Crisi Alitalia, adesso Di Maio alla porta dei Benetton: ecco lo scambio tra ponte Morandi e salvataggio

La crisi di Alitalia non trova soluzione a due anni dal commissariamento. Ecco perché il governo Conte già preme sulla famiglia Benetton per salvare la compagnia aerea, a distanza di 8 mesi dalle tensioni sul crollo del ponte Morandi a Genova.

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La crisi di Alitalia non trova soluzione a due anni dal commissariamento. Ecco perché il governo Conte già preme sulla famiglia Benetton per salvare la compagnia aerea, a distanza di 8 mesi dalle tensioni sul crollo del ponte Morandi a Genova.

Sono passati esattamente due anni dal commissariamento di Alitalia. La compagnia aerea avrebbe dovuto essere venduta già entro la fine del 2017, ma ad oggi non risulta pervenuta alcuna offerta concreta per assicurarne il salvataggio. Né il precedente governo Gentiloni, né l’attuale a guida Giuseppe Conte sono riusciti ad attirare i capitali sufficienti per dare vita a una “newco” capace di reggersi da sola sul mercato.

I conti della società sono di molto migliorati, anche se lo scorso esercizio ha esitato comunque perdite elevate, pari a 500 milioni, circa 1,5 milioni al giorno. L’operazione delle Ferrovie dello stato non decolla. Da settimane sta sondando diverse società private e altre controllate dallo stato per verificarne l’interesse, ma ad oggi tutte o quasi hanno risposto picche, tra cui Eni, Finmeccanica, Cdp e Poste.

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La liquidità in cassa sta finendo, complice la bassa stagione alle spalle, durante la quale i ricavi non arrivano a coprire i costi. Serve una soluzione entro la fine di aprile, termine ultimo per cercare di salvare il destino della compagnia e dei suoi 11.600 dipendenti. Fs ha posto un doppio limite: partecipazione al 30% del capitale e partnership con un socio di mercato per un altro 30%. Rispetto all’ipotesi iniziale di un capitale per la newco di 1 miliardo, si è scesi a 800 milioni di euro, per cui l’esborso per quanti parteciperanno al secondo salvataggio in 10 anni sarà proporzionalmente inferiore. Tra i nuovi azionisti vi sarà il Tesoro con una quota del 15%, anche se lo stato non ci metterà cash, limitandosi a convertire parte del prestito da 900 milioni di euro, che sommati gli interessi annuali del 10%, portando già il conto finale all’incirca a 1 miliardo. Al netto della conversione, quindi, la nuova Alitalia, se mai decollerà, resterà esposta verso lo stato per quasi 900 milioni. E di ulteriori proroghe la Commissione europea non ne consentirà, altrimenti da sostegno emergenziale verrebbe valutato certamente un aiuto di stato.

Quale scambio tra Benetton e governo

Interessata ad entrare vi sarebbe Delta Airlines con una quota del 10-15%, finalizzata perlopiù a impedire che l’eventuale ingresso nel capitale di Lufthansa crei contraccolpi nei cieli del Nord Europa.

A conti fatti, resta un 40% abbondante di capitale a disposizione di uno o più soggetti industriali. E sottotraccia, il governo Conte starebbe trattando niente di meno che con Atlantia, il fondo della famiglia Benetton, che già controlla Aeroporti di Roma, i cui ricavi si devono per il 29% proprio ad Alitalia, anche se il peso di questa risulta calante.

Formalmente, Atlantia di dice “non interessata” al dossier, quando mancano due giorni alla riunione dell’assemblea degli azionisti. Tuttavia, le trattative con l’esecutivo esisterebbero, anche perché l’ad Giovanni Castellucci ha tutto l’interesse a disporre di un’arma negoziale nei confronti di quei Luigi Di Maio e Danilo Toninelli, che nelle vesti rispettivamente di ministro allo Sviluppo e alle Attività produttive hanno avuto toni e pugno duri contro la famiglia Benetton, il secondo inviando all’Aspi una lettera con cui si comunica la volontà di rescindere il contratto di concessione con la controllata Autostrade per l’Italia dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova, avvenuto il 14 agosto scorso e che provocò 43 vittime.

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Quale sarebbe il “do ut des” su cui si stanno intavolando le trattative? Escludendo l’ipotesi che ad Autostrade venga consentito di partecipare ai lavori di ricostruzione del ponte, il Movimento 5 Stelle ammorbidirebbe la propria posizione sui Benetton riguardo la rescissione del contratto, con la Lega che già sin dall’inizio si era mostrata più cauta sull’ipotesi. Non a caso, Toninelli ha prorogato i termini fissati al 19 aprile, entro cui Autostrade avrebbe dovuto replicare alle contestazioni rivolte dal governo. Lo scambio passerebbe per una punizione meno severa di quanto minacciata sinora, magari rescindendo la concessione solo per il tratto autostradale dell’area genovese, mentre Atlantia metterebbe i quattrini necessari per colmare almeno grossa parte di quel 40% che ancora manca per sottoscrivere il 100% del capitale di Alitalia, nonostante abbia già “bruciato” 300 milioni con la vecchia “newco”.

Una soluzione onorevole, che permetterebbe ai Benetton di scrollarsi di dosso l’immagine di appestati voraci di risorse pubbliche e al governo di poter sbandierare l’ennesimo salvataggio (fittizio?) della compagnia.

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