Cosa nasconde la lotta alle disuguaglianze in Cina e perché nel mirino ci sono i giganti tech

Il regime cinese ha messo nel mirino i giganti tech e riapre il dossier della lotta alle disuguaglianze sociali. Ecco perché sono legati.

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Giganti tech nel mirino della Cina

Le vendite al dettaglio in Cina sono cresciute ben sotto le aspettative in Cina e in un paio di settimane i giganti tech in borsa hanno perso mediamente quasi l’8%. Ma il tracollo azionario non è legato a un qualche reale deterioramento macroeconomico. Non spaventa neppure più di tanto che siano stati imposti nuovi lockdown locali contro il Covid, pur a fronte di pochissimi casi. La preoccupazione riguarda il cambio di policy del regime comunista. Lo State Administration for Market Regulation (SAMR) ha annunciato una lotta contro i tentativi dei giganti tech di monopolizzazione del mercato.

Nel mirino dell’authority vi è, in particolare, l’uso dei “big data” con cui le aziende sul web puntano a raccogliere informazioni per contrastare la concorrenza. E saranno vietati accordi, come quello per cui Alibaba nella primavera scorsa ha subito una sanzione da 2,8 miliardi di dollari. Esso consiste nell’impedire ai clienti di vendere i loro prodotti e/o servizi su altri siti online.

E oggi, il presidente Xi Jinping, partecipando a un convegno su economia e finanza, si è detto intenzionato a contrastare le disuguaglianze sociali, ritenendo doveroso perseguire un “benessere diffuso”. Egli si è detto contrario al fatto che sia creata ricchezza per pochi. Toni che non fanno che accrescere il timore degli investitori per una sorta di minore tolleranza del regime verso il libero mercato. Secondo Xi, i beneficiari di questa enorme ricchezza concentrata “in poche mani” saranno indotti a “restituirne una porzione maggiore”.

Giganti tech e il caso Alibaba

Non si tratterebbe tanto di tassare i redditi più alti, un fatto che allontanerebbe gli investitori. Il combinato tra la lotta ai giganti tech e alle disuguaglianze sociali ci lascia supporre che la Cina sta ingaggiando una battaglia per non rischiare di finire come l’America, dove un gruppetto di social pretendono di fare il bello e il cattivo tempo, tra l’altro arrivando a oscurare i profili di un presidente ancora in carica per qualche settimana.

E’ accaduto dal gennaio scorso con Donald Trump, bannato da Facebook e a vita su Twitter.

Pechino non consentirà mai che un gruppo di arricchiti accresca così tanto il proprio potere e la sfera d’influenza su economia e politica, da limitare quelli del regime. Già nell’autunno scorso, lo fece capire in maniera piuttosto evidente quando iniziò a dare la caccia ad Alibaba. Il suo fondatore Jack Ma si era permesso di criticare pubblicamente il sistema finanziario e regolamentare cinese. SAMR aprì immediatamente un paio di procedimenti contro il colosso delle vendite online, al quale fu impedita l’IPO della controllata Alipay.

In conclusione, non siamo dinnanzi ad alcuna abiura del capitalismo. Xi sta semplicemente mettendo in chiaro che in Cina a comandare è il Partito Comunista e il governo, cioè egli stesso. Il mercato sarà gradito fino a quando non intacchi in un qualche modo il potere dello stato. E i giganti tech, per le dimensioni che hanno assunto negli ultimi anni, rappresentano la principale minaccia al regime, ragione per cui saranno d’ora in avanti marcati stretti nel nome della concorrenza e della lotta alle disuguaglianze sociali.

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