Renzi per fare cadere il governo e andare la voto in autunno)

Per l’ennesima volta, c’è da giurarci, Renzi smentirà sé stesso e cercherà in ogni modo, anche ricorrendo a una nazionalizzazione di fatto, di scongiurare l’ipotesi chiusura di Alitalia, pur di non passare agli occhi degli elettori come un liquidatore fallimentare. Certo, si esporrebbe ugualmente alle critiche di quanti gli faranno notare come l’unica cosa che riescano a fare lui e il suo successore sia attingere dai portafogli degli italiani per mantenere in vita entità parassitarie, destinate nel giro di qualche altro anno al massimo ad essere nuovamente sull’orlo del fallimento.

L’esito del referendum dimostra, se ve ne fosse stato ancora bisogna, che il sistema Italia non controlla più nulla. Governo, sindacati, imprenditori alla bisogna e manager riciclati di azienda in azienda non hanno più alcuna capacità di tenere assieme i cocci di una realtà sempre più lontana dai loro piani privi di soldi e prospettive. I dipendenti Alitalia avranno forse anticipato di pochi mesi il grande “vaffa”, che a più tardi a inizio 2018 verrà intonato da milioni di elettori alle urne.

 

 

 

 

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Servizi pubblici

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