Economia USA grande di nuovo? Non con i dazi, ma il taglio del deficit

Migliorare l'economia americana sembra l'obiettivo numero uno del presidente Donald Trump. Ma la politica dei dazi non sembra la giusta risposta, il taglio del deficit federale sì.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Migliorare l'economia americana sembra l'obiettivo numero uno del presidente Donald Trump. Ma la politica dei dazi non sembra la giusta risposta, il taglio del deficit federale sì.

“Make America Great Again” è stato più di uno slogan elettorale per Donald Trump. Da quando egli è entrato alla Casa Bianca, non passa giorno che non utilizzi l’espressione a corredo di una sua misura o di un impegno di imminente attuazione. “Rifare l’America Grande” è diventato un obiettivo per la presidenza del tycoon, che ha puntato sin dalla sua discesa nell’arena politica di due estati fa sulla riduzione del deficit commerciale, rilanciando le esportazioni made in USA, anche al costo di imporre dazi contro le merci cinesi e di altre economie, che barerebbero con tassi di cambio sottovalutati, come la Germania con l’euro. E poco importa se il presidente dell’unica super-potenza economico-militare venga tacciato di protezionismo, perché prima di ogni altra cosa, rapporti di buon vicinato inclusi (chiedete al Messico!), viene il ripristino della grandezza dell’industria americana.

I numeri, in effetti, dicono che il tasso di partecipazione al lavoro è oggi il più basso degli ultimi 40 anni al 63%, dati che lasciano supporre che minori persone sarebbero alla ricerca di un impiego per sfiducia di non trovarlo, cosa che terrebbe basso il tasso ufficiale di disoccupazione. Dall’accordo commerciale con Messico e Canada, siglato nel 1994, all’appello mancano anche 200.000 occupati nell’industria automobilistica del Michigan, un quarto della metà degli anni Novanta. (Leggi anche: Rinegoziazione NAFTA, perché Trump può alzare la voce con il Messico)

Bilancia commerciale e conti pubblici negativi negli USA

Viste così le cose, verrebbe da dire che Trump abbia ragione a volere minacciare il resto del pianeta con dazi sulle merci importate dagli USA. Il tema, però, è un po’ più profondo e delicato e passa per altre condizioni dell’economia americana. Negli ultimi 10 anni, il debito pubblico americano è raddoppiato alla cifra astronomica di quasi 20.000 miliardi di dollari.

Tra il 2007 e il 2016, il solo governo federale ha accumulato un deficit di 7.900 miliardi, pari al 5% del pil medio all’anno. Nello stesso decennio, gli USA hanno anche accumulato un disavanzo commerciale di 5.330 miliardi di dollari, pari a un deficit medio al 3,4% del pil. Quest’ultima cifra rappresenta la somma delle maggiori importazioni americane rispetto alle esportazioni nei 10 anni. La stessa bilancia dei pagamenti è stata negativa per complessivi 4.875 miliardi, segno che nell’arco del decennio sono affluiti appena 450 miliardi di capitali netti. (Leggi anche: Guerra commerciale, Trump attacca la Cina)

La teoria dei deficit gemelli

Che c’entra il deficit fiscale con quello commerciale? In economia, si chiamano deficit “gemelli”, perché si presume che vadano di pari passo. L’equazione si prova con una semplice formula aritmetica, ma il ragionamento che vi sta dietro è il seguente: un’economia dove la spesa pubblica è superiore alle entrate fiscali, ovvero in deficit, genera una domanda aggiuntiva; consumi, che i residenti di quella economia effettueranno in favore di beni prodotti in loco, ma anche all’estero.

Un paese costantemente in deficit fiscale, quindi, crea i presupposti per una bilancia commerciale in passivo. Stando ai dati USA, potremmo affermare che per ogni dollaro di spesa pubblica in eccesso, oltre i due terzi (67,5%) sono stati impiegati dagli americani per acquistare beni e servizi dall’estero. (Leggi anche: Deficit gemelli e il caso tedesco)

Tagliare il deficit per pareggiare la bilancia commerciale?

Se l’equazione sopra riportata fosse vera, i quasi 500 miliardi di importazioni nette del 2016 potrebbero essere tagliati non con dazi contro prodotti stranieri, i quali verosimilmente istigherebbero gli altri governi a ritorsioni commerciali, bensì riducendo il deficit pubblico dall’oltre il 3% dello scorso anno. Se fosse azzerato, per ipotesi, potremmo assistere a un crollo del disavanzo della bilancia commerciale dei tre quarti negli anni.

E, però, tagliare il deficit significa ridurre i servizi o qualche forma di spesa, che per quanto improduttiva, genera consenso. Ad esempio, i governi a Washington hanno le mani quasi legate dinnanzi al 3,5% del pil di budget dedicato alla difesa, voce obbligata per una potenza militare, che funge da poliziotto del mondo libero, in qualche caso non richiesto. (Leggi anche: Spese militari USA, 10.700 miliardi in 20 anni)

La “maledizione” dei petrodollari

In realtà, accanto al deficit fiscale c’è un altro problema, che abbiamo trattato in un precedente nostro articolo: i petrodollari. Una bilancia corrente cronicamente in passivo dovrebbe indebolire il dollaro, rendendone il cambio contro le altre valute conveniente per le esportazioni e poco per le importazioni. Tuttavia, le materie prime (petrolio, oro, minerali ferrosi, cereali, etc.) si acquistano per convenzione in dollari e questo spinge le banche centrali del resto del mondo a detenere quantità elevate di biglietti verdi per assicurarsi un approvvigionamento sicuro delle commodities.

Ma se gli europei comprano dollari per acquistare petrolio dai sauditi, senza passare nemmeno per gli USA, la divisa americana si rafforza, ma non per effetto di esportazioni di beni, servizi o capitali, bensì per scambi al di fuori del territorio americano stesso. Ciò incentiva le importazioni da parte degli USA, ma ha anche un effetto benefico sull’economia a stelle e strisce: tiene i tassi bassi, sostenendo gli investimenti e garantendo bassi costi sui debiti contratti, pubblici o privati che siano. Da qui, una gigantesca montagna di debito pubblico al 125% del pil, a cui si somma un’ancora più enorme passività di famiglie, imprese e banche per un altro 200% del pil. (Leggi anche: Sogno americano si trasformerà in incubo con la fine dei petrodollari)

Alti debiti e deficit, Trump intervenga su questo

Eppure, nessuno si sogna di declassare il rating sovrano USA a “spazzatura”, confidando che i bassi tassi tengano a galla i bilanci di famiglie, imprese e governi, che altrimenti salterebbero. D’altronde, a fronte di un debito pubblico complessivo simile a quello italiano, l’America paga in interessi meno del 2% all’anno, quando Roma stacca un assegno superiore al 4%.

Onori e oneri, però. Se Trump vuole che la sua America sia “great again”, dovrebbe essere in grado di “prosciugare la palude”, per citare il suo secondo ritornello più famoso, contrastando il Deep State, legato a decenni di amministrazioni repubblicane e democratiche, che rende impossibile una riforma della spesa pubblica degna di questo nome, tenendo alti gli sperperi e cronici i disavanzi federali. Noterebbe Trump, che se davvero riuscisse a tagliare il deficit, le importazioni calerebbero automaticamente e la bilancia commerciale si porterebbe in equilibrio. Ma se la sua stessa maggioranza gli ha impedito di tagliare l’Obamacare, costellato di spese e tasse per 1.100 miliardi di dollari, la strada sembra difficile per il tycoon. Quella dei dazi sembra più immediata, per quanto nemmeno facilmente percorribile. (Leggi anche: Economia USA trainata dai consumi, ma Trump stia attento ai debiti delle famiglie)

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump, super-dollaro

I commenti sono chiusi.