Cosa salverebbe l’Italia togliendo le castagne dal fuoco alla BCE? Il crollo del petrolio

A salvare l'Italia da una nuova tempesta finanziaria sarebbe la BCE, ma senza un crollo del petrolio Draghi avrà verosimilmente le mani legate.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
A salvare l'Italia da una nuova tempesta finanziaria sarebbe la BCE, ma senza un crollo del petrolio Draghi avrà verosimilmente le mani legate.

L’Italia ha colpito con un pugno in faccia la UE. Il deficit fissato al 2,4% per i prossimi 3 anni rappresenta a tutti gli effetti una separazione tra Roma e Bruxelles, la fine di un’era di politica accomodante a Palazzo Chigi, nonostante sul piano dei numeri non vi sia un reale cambio di direzione. Negli ultimi 5 anni, ad esempio, il deficit medio nel nostro Paese si è attestato al 2,5% e nell’ultimo decennio al 2,9%. Quello che spaventa i commissari è che il governo giallo-verde abbia esibito la volontà di ignorare qualsiasi loro appello alla disciplina fiscale, un atto di vera disobbedienza pubblica, inaccettabile per la pericolante impalcatura dell’euro. I mercati sono tornati a bombardare i nostri BTp, che nel corso della seduta di ieri hanno toccato il rendimento decennale del 3,27%, con lo spread ad essersi ampliato fino a oltre 280 punti base. A soffrire particolarmente sono state le banche italiane, che in borsa hanno perso fino al 7,7%, zavorrate dal peso di 383,5 miliardi di titoli di stato nazionali detenuti a bilancio al luglio scorso.

Se non è tempesta finanziaria, poco ci manca. Di fatto, dopo settimane di rasserenamento sulla fiducia che il governo limitasse il deficit sotto il 2%, gli investitori sono tornati a vendere i nostri bond. Temono che le distanze tra Roma e resto dell’Eurozona si amplino e hanno preso atto che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non sia in grado di tenere a bada i partiti “populisti” ed euro-scettici della maggioranza, contando quanto il due di coppe quando la briscola è bastoni. Per la BCE, i problemi si aggravano. Il governatore Mario Draghi aveva iniziato il mandato proprio nel bel mezzo di quella crisi dello spread, che solo una settimana dopo il suo insediamento portava l’allora premier Silvio Berlusconi a rassegnare le dimissioni.

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Non siamo ancora giunti a quella fase estrema, anche perché i livelli assoluti dei rendimenti restano bassi sotto il profilo storico. Tuttavia, la situazione non è tranquillizzante. Draghi rischia di completare l’ottennato senza essere riuscito a mettere in salvo l’euro e con il suo stesso Paese d’origine a bruciare tra le fiamme appiccate da un attacco finanziario. Il peggio arriverebbe nel caso in cui le agenzie di rating si spingessero da qui a un mese a declassare il nostro rating sovrano al livello “junk” o “spazzatura”, perché a quel punto non vi sarebbe più nemmeno la possibilità di continuare ad acquistare bond italiani in fase di reinvestimento dei proventi incassati con il QE.

La crisi dei BTp e il rischio contagio

Sinora, l’esplosione dello spread sta riguardando solo l’Italia, ma non è detto che il contagio nel resto dell’area non si materializzi entro breve. Come nel 2011 rimanemmo vittime di una sfiducia verso l’euro dopo la crisi di Grecia, Irlanda, Portogallo e delle banche spagnole, adesso restituiremmo loro il favore. Senza un intervento della BCE simile a quel “whatever it takes” pronunciato il 26 luglio del 2012, salvare una nazione con 2.300 miliardi di euro di debito pubblico, di cui la media di 400 in scadenza ogni anno, sarebbe una mission impossible. “Too big to fail” o anche “troppo grandi per essere salvati”. Questa è la condizione in cui si trova l’Italia. Se perdessimo la fiducia dei mercati e i costi per rifinanziarci salissero a livelli proibitivi, dovremmo verosimilmente rinegoziare le scadenze (cosiddetto “roll-over”) e le condizioni annesse ai titoli già emessi (taglio del capitale o “haircut” e/o delle cedole), salvo che non decidessimo di rivolgerci a Francoforte per chiedere assistenza tramite l’OMT, il piano anti-spread studiato e messo a punto nell’estate terribile di 6 anni fa, ma che non è mai stato attuato, non fosse altro perché la BCE darebbe una mano acquistando bond dietro condizioni precise, ossia il rispetto di un decalogo di riforme, quelle che proprio la Roma giallo-verde non intende seguire.

Dire che siamo in una fase complicata della vita dell’euro è riduttivo. Mancano pochi mesi alle elezioni europee e se c’è qualcosa che Bruxelles non può permettersi sarebbe di lanciare segnali disgreganti sull’euro o di innescare una campagna elettorale infuocata tra europeisti ed euro-scettici. Se solo potesse, la BCE cercherebbe una scusa con cui giustificare la prosecuzione delle stamperie del QE anche dopo dicembre e il rinvio della stretta monetaria. L’economia nell’Eurozona sta già rallentando da inizio anno, mentre l’inflazione centra da mesi il target (“vicino, ma di poco inferiore al 2%”), un po’ poco per porre fine agli stimoli, rimangiandosi la parola ribadita fino all’ultimo board di settembre. E allora, non resta che confidare in un veloce deterioramento del quadro macro, magari facendo affidamento a quelle “condizioni esterne” effettivamente preoccupanti, tra cui Brexit e tensioni commerciali tra USA e Cina. Certo, sperare che le cose vadano male per poterle raddrizzare può apparire un paradosso, ma se l’alternativa fosse fingere che stiano bene e non poter fare nulla per impedire il disastro in arrivo, meglio la prima opzione, anche se di sicuro il quadro non porterebbe fortuna alle formazioni europeiste.

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Un crollo del petrolio sarebbe benefico

E, in particolare, il dato che giustificherebbe un passo indietro sul “tapering” da parte della BCE e al contempo indurrebbe la Federal Reserve a frenare sui prossimi rialzi dei tassi sarebbe uno: il crollo delle quotazioni del petrolio. Queste sono salite sopra gli 80 dollari al barile nelle ultime sedute, ai massimi da quasi 4 anni. Sembrerebbe che siano destinate ad apprezzarsi ulteriormente, tra sanzioni USA all’Iran, accordo russo-saudita per tenere in vita il taglio della produzione e tensioni geopolitiche varie nel Medio Oriente. Per contro, le avvisaglie di una “guerra” commerciale USA-Cina, il possibile rallentamento economico globale in atto e l’aumento dell’offerta americana giocano contro quotazioni in ascesa. Anche in questo caso, però, poco per credere in una brusca inversione di tendenza. Servirebbe un “casus belli” per assistere a un tonfo dei prezzi, magari allarmi lanciati sul fronte della crescita per le big dell’economia mondiale. Pensiamo un attimo che un barile costasse improvvisamente sui 60 dollari, un quarto in meno di oggi. L’impatto sull’inflazione presso le economie di USA, Europa e Giappone sarebbe depressivo, i target delle rispettive banche centrali tornerebbero ad essere (ancora più) disattesi al ribasso e il linguaggio dei governatori diverrebbe più accomodante.

La BCE allungherebbe il brodo del QE, i rendimenti sovrani nell’area scenderebbero e quelli italiani, pur restando superiori agli altri, tornerebbero in un’area di sicurezza, facendo respirare i nostri conti pubblici e allontanando lo scenario più cupo di un “sell-off” generalizzato e costante. Oggi come oggi, non è molto probabile che un simile scenario attecchisca, per quanto desiderabile per Draghi e lo stesso Jerome Powell. Sempre che non si mettano di traverso le agenzie di rating, perché se i BTp vengono classificati carta straccia, non ci sarebbero stimoli che tengano. E questo come scenario appare più probabile di un crollo del petrolio.

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Mario Draghi, Petrolio, quotazioni petrolio