Credito d’imposta sulle perdite nei PIR, ovvero come intrappolare gli investimenti degli italiani

I Piani Individuali di Risparmio non decollano e il governo se ne inventa una all'anno per sostenerli. L'ultima è da bolscevismo finanziario.

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Credito d'imposta sui PIR

All’inizio furono i PIR, acronimo per Piani Individuali di Risparmio. Poi, arrivarono i Nuovi PIR con il governo Conte-1, con il Conte-bis siamo giunti ai PIR alternativi e con la legge di Bilancio 2021 ne hanno inventata un’altra ancora più esilarante: il credito d’imposta sulle perdite. Procediamo con ordine. Era il 2016 e nelle ultime settimane dell’anno, a Palazzo Chigi si avvicendavano Matteo Renzi con Paolo Gentiloni. In sede di bilancio venne escogitata la formula dei PIR, un modo per convogliare l’elevato risparmio degli italiani in investimenti domestici. Si tratta di contenitori esentasse (niente imposte sui proventi realizzati e di successione), ma a certe condizioni. Queste le caratteristiche salienti:

  • 70% degli investimenti del PIR devono essere rivolti a strumenti finanziari emessi da imprese italiane o con sede in UE o SEE, ma con organizzazione stabile in Italia;
  • almeno il 30% del 70% (21% dell’investimento complessivo) deve essere impiegato in strumenti emessi da società diverse da quelle quotate nell’indice FTSE MIB, FTSE Mid Cap o equivalenti;
  • limite di concentrazione del 10% riguardo agli strumenti emessi dalla stessa impresa o dallo stesso gruppo societario;
  • investimento massimo di 30 mila euro all’anno e complessivo di 150 mila euro;
  • detenzione minima del PIR per 5 anni.

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La riforma dei PIR

Lo scorso anno, il governo Conte ha dato attuazione a una riforma perseguita con la legge di Bilancio 2019 e relativa ai PIR istituiti a decorrere dal 2019. Si differenziano dalla normativa precedente per un ulteriore vincolo: il 5% del 70% degli investimenti vincolati agli strumenti finanziari emessi da imprese italiane o con organizzazione stabile in Italia deve riguardare le cosiddette “micro-imprese”, per l’esattezza il 3,5% quelle quotate all’AIM e il 3,5% destinato al Venture Capital.

La reazione degli operatori fu pessima. Il nuovo vincolo introduce nei fatti una rigidità operativa difficilmente sormontabile, trattandosi di poche imprese beneficiarie e di strumenti illiquidi.

E così, arriviamo al 2020, quando con il Decreto “Rilancio” si introducono i PIR alternativi:

  • il 70% deve essere investiti in strumenti finanziari emessi da imprese italiane o con organizzazione stabile in Italia per almeno i due terzi dell’anno;
  • oltre agli strumenti finanziari, si può investire anche in prestiti erogati alle PMI o nei loro crediti;
  • tetto alla concentrazione elevato dal 10% al 20%;
  • tetto massimo all’investimento annuo elevato a 300 mila euro e complessivo a 1,5 milioni di euro;
  • possibile costituzione dei PIR anche tramite FIA, quali Eltif, fondi di Private Equity, fondi di private debt e fondi di credito.

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Ma i PIR non decollano

I risultati? Il primo anno fu indubbiamente positivo, giacché nel solo 2017 vennero raccolti 15,8 miliardi di capitali. Al termine del 2018, il patrimonio saliva solamente a 17,4 miliardi e al 2019 a 18,7 miliardi. Quest’anno, al 30 novembre, risulta sceso a 14,5 miliardi. Sul dato negativo pesa certamente la contrazione del mercato, ma la raccolta stessa è stata in rosso per 563 milioni di euro. Difficile che il solo mese di dicembre, pur favorevole sui mercati, possa da solo mutare il bilancio. Di fatto, nei PIR è investito appena il 2% dei capitali italiani impiegati nei fondi aperti. Possiamo parlare di flop? Dipende. In valore assoluto, senz’altro. Tuttavia, c’è da dire che parliamo di un mercato di riferimento di dimensioni ridotte, anche se l’intento del legislatore era stato sin dall’inizio di renderlo più liquido e di far fluire i capitali nell’economia reale italiana.

Ad ogni modo, non sazio di un intervento all’anno, il governo ha inserito nella legge di Bilancio 2021 una nuova norma in materia, al fine di concedere ai PIR costituiti dall’1 gennaio 2021 e investiti entro la fine del 2021 un credito d’imposta pari alle minusvalenze accusate e ai differenziali negativi, purché non superiori al 20% del valore dell’investimento e il PIR venga mantenuto per non meno di 5 anni.

Il credito d’imposta verrebbe usufruito in 10 rate annuali, in sede di dichiarazione dei redditi. In pratica, il governo Conte sta dando vita a una categoria di investimenti a rischio zero, almeno fino a un certo punto.

Essendo falliti tutti i precedenti tentativi distorsivi riguardo alle modalità di impiego dei capitali da parte degli italiani, adesso si implorano i risparmiatori a investire nel Bel Paese fino al punto di garantire che quand’anche dovessero registrare perdite, queste verranno loro coperte dallo stato. Una sorta di bolscevismo finanziario persino di natura regressiva, dato che i contribuenti (anche i più poveri) si ritroverebbero a pagare per gli eventuali cattivi investimenti di quella fetta della popolazione certamente non la meno abbiente. Assurdità di un legislatore, che anziché attirare capitali con riforme strutturali, punta a stratagemmi di bassa lega per modificare i piani di investimento delle famiglie. Con la speranza (nostra) che queste non abbocchino.

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