Cosa succede alle economie emergenti? Segnali inquietanti da Sudamerica e Asia

L'attesa di un rialzo dei rendimenti negli USA e in Europa sta facendo crollare le valute delle economie emergenti. C'è il rischio di un'instabilità finanziaria di portata globale.

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Le borse europee aprono in fibrillazione stamane, dopo la chiusura negativa di venerdì scorso di Wall Street e il tonfo di questa mattina a Tokyo. La ragione dei crolli è una: la paura che le economie emergenti possano scoppiare.

E’ accaduto in questi anni che le banche centrali di USA, Eurozona, Regno Unito, Cina e Giappone abbiano inondato i mercati finanziari di un’immensa liquidità, al fine di abbassare i tassi (azzerati) e di favorire così la ripresa. Ma in economia c’è una lezione che vale sempre e per tutti: non esistono i “pasti gratis” (“free meals”). 

Tassi zero hanno provocato una fuga dei capitali verso le economie emergenti, dove i maggiori rendimenti hanno allettato gli investitori. Ne è conseguito un boom delle borse in questi mercati, un’impennata degli investimenti diretti e un rafforzamento delle valute. Fino al maggio del 2013.

Dal “tapering” alla crisi delle valute emergenti

Otto mesi fa, il governatore uscente della Federal Reserve, Ben Bernanke, annunciava che entro l’anno avrebbe ridotto gli stimoli monetari, dando vita al famoso “tapering”. Seppur con incertezze, la promessa è stata mantenuta e il “tapering” avviato da questo mese di gennaio. E domani e mercoledì, dopo il board del Fomc, braccio operativo della Fed, la banca centrale americana potrebbe ridurre ulteriormente gli stimoli, grazie ai buoni dati dell’economia reale negli USA.

Tuttavia, pompare meno liquidità in circolazione implica maggiori rendimenti attesi, tanto che i tassi Treasuries a 10 anni oggi si aggirano sul 3%, quando erano la metà nel maggio dello scorso anno. Da qui, un deflusso di capitali dalle economie emergenti verso gli USA e l’Europa. Un ritorno a casa dei miliardi di dollari prima fluiti in Asia e Sud America.

Gli scricchiolii delle valute emergenti si sono registrati già nell’estate del 2013, specie per rupia indiana, rupia indonesiana, lira turca, reais brasiliano e rand sudafricano. Si pensava che il mercato avesse scontato più o meno già l’effetto di un rialzo dei rendimenti negli USA e, in parte, nell’Area Euro, ma forse non è così.

Il risultato è che la lira turca traballa vistosamente, mettendo a rischio la stabilità finanziaria ed economica di Ankara, il Brasile ha già iniziato ad alzare i tassi contro il temuto crollo del reais e per combattere l’inflazione; l’India ha in parte già compiuto il suo dovere, ma deve fare i conti con un trend di capitali in uscita e la stessa Cina, ormai poco emergente e abbastanza emersa, vive una fase potenzialmente drammatica, a rischio “credit crunch” e con molti fondi e banche esposti al rischio default (si veda quello annunciato da CEQ1 per il 31 gennaio).

I casi di Argentina e Venezuela

Poiché le sfortune non arrivano mai da sole, nel frattempo ci si mettono anche Argentina e Venezuela a scuotere i mercati valutari. La prima si sta arrendendo sempre più alla realtà e sin da oggi potrebbe non essere più in grado o volenterosa di difendere il tasso di cambio tra peso e dollaro (ora a quota 8). Caracas ufficialmente mantiene il cambio fisso a 6,3 tra bolivar per dollaro, quando sul mercato nero si ha un tasso di 79, ma presto potrebbe essere anch’essa costretta ad abbandonare la valuta alle oscillazioni del mercato.

Il punto è che le valute di mezzo mondo ballano. E dire che la festa deve ancora iniziare.

 

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