L’alta inflazione non spaventa governi e banche centrali: così abbatteranno il debito pubblico

Il costo del debito pubblico dipende dal rapporto tra rendimenti sovrani e tassi d'inflazione. Alla BCE ci penseranno due volte prima di restringere troppo le condizioni monetarie.

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Il costo del debito si ridurrà tramite l'inflazione

L’inflazione sta risalendo nel mondo dopo un anno abbondante di pandemia e l’uscita graduale dalla fase sanitaria più critica, grazie alle vaccinazioni. Se i mercati finanziari tremano all’idea di tornare ad avere a che fare con tassi d’interesse in risalita, banche centrali e governi appaiono tutt’altro che spaventati dalla reflazione. E c’è un motivo: la loro principale preoccupazione consiste nel tenere basso il costo del debito.

Con la pandemia, l’indebitamento degli stati e, in molti casi, delle imprese è salito. La necessità di assistere le categorie colpite dalle chiusure e di fronteggiare la crisi sanitaria ha spinto in alto i disavanzi pubblici, spesso anche alla doppia cifra. I bilanci non torneranno ordinati come nell’era pre-Covid prima di alcuni anni da oggi. Il deficit dell’Italia, per ammissione dello stesso governo Draghi, non scenderà sotto il 3% prima del 2025.

Ora, l’inflazione può dare effettivamente una mano a contenere il costo del debito. Se essa risulterà superiore ai rendimenti medi all’emissione, i governi si rifinanzieranno nei prossimi mesi e anni a costi reali negativi. Ceteris paribus, ciò accelererebbe la discesa dei rapporti debito/PIL. L’Italia nell’ultimo decennio si è indebitata per l’80% del tempo a tassi reali positivi. Lo si deduce dai dati sotto riportati. Abbiamo, anzitutto, il tasso medio d’indebitamento nel corso dell’anno e tra parentesi il tasso d’inflazione. La differenza esita il costo del debito reale.

  1. 2011: 3,61% (2,78%) = 0,83%
  2. 2012: 3,11% (3,04%) = 0,07%
  3. 2013: 2,08% (1,22%) = 0,86%
  4. 2014: 1,35% (0,24%) = 1,11%
  5. 2015: 0,70% (0,04%) = 0,66%
  6. 2016: 0,55% (-0,09%)= 0,64%
  7. 2017: 0,68% (1,23%) = -0,55%
  8. 2018: 1,07% (1,14%) = -0,07%
  9. 2019: 0,93% (0,61%) = 0,32%
  10. 2020: 0,59% (-0,14%) = 0,73%

Costo del debito nell’ultimo decennio

Come vediamo, solamente nel 2017 e nel 2018 lo stato italiano è riuscito a indebitarsi a tassi reali negativi. In tutti gli altri anni, i rendimenti medi ponderati hanno superato i tassi d’inflazione.

In media, nel decennio 2011-2020 il costo del debito reale è stato dello 0,46%. Poco, ma pur sempre positivo. In effetti, se è vero che i rendimenti sovrani siano crollati dal 3,61% del 2011 allo 0,59% del 2020, d’altra parte l’inflazione è stata bassa come mai nei decenni precedenti, assumendo persino valori negativi nel 2016 e nel 2020.

Se nei prossimi anni il costo del debito nominale si attestasse su valori anche superiori a quelli visti negli ultimi tempi, ma restando al di sotto della futura inflazione italiana, le finanze statali uscirebbero rafforzate dal trend. Dovete tenere in mente che l’inflazione “gonfia” il valore nominale del PIL, cioè il denominatore del rapporto debito/PIL. Inoltre, aumenta artificiosamente anche le entrate fiscali: i redditi crescono per il solo aumentare dei prezzi e il gettito sale con essi.

Peraltro, con una pressione fiscale progressiva, come nel caso dell’IRPEF, si ha il cosiddetto fenomeno del “drenaggio fiscale”. Poiché i redditi salgono, quando entrano a far parte di uno scaglione d’imposta superiore sono gravati da un’aliquota più alta. Dunque, il contribuente paga più tasse in proporzione al reddito, ma senza necessariamente percepirne uno più alto in termini reali.

La breve spinta dell’inflazione

Quant’è probabile che l’inflazione europea, italiana inclusa, acceleri a livelli moderati nei prossimi mesi e anni? Dipende da diversi fattori. In primis, dalla velocità con cui l’economia nell’Eurozona si riprenderà dalla pandemia. Poiché trattasi della seconda nel mondo dopo gli USA, influenzerà il trend futuro dei prezzi delle materie prime. E a loro volta, essi si ripercuoteranno sui costi di produzione e i prezzi al consumo. Ma c’è anche l’operato delle banche centrali a influire sul loro corso. Un tempestivo rialzo dei tassi, oltre che il ritiro degli stimoli monetari, aumenterebbero il costo del denaro, rallentando i ritmi di crescita dell’inflazione.

Una stretta monetaria, quindi, aumenterebbe il costo del debito reale: rendimenti nominali su, specie nel tratto medio-breve della curva; inflazione giù.

Ma una parte del mercato e gli stessi governi scommettono sulla tolleranza delle principali banche centrali verso tassi d’inflazione “moderati”. In sintesi, esse accetterebbero per un periodo non brevi un’inflazione sopra il target, cioè tra il 2% e il 3%. Se così fosse, i tassi d’interesse reali resterebbero nettamente negativi.

Ma non sembra essere uno scenario duraturo. Ammesso che le banche centrali tollerino un’inflazione in deciso rialzo, questa dovrebbe stabilizzarsi nel medio termine sui livelli “strutturali” del periodo pre-Covid. Una volta che le economie avranno cancellato le perdite legate alla pandemia, torneranno a crescere sostanzialmente ai ritmi ordinari del recente passato. Non ci sarebbe più ragione per credere che l’inflazione continui ad accelerare o a restare sopra il 2%. Dunque, il costo del debito può essere abbattuto fino alla completa normalizzazione dell’economia mondiale. D’altra parte, proprio lo stato d’eccezione di questa fase spinge i governi a indebitarsi a ritmi impensabili fino a un anno fa. Non saranno gli artifici matematici a risolvere la questione fiscale.

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