Cos’è la tassa sul contante che Renzi vuole imporre al 10-15%?

L'ex premier propone di tassare il denaro contante custodito nelle cassette di sicurezza e che frutterebbe allo stato un gettito miliardario, immettendo tanta liquidità sul mercato.

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L'ex premier propone di tassare il denaro contante custodito nelle cassette di sicurezza e che frutterebbe allo stato un gettito miliardario, immettendo tanta liquidità sul mercato.

Ritorna il dibattito intorno alla tassa sul contante dopo la proposta avanzata dall’ex premier Matteo Renzi di imporre un’aliquota del 10-15% sul denaro custodito dagli italiani nelle cassette di sicurezza o nascosto sotto il materasso. Secondo l’attuale leader di Italia Viva e membro della maggioranza “giallo-rossa”, così si avrebbe modo di immettere in circolazione 100 miliardi di euro. Di cosa si tratta di preciso? E’ un’idea di cui si discute da anni. Nell’estate scorsa ne parlò l’altro Matteo, che di cognome fa Salvini e che allora era ministro dell’Interno. Egli propose una “voluntary disclosure” per il contante depositato nelle cassette di sicurezza e che sarebbe stato sottoposto alle stesse aliquote marginali IRPEF, scontate di sanzioni e interessi. Anche in quel caso, l’obiettivo consisteva sia nel fare cassa, sia nel rimettere in circolazione liquidità fresca da poter essere impiegata a scopi produttivi, vivacizzando l’economia.

Come fare emergere il denaro nelle cassette di sicurezza per favorire l’economia

Secondo Banca d’Italia, gli italiani deterrebbero fino a 200 miliardi di denaro contante e preziosi custoditi nelle 3,4 milioni di cassette di sicurezza stimate esistere presso le 25.000 filiali bancarie presenti sul nostro territorio nazionale. Qual è l’origine di questa ricchezza? Di primo acchito, sospetteremmo che sia frutto di economia sommersa, ossia di evasione fiscale, se non di azioni criminali. Altrimenti, non ci sarebbe teoricamente alcuna ragione per non farlo emergere, magari depositandolo su uno o più conti correnti.

Tuttavia, l’equazione tra contante nascosto e criminalità/evasione fiscale non è così semplice come crediamo. Molti italiani potrebbero aver deciso negli ultimi anni di parcheggiare liquidità presso una cassetta di sicurezza per sfuggire al rischio di una crisi bancaria.

Se anche l’istituto fallisse, infatti, quel denaro tornerebbe nelle mani del legittimo titolare, in quanto con la custodia si dà vita semplicemente a un contratto di deposito, a differenza di quanto accade quando si accende un conto corrente.

Lotta al contante per fare cassa

Peraltro, potrebbe persino risultare più economico affittare una cassetta di sicurezza che non aprire un conto. La prima prevede il pagamento di un canone annuale che mediamente si aggira sui 150 euro, il secondo impone sia generalmente il pagamento di un canone mensile/trimestrale, sia l’imposta di bollo, che sulle giacenze dei conti deposito grava per lo 0,2%, a fronte di interessi attivi (per il risparmiatore) sostanzialmente nulli. Quanto ai preziosi, l’origine illegale si affievolirebbe di gran lunga. E’ evidente che sia molto più sicuro custodire gioielli, oro e diamanti in banca, anziché a casa.

Non sappiamo quanti di questi presunti 150-200 miliardi di euro verrebbero allo scoperto con una iniziativa volta a “ripulirli” per poter essere utilizzati, una volta scontata l’imposta. Di certo, l’iniziativa di per sé andrebbe incontro all’esigenza di molti italiani di mettersi il cuore in pace con il fisco. E a chi oppone ragioni di equità fiscale e/o di rispetto delle leggi bisognerebbe far capire che, parcheggiato in banca o sotto il materasso, quel denaro non profuma di legalità, in ogni caso. Queste proposte, però, si trascinano un retropensiero predominante nella classe politica, cioè che il denaro contante sia sinonimo di malaffare o di tasse non pagate.

Prima del Coronavirus, in sede di varo della legge di Stabilità 2020, era emersa la volontà del governo di lottare contro l’uso del contante, rendendo tra l’altro obbligatorio il possesso del POS e differenziando le aliquote IVA sulla base della forma di pagamento. Con la pandemia e la riduzione della socialità, questo ragionamento è sembrato persino rafforzarsi, con Vittorio Colao, capo della task force voluta dal governo per gestire l’emergenza, ad avere dichiarato che non ci sarebbe alcun bisogno di prelevare al bancomat per fare acquisti.

Il ritornello tornerà ancora più di moda con l’arrivo dell’autunno, quando il governo dovrà iniziare a fare cassa per proiettarsi nella fase post-Coronavirus. E già ieri in conferenza stampa, il premier Giuseppe Conte ha tirato fuori il cavallo di battaglia della sinistra: “pagare tutti, pagare meno”. Chi ha orecchie per intendere, intenda!

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