Così la BCE di Draghi ha solo rinviato di anni la fine dell’euro

La BCE di Mario Draghi è nell'occhio del ciclone in Germania per avere avallato l'irresponsabilità fiscale nell'Eurozona. Da salvatore dell'euro, rischia di averne solo rinviato la fine.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La BCE di Mario Draghi è nell'occhio del ciclone in Germania per avere avallato l'irresponsabilità fiscale nell'Eurozona. Da salvatore dell'euro, rischia di averne solo rinviato la fine.

I tedeschi attaccano pesantemente l’Italia. In un articolo di Der Spiegel, a firma di Jan Fleischhauer e dal titolo eloquente “Gli scrocconi di Roma” (“Die Schnorrer von Rom”), non vengono risparmiati gli epiteti più duri contro il nostro Paese, accusato di avere superato persino il concetto di elemosina, visto che “almeno i mendicanti dicono grazie”. Il riferimento è ai presunti aiuti ricevuti per vivere sopra le nostre possibilità (“dolce far niente”) dal resto dell’Eurozona e che adesso non vorremmo nemmeno restituire. Di cosa parla il discutibilissimo autore dell’articolo? Della BCE di Mario Draghi. E lo dichiara esplicitamente. Attenzione, le parole di Fleischhauer si commentano da sé e non varrebbe la pena nemmeno soffermarcisi, tanto sono prive di intelligenza. Tuttavia, esse segnalano il concreto nervosismo esploso in questi giorni in Germania e che covava da diversi anni. I tedeschi, con l’arrivo del governo giallo-verde, stanno assistendo da una parte alla conferma di tutti i loro sospetti più negativi sull’Italia, dall’altro alla dimostrazione che la loro opposizione alla linea di Francoforte e Bruxelles negli ultimi anni sarebbe stata corretta, insomma che avrebbero avuto ragione.

Perché Germania ed Europa non calcheranno la mano contro l’Italia giallo-verde

Ecco di cosa parliamo. Era il 26 luglio del 2012, quando il governatore della BCE, Mario Draghi, prometteva ai mercati di fare tutto ciò che fosse nelle sue possibilità (“whatever it takes”) per salvare l’euro. La tempesta finanziaria infuriava ai massimi livelli in quei giorni, ma le parole dell’italiano, pronunciate fortuitamente da Londra, servirono a calmare pian piano le acque. Gli spread si riducevano, le borse risalivano e l’euro veniva messo in salvo dal varo dell’Outright Monetary Transactions (OMT), ribattezzato dalle cronache come piano anti-spread, sinora mai attuato. Sin dal debutto alla presidenza della BCE, il suo approccio era stato di rottura con l’ortodossia monetaria: più di 1.000 miliardi all’1% di interesse e fino a 4 anni furono erogati alle banche dell’Eurozona tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012, di cui 255 miliardi finirono nei bilanci degli istituti italiani. Un immenso fiume di denaro, che formalmente serviva per migliorare i livelli di liquidità delle banche, sostenere il mercato del credito e rasserenare gli investitori, nella pratica è finito sostanzialmente per abbellire i bilanci e, soprattutto, per consentire alle banche di acquistare titoli di stato, i cui prezzi erano in caduta libera.

La rottura tra Draghi e tedeschi

I tedeschi mugugnarono non poco, ma alla fine quasi si ritrovarono sollevati per avere evitato la fine dell’euro. E’ stato con il “quantitative easing”, tuttavia, che tra Draghi e la Bundesbank si è arrivati alla rottura. Già alla metà del 2014, il governatore italiano segnalava l’intenzione di tagliare i tassi e introdurre anche per l’Eurozona misure non convenzionali, come quelle varate sin dalla fine del 2008 dalla Federal Reserve, ovvero l’acquisto di titoli di stato e altri assets. Sempre formalmente, l’obiettivo consisteva nel sostenere le aspettative d’inflazione, anch’esse pericolosamente azzerate in quei mesi, ma nella sostanza il QE si traduceva sin da subito in un sostegno diretto ai governi nazionali, abbassando i loro costi di rifinanziamento dei debiti e, quindi, concedendo loro maggiori margini di manovra sul piano fiscale. Ossigeno per un’economia come l’Italia, che dal 2008 aveva vissuto ben 5 anni di recessione e un tracollo cumulato del pil del 10%. Nel frattempo, i tassi sui depositi overnight erano stati portati sottozero, spingendo il cambio euro-dollaro da 1,40 a un minimo di poco superiore alla parità toccato a inizio 2017.

La Bundesbank ribadisce il no nuovi stimoli BCE: si cresce solo con le riforme

L’indebolimento del cambio contribuì al rilancio della crescita nell’area, via esportazioni. Il caso emblematico è stato proprio l’Italia, che ormai registra un avanzo commerciale netto al 3% del pil, secondo solo alla Germania in valore assoluto nell’Eurozona. I tedeschi si opposero al QE strenuamente e con argomentazioni ignorate dai più e ritenute tutt’al più teoriche e poco pratiche. Il governatore Jens Weidmann sostenne e continua a sostenere a tutt’oggi che gli stimoli monetari, oltre a produrre effetti collaterali potenzialmente molto rischiosi, avrebbero alimentato un azzardo morale tra i governi, spingendoli a ritardare o accantonare il varo delle riforme, non avvertendo più la pressione dei mercati. In effetti, con 60 e fino a un massimo di 80 miliardi di liquidità mensile iniettata sin dal marzo 2015 (tagliata a 30 miliardi dal gennaio scorso), i rendimenti sovrani sono crollati ai minimi storici e passati in territorio negativo per le scadenze medio-brevi.

Draghi rischia di finire sul banco degli imputati

L’Italia, che alla fine del 2011 era stata la principale vittima della crisi dello spread, la quale portava alle dimissioni il governo Berlusconi, inizia a emettere debito a rendimenti medi quasi nulli, negativi fino alle scadenze triennali. Merito di chi? Di Draghi, ovvio. Ma ai governi che si sono succeduti nel tempo è importato poco. Hanno battuto i pugni a Bruxelles per chiedere flessibilità fiscale e in cambio hanno varato qualche riforma poco duratura e persino pasticciata. Insomma, il tempo concessoci da Francoforte per migliorare i nostri bilanci e rilanciare la crescita è andato sprecato. In politica si è diffusa la convinzione che potremmo permetterci di continuare a fare debiti per crescere, anzi che dovremmo persino puntare sulla spesa in deficit per rilanciare il pil. I mercati, drogati da abbondante liquidità, hanno ignorato il dibattito schizofrenico a Roma e hanno continuato ad acquistare BTp come se non vi fosse un domani. Risultato? Oggi iniziano a interrogarsi se non hanno commesso una stupidaggine.

Conti pubblici, flessibilità infinita per Renzi dipende da due grossi errori di Draghi

Cosa potevate immaginare che accadesse in uno stato, in cui il governo stesso chiede più deficit per crescere? Semplice, le opposizioni hanno alzato la posta e adesso che stavano per formare il governo minacciavano seriamente l’uscita dall’euro, nel caso in cui le loro istanze non fossero state accolte dai commissari europei. La richiesta, poi smentita, di condono del debito pubblico in mano alla BCE sarà stata solo tattica per preparare Bruxelles al cambio di passo. Viste così le cose, forse i tedeschi hanno ragione quando spiegano che si è arrivati al punto in cui siamo per colpa di Draghi. Egli ha salvato l’euro 6 anni fa e tutti gliene danno merito, ma al costo di avere fatto compiere passi indietro a gran parte delle economie dell’area su riforme e risanamento fiscale, come confermano i casi di Francia e Spagna, in particolare.

Senza l’intervento di Draghi, l’euro sarebbe forse scomparso in quella tesa estate del 2012 o forse i governi dell’area avrebbero dovuto mostrarsi massimamente responsabili nel cercare di rassicurare gli investitori sulla sostenibilità delle rispettive finanze statali. E sempre forse, è probabile che la Germania, pur controvoglia, fosse stata costretta ad accettare minime dosi di condivisione dei rischi sovrani e bancari, andando incontro altrimenti alla fine di un progetto per il quale aveva investito capitale politico e finanziario per tre decenni. Invece, tra liquidità a pioggia per le banche, tassi azzerati e negativi, QE e promesse salvifiche, la BCE ha rinviato i nodi solo di alcuni anni. Certo, responsabilità anche di chi, come Berlino, non ha approfittato della tregua concessa all’area sui mercati, preferendo calciare il barattolo e attendere che una qualche ripresa economica inverosimile avrebbe risolto automaticamente tutti i problemi. Resta il fatto che Draghi rischia di concludere il mandato con la terza economia dell’Eurozona, nonché suo paese di provenienza, a minacciare l’uscita dall’euro o in preda alla stessa tempesta finanziaria che si era trovato ad affrontare a inizio mandato. Si torna a dove tutto era iniziato. Anni gettati alle ortiche e tedeschi col dito puntato a dirgli “te l’avevamo detto!”. Unica consolazione: siederà sul banco degli imputati insieme ai commissari di Bruxelles, rei di avere avallato ogni sorta di richiesta di flessibilità fiscale a mezza Europa.

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Bce, bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, rendimenti bond, Spread, stimoli monetari

I commenti sono chiusi.