Crescita nell’Eurozona al top da 6 anni, ma a Draghi viene il mal di testa

L'economia nell'Eurozona accelera ai massimi da sei anni, così come i prezzi. Adesso, però, Mario Draghi non potrà ignorare i dati macro. Il ritiro degli stimoli monetari si fa più pressante.

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L'economia nell'Eurozona accelera ai massimi da sei anni, così come i prezzi. Adesso, però, Mario Draghi non potrà ignorare i dati macro. Il ritiro degli stimoli monetari si fa più pressante.

Il Pmi composito nell’Eurozona è salito a marzo a 56,7 punti dai 56 di febbraio, ai livelli più alti dall’aprile 2011. Gli analisti interpellati da Reuters si aspettavano una lettura in lieve calo a 55,8 punti. Ricordiamo, che dati superiori a 50 indicano un’espansione dell’attività economica. E il capo economista di Markit, l’istituto che si occupa delle rilevazioni, ha spiegato anche come le imprese avrebbero accresciuto ai massimi da 6 anni (53,3 punti) anche la capacità di alzare i prezzi, nonostante l’aumento dell’offerta, segno della ritrovata dinamicità dell’economia nell’area.

Stando a queste cifre, stima Williamson, la crescita attesa del pil nell’Eurozona nel primo trimestre sarebbe dello 0,6%, in aumento dal +0,5% atteso soltanto un paio di settimana fa. (Leggi anche: Economia italiana a un bivio, o aggancia la ripresa adesso o perde il treno)

Le preoccupazioni di Draghi

La buona performance dell’economia dell’area non può che essere salutata come una buona notizia da tutti, anche se alla BCE potrebbero prevalere, in questo caso, più preoccupazioni che un senso di auto-compiacimento. Se è vero, infatti, che l’istituto vede finalmente raggiunto l’obiettivo di portare l’Eurozona fuori dalla deflazione, con l’inflazione al 2% a febbraio, d’altra parte vede in questi dati la conferma di un rischio di eccessivo surriscaldamento sia dei prezzi che dell’attività economica, tale da obbligarlo a ritirare più in fretta del previsto gli stimoli monetari varati negli anni passati. (Leggi anche: Quantitative easing al capolinea e tassi BCE in rialzo, Draghi prepara la stretta)

Francoforte ad oggi si è limitato ad osservare come l’inflazione di fondo, al netto delle componenti più volatili, rimarrebbe inferiore al target di quasi il 2% tendenziale nel medio termine, parlando di risalita “temporanea” dei prezzi, per effetto dell’aumento delle quotazioni energetiche internazionali. Dalla sua, il governatore Mario Draghi avrebbe il ripiegamento del greggio a 50 dollari, il livello più basso dalla fine del novembre scorso.

Difficile per Draghi ignorare i dati macro

Eppure, la lettura dei dati di oggi su manifattura e servizi nell’unione monetaria complica il percorso di uscita dal “quantitative easing” e dall’era dei tassi zero. In Germania, ad esempio, la crescita del Pmi composito risulta a marzo ancora più marcata a 58,3 punti, anche in questo caso ai massimi dall’aprile di 6 anni fa. A febbraio, l’inflazione nella prima economia europea era salita al 2,2%, oltre il target fissato dalla BCE per l’insieme dei 19 paesi membri dell’Eurozona. (Leggi anche: Quantitative easing e tassi BCE, Germania si prepara all’attacco di Draghi)

Con questi numeri, qualora la crescita tendenziale dei prezzi nell’area a marzo risultasse in accelerazione, sarebbe davvero difficile per Draghi al board di aprile non accennare a una ritirata dall’accomodamento monetario senza precedenti. Il punto è che soltanto nel dicembre scorso aveva ottenuto un prosieguo del QE fino a tutto il 2017, anche se al ritmo di 60 miliardi di acquisti mensili da aprile.

Il rischio di una stretta più veloce delle attese

Da alcune indiscrezioni uscite fuori da Francoforte e confermate dal banchiere austriaco Ewald Nowotny, la BCE potrebbe anche alzare prima i tassi per dopo tagliare progressivamente il QE fino ad azzerarlo. Partirebbe con ogni probabilità dai tassi sui depositi overnight, oggi al -0,4%, che incidono negativamente sui margini delle banche ai livelli attuali. Il mercato sta scontando proprio un loro rialzo a partire dal prossimo settembre. (Leggi anche: Rialzo tassi BCE prima che finisca il QE, ecco svelata la sequenza del tapering)

Se la crescita economica si rafforzasse e trascinasse al rialzo anche i prezzi, il rischio è che la BCE si trovi “dietro la curva dei tassi”, ovvero che sia costretta a intervenire con maggiore celerità di quanto non sia stato messo in conto, potenzialmente danneggiando proprio la ripresa e impattando negativamente sui bilanci di famiglie, imprese e sui mercati finanziari. E Draghi potrà sempre meno resistere alle sirene tedesche per l’avvio della svolta monetaria, anche perché in Germania si vota e nessun governo a Berlino potrebbe permettersi di andare ad elezioni con un’inflazione al 3%.

 

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