Crescita in Italia accelera, eppure non basta

Il pil in Italia accelera e segna un +1,5% nei primi 9 mesi dell'anno, ma non usciremo fuori dalla crisi a questi ritmi. Ecco lo scenario dei prossimi anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il pil in Italia accelera e segna un +1,5% nei primi 9 mesi dell'anno, ma non usciremo fuori dalla crisi a questi ritmi. Ecco lo scenario dei prossimi anni.

Gli ultimi dati Istat sulla crescita dell’economia italiana nel terzo trimestre sono positivi. Il pil è salito dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell’1,8% su base annua, frutto di un calo accusato dall’agricoltura per le perdite subite a causa delle condizioni meteo avverse, e di un aumento di industria e servizi. La crescita acquisita al settembre scorso è stata, quindi, dell’1,5%. Per quanto resti inferiore alla media dell’Eurozona, che quest’anno dovrebbe essere del 2,2%, stando alle stime della BCE, sarebbe pur sempre il dato più robusto dal 2010, quando il nostro pil rimbalzò dell’1,7% dopo il crollo subito con la recessione del 2008-’09.

C’è da essere soddisfatti, ma non di compiacersi di questi numeri. Anzitutto, perché contrariamente al resto dell’unione monetaria, l’Italia continua ad essere l’unica grande economia ad essere rimasta indietro rispetto ai livelli di ricchezza raggiunti nel 2007. Il confronto con la Spagna, ad esempio, appare imbarazzante: nell’ultimo quadriennio, siamo cresciuti circa 4 volte più lentamente. Bisogna riflettere, poi, sul fatto che questa accelerazione della crescita italiana, così come nel resto dell’Eurozona, risente in grossa parte di condizioni straordinariamente positive sui mercati, ovvero di tassi azzerati, quotazioni del petrolio ancora relativamente basse e di un cambio favorevole. (Leggi anche: Come la politica ha sprecato l’ennesima occasione)

L’incognita del debito

Abbiamo più volte affrontato il problema su quali sarebbero i contraccolpi sulla nostra economia derivanti dall’uscita dal piano di accomodamento monetario, che inizierà con molta gradualità ad essere attuata sin dal gennaio prossimo. In questo articolo, vogliamo interessarci di un altro punto, la permanenza di un “caso Italia” anche per molti anni a venire. La specificità negativa del Belpaese risiede in due fattori: bassa crescita economica e alto debito pubblico. Al momento, vantiamo il secondo rapporto tra debito e pil di tutta Europa con quasi il 133%, dietro solamente al 180% della Grecia. Cosa ancor meno rassicurante è che tale rapporto tende da noi a stagnare, mentre altre economie, come Irlanda e Portogallo, lo stanno abbattendo per effetto del rinvigorimento della crescita.

Ipotizziamo che quest’anno l’Italia cresca dell’1,5% e che registri una percentuale identica per l’inflazione. La crescita nominale sarebbe così del 3%. Se si mantenesse tale per un decennio (immaginando che la somma tra inflazione e variazione del pil restasse sempre tale) e l’Italia smettesse di fare anche un solo centesimo di nuovi debiti, chiudendo ogni anno i conti pubblici in pareggio, il rapporto debito/pil scenderebbe finalmente sotto il 100%. Se, invece, il deficit fosse mediamente all’1% del pil, si attesterebbe intorno al 110% e restando non pessimisti e ipotizzando un deficit medio dell’1,5% annuo, sarebbe di circa il 115% dopo 10 anni. (Leggi anche: Economia italiana fa peggio anche quando va meglio)

Il caso Italia resta

Il miglioramento si confronterebbe con i passi in avanti nel frattempo compiuti mediamente dall’Eurozona, il cui rapporto debito/pil risulta sceso sotto il 90% e che in una situazione di deficit zero lungo un decennio, si attesterebbe poco sopra il 65%. Con un deficit medio dell’1%, poi, la discesa sarebbe meno drastica e sopra al 75%; con un disavanzo annuo intorno all’1,5%, resterebbe sopra l’80%. Ora, in ogni caso il debito pubblico italiano resterebbe nell’ordine del 35% superiore rispetto al pil, meno del differenziale attuale di quasi 45 punti.

Tuttavia, bisogna tenere conto di un altro dato: la crescita media dell’Italia è stata nel periodo 2006-2017 inferiore a quella dell’intera area di appartenenza di circa un punto percentuale. Se questo gap non fosse colmato e l’Eurozona nel suo complesso crescesse, quindi, del 4% nominale contro il nostro 3% medio, le distanze sui debiti sovrani resterebbero intatte, ovvero l’Italia sarebbe meno indebitata di oggi, grazie a un po’ di crescita, ma continuando a restare un caso negativo per l’Eurozona persino nel caso migliore ipotizzato. Ne consegue che lo spread sembra destinato a farci compagnia nel vocabolario finanziario a lungo e ciò implica uno svantaggio in termini di rifinanziamento del debito in scadenza, rispetto alle altre economie. Insomma, un qualsiasi rialzo dei tassi peserebbe di più sull’Italia che altrove, lasciandoci più vulnerabili a fattori esterni da noi non controllabili. (Leggi anche: Rendimenti in rialzo segnalano possibili tensioni future sul debito pubblico)

 

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia

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