Crescita globale ai minimi dalla crisi, l’FMI propone stimoli fiscali e Trump vuole il taglio dei tassi

La crescita economica mondiale per quest'anno è attesa dall'FMI al 3,3%, il ritmo più basso da un decennio. E l'istituto lancia l'idea di "stimoli fiscali coordinati" nel caso in cui la situazione dovrebbe aggravarsi, mentre il presidente Trump chiede alla Fed di tagliare i tassi.

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La crescita economica mondiale per quest'anno è attesa dall'FMI al 3,3%, il ritmo più basso da un decennio. E l'istituto lancia l'idea di

Ancora un taglio delle stime di crescita per l’economia mondiale in questo 2019 iniziato apparentemente male. Ieri, il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue proiezioni dal 3,5% al 3,3%, suggerendo che la crescita del pianeta starebbe rallentando ai minimi dalla fine della crisi finanziaria esplosa nel 2008. Si tratterebbe anche di una decelerazione dello 0,3% rispetto al 2018, quando già si era registrata una frenata dello 0,2% rispetto al 3,8% esitato dal 2017.

In particolare, gli USA dovrebbero crescere del 2,3% dal 2,5% atteso a gennaio, mentre l’Eurozona non andrebbe oltre l’1,3% dall’1,6% di tre mesi fa. Viceversa, promossi Giappone e Cina rispettivamente dello 0,2% e dello 0,1% all’1% e al 6,3%.

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All’interno dell’unione monetaria, l’economia italiana crescerebbe dello 0,1%, la Germania dello 0,8%, la Francia dell’1,3% e la Spagna del 2,1%. E i rischi sono attesi al ribasso per l’FMI, secondo cui pesano le tensioni commerciali tra USA e Cina da un lato e l’ipotesi di una Brexit senza accordo di transizione dall’altro. Vero è anche, però, che per contro l’istituto si è mostrato cautamente fiducioso sulla possibilità che le prime due potenze mondiali raggiungano un’intesa per evitare l’escalation sui dazi.

Commentando il quadro fosco uscito dall’ultimo aggiornamento al “World Economic Outlook”, il capo-economista dell’FMI, Gita Gopinath, ha proposto stimoli fiscali coordinati nel caso di un rallentamento più severo per l’economia mondiale, attraverso una “sincronizzazione della spesa fiscale”. In pratica, l’FMI starebbe suggerendo apertamente alle principali economie del pianeta di sventare il rischio di una crisi globale aumentando la spesa pubblica e/o tagliando le tasse. Viceversa, teme che la Cina possa reagire con stimoli eccessivi all’eventualità di un mancato accordo sui dazi con gli USA, rendendo potenzialmente ancora più fragili le sue basi finanziarie.

Leva fiscale improbabile

Tuttavia, in tema di stimoli fiscali, il suggerimento sembra rivolto essenzialmente all’Eurozona, visto che gli USA sono reduci proprio del maggiore taglio delle tasse (in deficit) dall’era Reagan e per 1.400 miliardi di dollari, il quale nello scorso anno ha accelerato la crescita del pil fino all’apice del 4,2% nel secondo trimestre, esitando un +2,9% nell’intero 2018.

In più, con la conquista della Camera dei Rappresentanti da parte dei democratici, da qui alle elezioni presidenziali non sembra ipotizzabile che il Congresso sostenga nuovi piani espansivi della Casa Bianca. E anche il Giappone, con un debito pubblico ormai sopra il 250% del pil, non gode più di spazi di manovra sul questo fronte, anzi sta cercando di ridurre progressivamente il deficit, anche innalzando le tasse, come l’IVA. Viceversa, l’unione monetaria dispone di spazi di intervento, anche se non tutta: la Germania chiude i bilanci in attivo dal 2014, così come complessivamente gli stati del centro-nord esitano avanzi fiscali. Al contrario, altre grandi economie come Francia, Spagna e Italia continuano a registrare deficit in prossimità o persino oltre la soglia del 3%, quella massima consentita dal Patto di stabilità.

Non è un caso che dopo avere stimolato l’economia tramite la leva fiscale, il presidente Donald Trump abbia rivolto le sue attenzioni alla Federal Reserve, acuendo i toni contro il rialzo dei tassi da parte del governatore Jerome Powell, fino a definire l’istituto “fuori di testa”. Negli ultimi giorni, dopo avere ottenuto lo stop alla stretta monetaria per tutto quest’anno, Trump è tornato all’attacco, sostenendo che l’economia americana avrebbe bisogno di un taglio dei tassi ed eventualmente anche di un quarto ciclo di “quantitative easing”, cioè di acquisti di Treasuries. L’obiettivo è chiaro: impedire con ogni mezzo che gli USA entrino in recessione da qui alle presidenziali tra un anno e mezzo. E considerando che crescono ormai ininterrottamente da 10 anni, il rischio che ciò accada diventa sempre più elevato da trimestre in trimestre. Del resto, bisogno tornare al periodo compreso tra il 1991 e il 2001 per trovare in tempi recenti una fase espansiva di questa durata.

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Difficile, però, che l’appello dell’FMI venga raccolto.

L’Eurozona non ha un Tesoro unico e, pertanto, nemmeno un’unica politica fiscale, che semmai tende a convergere tra gli stati membri. E la Germania non sembra intenzionata ad aumentare la spesa pubblica o a tagliare le tasse in misura tale da mettere a repentaglio la politica dello “Schwarze Null” inaugurata negli anni scorsi dall’ex ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble. Lo scorso anno, ha chiuso con un rapporto debito/pil poco sotto il 60%. Probabile che Berlino punti a consolidare il trend discendente, così da disporre di margini di manovra alla prossima crisi e senza violare il tetto di riferimento inserito nel Patto di stabilità del 1997. Comunque, ha già aumentato gli stipendi pubblici dell’8% e le tasse di una decina di miliardi di euro, per cui il governo federale ritiene di avere fatto, tutto sommato, la sua parte.

Leva monetaria solo in America

Ora, se la Fed dispone di 250 punti base da tagliare per reagire all’arrivo di un’eventuale crisi, non lo stesso dicasi della BCE, i cui tassi sono ancora a zero e che ha da qualche mese soltanto cessato gli acquisti di assets con il QE. I rendimenti americani sono su livelli reali positivi, contrariamente a quelli dell’area, in cui restano sottozero fino a scadenze anche lunghe nei paesi con rating più solidi. Questa divergenza segnala che in America il mercato possa attendersi una riduzione dei tassi, in Europa no. Dunque, la leva monetaria è qui esaurita e inefficace, così come in Giappone. Un bel problema per Bruxelles, perché se l’economia rallentasse eccessivamente nell’area o se entrasse persino in recessione, non si avrebbero strumenti adeguati per reagire. Gli stati del sud non potrebbero fare deficit e quelli del nord non vogliono farli. E, in ogni caso, i primi dovrebbero confidare nell’effetto benefico delle manovre espansive dei secondi per riprendersi, cosa alquanto dubbia.

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In questo clima, cruciale si riveleranno gli sviluppi internazionali.

Bisogna evitare una guerra dei dazi tra le principali potenze, perché il rallentamento del commercio mondiale colpirebbe economie esportatrici come Germania, Italia e Cina. E l’FMI stima proprio una crescita meno dinamica degli scambi, del 3,4% contro il 3,8% del 2018, sostanzialmente in linea con la crescita del pil reale globale, ma inferiore a quella nominale. In pratica, il rapporto tra scambi commerciali e pil quest’anno tenderà a diminuire, un segno non certo positivo nell’era della globalizzazione. E la Brexit senza accordo infierirebbe con incertezze sulla regolazione del commercio tra Regno Unito e UE, minacciando le esportazioni di paesi come Germania, Olanda, Francia e Italia. Per Roma e Berlino, in particolare, sarebbe quel colpo di grazia in grado di far traballare le rispettive economie da una crescita quasi azzerata verso una recessione conclamata e non più solo “tecnica” per quanto ci riguarda.

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