Venti di guerra sui mercati, la reazione degli investitori

Ecco la reazione dei mercati ai venti di guerra tra Corea del Nord e USA. Cosa temono davvero gli investitori?

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Ecco la reazione dei mercati ai venti di guerra tra Corea del Nord e USA. Cosa temono davvero gli investitori?

I toni tra USA e Corea del Nord sono saliti alle stelle e se da Washington si registra il tentativo di parte dell’amministrazione di abbassare le tensioni, dopo che il presidente Donald Trump ha promesso una risposta di “furia e fuoco” contro il regime di Pyongyang, dalle parti di Kim Jong-Un si alza ancora di più il tiro e si fa sapere di essere pronti a lanciare un missile contro l’isola di Guam per il ferragosto.

Anche i consiglieri più stretti del dittatore nordcoreano starebbero dissuadendolo dal proseguire questa sfida frontale agli USA. Ieri, il segretario alla Difesa, Jim Mattis, dalla costa occidentale degli States ha invitato la Corea del Nord a cessare queste minacce contro l’America, che porterebbero “alla fine del regime e alla distruzione del suo popolo”. (Leggi anche: Crisi USA-Corea del Nord, attacco il 15 agosto)

La reazione dei mercati

Ma cosa pensano i mercati di quanto stia accadendo? Davvero saremmo alla vigilia dello scoppio di una guerra, che per dimensioni e implicazioni geo-politiche sarebbe “mondiale”? La Cina è ad oggi al fianco degli USA nella volontà di contenere le bizzarrie dell’alleato nordcoreano, ma un eventuale attacco USA sferrato contro Pyongyang e non concordato con Pechino rischierebbe di provocare una rottura insanabile tra le prime due economie mondiale, quando pure sotto Trump sembrano intenzionate a parlarsi e a intavolare una seria discussione sulla stabilità dell’area. Si consideri che una guerra USA-Corea del Nord coinvolgerebbe quasi certamente anche Corea del Sud e Giappone, due acerrimi nemici del regime di Jong-Un. Parlare di terza guerra mondiale non appare del tutto fuori luogo.

Se le cose stanno davvero così, dovremmo assistere a una corsa sui mercati a ripararsi contro i rischi. E allora vediamo cosa sta accadendo nelle ultime sedute. Tra i beni-rifugio per eccellenza primeggia l’oro, le cui quotazioni sono passate dai 1.257 dollari di lunedì (l’ultima seduta prima delle minacce di Pyongyang) ai 1.279 dollari attuali. Un aumento dell’1,8%, che porta i prezzi del metallo sotto i massimi di inizio mese e certamente non si può dire che sia in atto una corsa all’oro.

(Leggi anche: Nemmeno Kim Jong-Un scalda l’oro, ecco perché)

Niente panico, per ora

Tra le valute, registriamo un ritorno al rafforzamento del franco svizzero contro l’euro dell’1,3% in un paio di sedute, allontanandosi dalla soglia di 1,15 a cui si era portato in precedenza, livello massimo mai segnato dalla fine del cambio minimo nel gennaio 2015. Si apprezza pure lo yen dello 0,7% contro il dollaro a un cambio di 1,10, cosa che sta deprimendo le quotazioni della Borsa di Tokyo.

Viceversa, salgono i prezzi di Treasuries e Bund, anch’essi considerati assets appetibili in tempi di crisi e di tensioni internazionali. Ma i movimenti sono quasi impercettibili e non è nemmeno scontato che siano legati al caso Pyongyang, essendo in corso in queste settimane un intenso dibattito sulle politiche monetarie delle principali banche centrali. E così, i rendimenti decennali americani sono scesi di appena un punto al 2,24%, quelli tedeschi di 2 bp allo 0,44%.

I mercati non sono un oracolo, semmai captano i sentimenti di chi vi opera. Per questo, possiamo dirvi che tra gli investitori non è panico, bensì solo lieve riposizionamento in favore di assets che fungono da rifugio. Se avranno avuto ragionare a mantenere la calma, dovremmo aspettarci un ripiegamento a breve di tali prezzi. E alla base di questa assenza di panico potrebbe esservi la considerazione che USA e Cina difficilmente non concorderebbero un’eventuale azione bellica contro Kim Jong-Un, consapevoli che l’alternativa sarebbe davvero una guerra di dimensioni mondiali. (Leggi anche: Perché i rendimenti sono crollati?)

 

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