Cosa può ottenere il governo Lega-5 Stelle in Europa e perché a pagare sarà Londra

Il governo euro-scettico di Lega e Movimento 5 Stelle dovrebbe avanzare richieste concrete in Europa, senza perdersi in argomentazioni teoriche in stile Varoufakis. E se avremo un contentino, ecco perché a pagare sarebbe Londra.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo euro-scettico di Lega e Movimento 5 Stelle dovrebbe avanzare richieste concrete in Europa, senza perdersi in argomentazioni teoriche in stile Varoufakis. E se avremo un contentino, ecco perché a pagare sarebbe Londra.

Dopo quasi 3 mesi dalle elezioni politiche, l’Italia ha finalmente il nuovo governo, sostenuto da Lega, Movimento 5 Stelle e, novità degli ultimissimi giorni, godrà dell’astensione di Fratelli d’Italia. Quanto a chi ricoprirà il ruolo di Ministro dell’Economia, il nome è quello del Prof Giovanni Tria, mentre il Prof Paolo Savona, come ormai tutti sappiamo, è stato bocciato dal presidente Sergio Mattarella, ma andrà agli Affari europei, non meno importante sul piano dell’alta politica, per quanto non in prima linea nei dossier economici, cosa che tranquillizzerebbe i mercati sulla presentazione di un presunto piano B per uscire dall’euro.

Questione di giorni e Matteo Salvini e Luigi Di Maio dovranno passare dalle parole ai fatti. Il governo “del cambiamento” dovrà dimostrare di essere realmente tale e per farlo occorre che abbia le idee chiare su cosa chiedere a Bruxelles. I commissari europei non accoglieranno il premier e i ministri di nuova nomina a braccia aperte, ma si mostreranno più collaborativi di quanto pensiamo, consapevoli che il muro contro muro danneggerebbe tutti. E cosa dovrebbe pretendere l’Italia dalla Commissione? Inutile dire che se si presenterà al tavolo delle trattative con proposte demagogiche o ideologiche, il governo tornerà a Roma a mani vuote di vertice in vertice. La UE avrà tanti difetti, ma qualche pregio lo possiede: è concreta.

Immaginiamo di essere nei panni del prossimi ministro dell’Economia e che i colleghi dell’Eurozona al nostro debutto all’Eurogruppo ci chiedano cosa vogliamo per l’Italia. Cosa risponderemmo? Riforma dei trattati? E in quale direzione? E ammesso che tale riforma avvenga, ci vorranno mesi, se non anni. Nel frattempo, le risposte ai cittadini italiani non arriveranno e rischieremmo un flop sul piano dei risultati, oltre che dei consensi e dell’immagine. Dunque, urgono richieste concrete e fattibili. Una sarebbe abbastanza tecnica, ma molto fattibile e, soprattutto, efficace: il ricalcolo del pil potenziale.

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Questione di calcoli

Facciamo una premessa: l’Italia, di qualsiasi schieramento politico parliamo, pretenderebbe dalla UE maggiore flessibilità fiscale, ossia la possibilità di spendere di più, di fare debiti, per essere brutali e sinceri. Con un debito pubblico al 132% del pil e una crescita economica tra le più lente del mondo avanzato, difficile portare una simile argomentazione. Tuttavia, esiste qualche margine che potremmo e dovremmo ricavarci andando a chiedere la revisione dei criteri di calcolo del pil potenziale, la ricchezza annua massima che un’economia sarebbe in grado di raggiungere. Perché ne parliamo? La Commissione richiede a ogni stato dell’Eurozona obiettivi sul deficit in relazione all’andamento ciclico dell’economia. Se l’Italia va male, allora il deficit a cui potrebbe puntare sarebbe più alto di quello che le sarebbe concesso centrare come soglia massima in una condizione economica favorevole.

Ora, per capire se un’economia vada bene o male, si guarda alla differenza tra pil effettivo e pil potenziale, nota anche come “output gap”. Poniamo che l’Italia abbia quest’anno un pil osservabile pari a 96 e che il suo pil potenziale venga stimato 100. Significa che il suo “output gap” sarebbe di 4 (100 – 96), ovvero che la sua economia starebbe attestandosi a livelli del 4% inferiori a quelli massimi a cui potrebbe ambire. E se il pil potenziale fosse stimato a 97? Saremmo solamente poco sotto i livelli massimi di ricchezza annui producibili. Il sacrificio che ci verrebbe imposto sul deficit-obiettivo diverrebbe maggiore, perché la nostra economia verrebbe considerata praticamente in linea con il suo potenziale. Purtroppo, il pil potenziale può essere stimato a 95 anziché 100, senza che i fattori produttivi siano impiegati pienamente né nell’uno e né nell’altro caso.

Cosa sta accadendo all’Italia? Il nostro pil potenziale viene stimato a valori non troppo più alti di quello effettivo, ovvero la UE ci giudica come se la nostra economia stesse andando bene, nonostante abbiamo un tasso di disoccupazione ancora sopra l’11% e uno di occupazione tra i più bassi nel mondo avanzato. Come mai questa apparente ingiustizia? Trattasi di un problema di natura puramente statistica. Si osserva da anni che il pil potenziale tenderebbe a seguire quello effettivo. E poiché la nostra economia è arrivata a contrarsi del 10% con la recessione degli anni passati, la produzione industriale di un quarto e la disoccupazione è praticamente raddoppiata, sarebbe come dire che abbiamo perso del potenziale e che, quindi, nonostante la sofferenza, non potremmo ambire a raggiungere i livelli massimi a cui potevamo ancora tendere fino al 2007-’08. Il nostro pil potenziale sarebbe crollato, infatti, del 12%.

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Se Roma incassa, Londra paga

Per effetto di questo meccanismo di calcolo “punitivo” per l’Italia, oggi ci ritroviamo costretti a centrare obiettivi di deficit più bassi di quelli che otterremmo, se Bruxelles aprisse gli occhi sul fatto che la nostra economia se la passerebbe tutt’altro che bene e che persino il ritorno ai livelli pre-crisi appare ancora lontano. Senza alzare la voce e imporre ragionamenti sconclusionati e vuoti, il prossimo governo potrebbe, quindi, reclamare ai commissari la revisione dei calcoli sul pil potenziale, grazie ai quali otterremmo qualche margine di manovra in più sui conti pubblici. Intendiamoci, non un centinaio di miliardi per coprire la lunga lista della spesa stilata dai penta-leghisti, ma almeno qualche punto di pil. E i commissari, dinnanzi a richieste “tecniche” e non aprioristicamente ideologiche, si sono sempre mostrati più di buon senso di quanto non appaiano spesso con dichiarazioni ottuse.

Detto questo, i pasti non arriveranno gratis. A pagare sarà niente di meno che Londra. Già, proprio quel Regno Unito con alle prese le carte del divorzio con la UE si ritroverà sotto pressione dal team negoziale messo su da Bruxelles, perché se da un lato al governo euro-scettico italiano sarebbe offerto un contentino per abbassare i toni e rinunciare ai proclami più nefasti contro le istituzioni comunitarie e la moneta unica, dall’altro la stessa vorrà evitare il più possibile che esso sia incentivato a mantenere tali posizioni scostanti. Per questo, i commissari mostreranno a Palazzo Chigi e agli italiani cosa accadrà a uno stato che intendesse uscire dall’euro o dalla UE. Il negoziato sulla Brexit si farà più duro e senza impegni gravosi di Londra sulla libera circolazione delle persone, sul mantenimento delle frontiere aperte tra le due Irlande e sulla osservanza della Corte di Giustizia UE, non le verrà consentito di mantenere l’accesso al mercato unico, obiettivo primario per il governo di Theresa May, che confida di non perdere la capacità della propria industria finanziaria di esportare servizi nel resto del continente. A Roma la carota, a Londra il bastone. Sempre che gli euro-scettici al governo sappiano come comportarsi e non tirino la corda con la teoria dei giochi à la Varoufakis, che tanti danni ha prodotto alla Grecia nel 2015.

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Argomenti: Brexit, Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana