I “populisti” alla Le Pen non vinceranno mai, imparino da Trump e Brexit

I populisti euro-scettici avrebbero molto da imparare da Donald Trump e Brexit. Finché la loro agenda resta quella attuale, non andranno da nessuna parte. Vediamo perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I populisti euro-scettici avrebbero molto da imparare da Donald Trump e Brexit. Finché la loro agenda resta quella attuale, non andranno da nessuna parte. Vediamo perché.

Marine Le Pen ha perso malamente il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Francia, mancando all’appuntamento della vita. Il magro risultato ottenuto al secondo turno (34%) ha creato più di un dubbio nel suo stesso Fronte Nazionale sulla bontà dei temi portati avanti in campagna elettorale. Il padre Jean-Marie è stato il più critico, sostenendo che le istanze anti-euro e anti-UE avrebbero allontanato gli elettori, quando concentrandosi su sicurezza e immigrazione avrebbe potuto vincere. Una cosa è certa: dopo Austria, Olanda e Francia, si apre una riflessione seria tra i cosiddetti “populisti” europei sulla strategia comunicativa e i temi da seguire. Dopo Brexit e vittoria di Donald Trump negli USA, in molti, anche in Italia, si erano illusi che sarebbe bastato mettersi in coda ai due eventi per ottenere una facile vittoria, ma già nel 2016 si era notato che le cose non stessero proprio così, con gli euro-scettici di Podemos, stavolta di sinistra, a mancare l’obiettivo della vittoria e arrivati persino terzi.

Che il “populismo” sia destinato a restare confinato nell’anglosfera? Prima di rispondere alla domanda, chiediamoci cosa abbia portato alla vittoria dei “Leave” al referendum sulla Brexit nel Regno Unito di quasi un anno fa e cosa alla vittoria di Trump alle elezioni americane del novembre scorso. La bocciatura dell’establishment, dello status quo appare la risposta più facile e anche più ovvia. (Leggi anche: Populisti italiani si rallegrino: Renzi e Berlusconi tornano a inciuciare)

Le ragioni di Brexit e Trump

A torto o a ragione, i britannici hanno percepito nella UE un fattore di freno per la loro economia, nonché una limitazione stringente alla sovranità nazionale in settori come l’immigrazione. L’eccessiva regolamentazione di Bruxelles hanno creato un rigetto un po’ in tutti gli stati membri e le categorie produttive, cosa ancora meno accettabile per Londra, dove la libertà del mercato è più sentita e maggiormente ambita.

Negli USA, nel mirino dei cittadini americani sono finiti lo scarso controllo dell’immigrazione clandestina, specie quella in arrivo dal Messico, nonché gli accordi commerciali con economie come la Cina, oltre allo stesso Messico, accusati di attirare investimenti e lavoro in maniera sleale; la prima, attraverso un connubio stato-mercato non conosciuto in Occidente, il secondo, avvalendosi di un’area di libero scambio, il NAFTA, che Trump ha attaccato sin dalla campagna elettorale, giudicandolo “il peggiore affare mai fatto dall’America”.

Trump e Brexit incarnano nazionalismo liberale

Contrariamente a quanto la stampa internazionale, specie europea, tende a scrivere, Brexit e Trump non sono stati una risposta alla globalizzazione economica in favore di una spinta protezionistica, come dimostrano i primi passi mossi dalla nuova amministrazione americana e l’ostentata ricerca del governo britannico di Theresa May della massima apertura commerciale del Regno Unito fuori dalla UE verso il resto del mondo.

Con una battuta, potremmo affermare che Trump e Nigel Farage, quest’ultimo il leader storico dell’Ukip, partito euro-scettico britannico, siano portatori di un nazionalismo liberale, valore di cui non sono espressione figure come Marine Le Pen, che incarna, invece, istanze tipicamente di chiusura commerciale della Francia al resto del mondo. (Leggi anche: Avanzata partiti euro-scettici vista con gli occhi dell’economia)

Euro-scettici intimoriscono elettori

La lotta dei populismi euro-scettici contro la moneta unica, lungi dall’essere in sé priva di ragioni, non è accompagnata da proposte alternative e spiegazioni convincenti, sortendo un effetto negativo sull’elettorato, che pur critico verso Bruxelles, è intimorito dal salto nel buio verso cui percepisce che sarebbe catapultato.

In Francia, i sondaggi spiegano che la maggioranza assoluta netta degli elettori sarebbe per restare nell’Eurozona. La stessa Le Pen, accortasi dell’insufficienza popolarità della sua offerta politica anti-euro, nel corso del dibattito TV di una settimana fa aveva ammorbidito i toni, quasi segnalando l’intenzione di porre un freno all’ipotesi di uscita dall’unione monetaria. Cambio di marcia tardivo e confuso, che potrebbe avere contribuito al pessimo risultato di domenica scorsa.

Euro-scettici molto benevoli con Putin

Una situazione analoga la si vive in Italia, dove le forze euro-scettiche – Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Fratelli d’Italia – incontrano il limite di farsi carico di istanze, che sarebbero minoritarie tra i cittadini, ma che vengono sbandierate quasi come un’arma vincente.

Di più: i populismi italiani, francesi e di altre realtà europee, a differenza dei sostenitori della Brexit nel Regno Unito e della presidenza Trump negli USA, ostentano una visione stato-centrica e contraria al libero mercato, così come agli interscambi commerciali, mostrandosi al contempo a dir poco benevoli con la Russia di Vladimir Putin, quasi rivendicandone una continuità politico-ideologica, quando a tutti è chiaro che a Mosca non regnino certamente la democrazia e la libertà. (Leggi anche: Perché euro-scettici vincono anche quando perdono)

Populisti euro-scettici spesso no-global

Questa forma di populismo, ancor quando dalla forte presa sugli elettori, non appare maggioritaria in alcuna realtà, perché tende ad allontanare i ceti produttivi e paradossalmente a farsi interprete non di una reale volontà di cambiamento, bensì della conservazione dello status quo sociale: attacco alle liberalizzazioni, niente riforme economiche, ritorno a un’economia chiusa a beneficio presunto dei produttori locali, ripristino della sovranità monetaria e assegnazione di un ruolo centrale allo stato nella gestione dell’economia.

Queste istanze appaiono ben radicate tra i populismi del Sud Europa, dove già la spesa pubblica si attesta a livelli abnormi (in Francia al 57% del pil) e la competitività delle imprese tende a ristagnare o a diminuire da anni, a causa delle inefficienze di sistema e di una tassazione altrettanto imponente. L’euro viene individuato capro espiatorio di tutto quanto di negativo vi sia in queste economie (disoccupazione, bassa crescita, iniquità sociali, scarsi investimenti, etc.) e la globalizzazione viene messa sul banco degli imputati, come se un paese potesse scegliere di ritrarsi da essa e di ambire a uno sviluppo avulso dal resto del pianeta, esportando a pieni ritmi, al contempo limitando ai minimi le importazioni, secondo un’asimmetria illogica.

Euro-scettici guardino a Trump e Brexit

Anziché orientare le rispettive agende verso contenuti anti-business, i populisti euro-scettici di casa nostra dovrebbero prendere esempio proprio da Londra e Washington. La prima sta cercando di sfruttare la Brexit non per isolarsi commercialmente dal resto del mondo e per aumentare il peso dello stato in economia, bensì per potenziare l’import-export e rilanciare la competitività del proprio sistema produttivo, a colpi di taglio alle tasse e deregulation. E Trump, evocato quasi come il propugnatore di un protezionismo “intelligente”, sta liberalizzando il sistema bancario, eliminando gli interventi normativi introdotti sotto l’amministrazione Obama (Dodd-Frank Act), al contempo cercando di rinegoziare in senso più favorevole agli interessi americani gli accordi commerciali con Messico e Canada (NAFTA) da una parte e con la Cina dall’altra, ma non certo tagliando le relazioni con le altre potenze economiche del pianeta, come pretenderebbe una visione nazional-autarchica emersa dal lepenismo europeo.

Finché l’agenda degli euro-scettici sarà fondata su “basta euro e via dalla globalizzazione”, le speranze che possa essere il perno di un’azione di governo appaiono scarse. La botta accusata dalla Le Pen due giorni fa potrebbe convincere la stessa leader e quanti la seguono negli altri stati europei a mutare linguaggio e, soprattutto, tematiche. L’euro non è stata la più grande invenzione dell’umanità, ma nemmeno è responsabile di tutte le sciagure che gli vengono appioppate. Il ceto medio lo sta segnalando da mesi, tanto che tra due alternative “populiste” in Francia, domenica scorsa ha scelto nitidamente quella pro-business in un paese tipicamente poco avvezzo al libero mercato. (Leggi anche: Perché gli euro-scettici avanzano in tutta UE?)

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Argomenti: Brexit, Crisi Eurozona, Economia Europa, Politica Europa, Presidenza Trump

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