Cosa faranno Germania e UE con un’Italia a guida Di Maio o Salvini?

Il prossimo governo parzialmente euro-scettico in Italia come verrà trattato in Europa? Per farcene un'idea, cerchiamo di capire come stiano messi a Bruxelles e in Germania.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il prossimo governo parzialmente euro-scettico in Italia come verrà trattato in Europa? Per farcene un'idea, cerchiamo di capire come stiano messi a Bruxelles e in Germania.

Tanto tuonò che piovve. Mai era accaduto prima che in un paese fondatore della UE si registrasse la vittoria di una formazione euro-scettica. Alle elezioni di domenica scorsa in Italia, i vincitori sono stati due ed entrambi con programmi ostili a Bruxelles: Movimento 5 Stelle e Lega. Insieme, hanno ottenuto la metà dei consensi dell’elettorato e la maggioranza dei seggi. Entrambi hanno rappresentato la protesta e per quanto vi sia un tentativo mediatico evidente di considerarli antitetici, in quanto rappresentante uno del nord produttivo e l’altro del sud economicamente debole, la realtà è che in ogni regione italiana un italiano su due ha votato contro il sistema. Al nord, riversando perlopiù il voto in favore del Carroccio, al sud dei pentastellati. Non si è trattato, come abbiamo scritto un po’ superficialmente di “flat tax” contro reddito di cittadinanza, ma di una protesta diffusa, che chiaramente sotto Roma non ha potuto ancora assumere le sembianze di Matteo Salvini, leader che è riuscito da solo qualche anno a convertire la Lega in un partito di ispirazione nazionale.

Non sappiamo se un nuovo governo ci sarà, ma di certo comprenderà almeno uno dei due partiti vincitori del voto. Il Quirinale sta in allerta per evitare il più possibile che al governo ci vadano entrambi insieme, perché per l’Europa sarebbe uno shock non dissimile da quello che ha dovuto subire meno di due anni fa con la Brexit. Meglio minimizzare il danno, dunque, affiancando all’M5S il PD. L’alternativa, ancora più sgradita a Bruxelles, sarebbe di una Lega a Palazzo Chigi, sorretta da tutto il centro-destra e parte del PD.

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Nuova flessibilità per l’Italia?

Ma come si confronteranno con Roma le istituzioni comunitarie e la Germania, di fatto leader della UE? Per cercare di capirlo, bisognerebbe ricordarsi di quanto avvenne esattamente tre anni fa con la Grecia di Alexis Tsipras, che trascorse i primi 6 mesi di governo trattando con i creditori europei e i tedeschi, in particolare, in un clima a dir poco di scontro e al limite della violenza verbale. Il nuovo corso si ebbe solo con la firma da parte di Atene del terzo salvataggio pubblico da 86 miliardi in tre anni e l’adozione di misure di austerità per risanare i conti pubblici. I rapporti tra i greci e l’Europa non saranno idilliaci oggi, ma nemmeno cattivi.

Tuttavia, l’esempio ellenico non calza all’Italia. In primis, perché siamo la terza economia dell’Eurozona e 5 volte e mezza la popolazione della Grecia. Secondariamente, perché siamo paese fondatore delle istituzioni europee. Terzo, non dobbiamo soldi a nessuno. Ma il nostro debito pubblico, che valeva il 131,5% del pil alla fine del 2017, preoccupa Bruxelles, che nelle ultime ore è tornata a richiamarci alla prudenza fiscale, facendoci notare che sono proprio l’alto indebitamento e la bassa produttività a frenare i nostri ritmi di crescita, risultati i più lenti d’Europa lo scorso anno, pur ai massimi dal 2010. Che atteggiamento terrà, dunque, la Commissione europea con un governo grillino o leghista?

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Di concessioni, a dire il vero, i commissari ce ne hanno fatte parecchie. La cosiddetta flessibilità fiscale, invocata particolarmente dal governo Renzi tra il 2014 e la fine del 2016, ha garantito all’Italia la possibilità di rinviare di anno in anno l’appuntamento con 20 miliardi di euro di clausole di salvaguardia, le quali scattando farebbero impennare l’IVA e le accise. Parte di esse è stata disinnescata, ma per l’anno prossimo serviranno ancora coperture per 12,4 miliardi. Di ulteriori rinvii è improbabile che ne arrivino, anche se i commissari si troveranno dinnanzi a un grosso dilemma: mostrarsi rigidi con un premier Luigi Di Maio o Matteo Salvini, rischiando di indispettire ancora di più l’elettorato italiano già per metà euro-scettico, oppure avere un atteggiamento morbido, ma incoraggiando così gli stessi italiani e gli altri governi dell’Eurozona ad assumere posizioni ostili alla UE e alle sue regole?

I guai interni alla Germania

La Germania sta formando con estrema difficoltà il suo terzo governo di Grosse Koalition dal 2005 e a sei mesi dalle elezioni, record in era post-bellica. I due schieramenti che lo sosterranno, conservatori e socialdemocratici, appaiono politicamente molto deboli, cosa che da un lato deporrebbe in nostro favore sul piano delle trattative con un’Europa a trazione tedesca, dall’altro potrebbe rivelarsi per noi un boomerang. La cancelliera Angela Merkel ha già concesso molto agli alleati, offrendo loro persino la guida del ministero delle Finanze, custodito gelosamente negli anni passati dal suo partito a garanzia dell’attuazione di politiche fiscali responsabili. Pressata dall’interno dall’ala più conservatrice dei cosiddetti quarantenni, che la considera troppo benevola con i partner di governo ed esteri, nonché incalzata dalle opposizioni degli euro-scettici dell’AfD e dei liberali, che al Bundestag rappresentano un quarto dei deputati e con i primi a volare fino al secondo posto nei sondaggi, se c’è una cosa che Frau Merkel non può più permettersi è di subire ricatti dalle capitali straniere, agli occhi dell’opinione pubblica tedesca.

Proprio l’AfD e liberali dell’FDP stanno avendo gioco facile a sostenere, pur con toni assai diversi, che il centro-destra al governo da 12 anni starebbe mettendo a repentaglio gli interessi dei contribuenti, condividendo troppi rischi (sovrani e bancari) con gli alleati dell’Eurozona e facendo passare loro fin troppe cose, tra cui una politica fiscale disordinata. A un Di Maio o un Salvini che battesse i pugni a Bruxelles per chiedere nuove dosi di flessibilità sui conti pubblici verrebbe detto chiaro e tondo che non è aria. E oggi la BCE ha avvicinato la fine degli stimoli monetari dal prossimo settembre, come previsto dal “quantitative easing”, un fatto che metterà pressione sul prossimo esecutivo, il quale dovrà fare i conti più di quanto non avvenga oggi con gli umori dei mercati. Il fattore spread tornerà presto a farsi vivo e congiuntamente a una eventuale rigidità di Bruxelles, Roma si troverà dinnanzi a un muro innalzato contro eventuali tentazioni lassiste.

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Non ci saranno scontri verbali oltre le righe, l’Italia non verrà trattata in nessun caso come un paria, perché i commissari e le cancellerie europee sembrano piuttosto consapevoli di quale sia la situazione socio-economica ed elettorale nel nostro Paese. Ma i no ci saranno detti, non illudiamoci che il solo fatto di presentarci con un volto euro-scettico ci faccia apparire più minacciosi. A Bruxelles sanno che nessuno sia realmente intenzionato a Roma a tornare alla lira o a lasciare la UE. Alzare la voce non ci farà guadagnare punti. Le esperienze di Silvio Berlusconi prima e di Matteo Renzi dopo insegnano.

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Argomenti: Crisi Euro, Germania, Politica, Politica italiana

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