Cosa farà l’Europa con la manovra di bilancio dell’Italia e perché tutti guardano ora a Salvini

Il deficit al 2,4% preoccupa i mercati e l'Europa e adesso in tanti, a partire da Quirinale e Confindustria, guardano a Matteo Salvini per ottenere rassicurazioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il deficit al 2,4% preoccupa i mercati e l'Europa e adesso in tanti, a partire da Quirinale e Confindustria, guardano a Matteo Salvini per ottenere rassicurazioni.

I mercati sono andati in fibrillazione venerdì, nel corso della prima seduta utile dopo l’accordo nel governo sul deficit al 2,4% per i prossimi tre anni. La manovra di bilancio preoccupa investitori ed Europa e nel fine settimana è stata oggetto anche delle riflessioni pubbliche del presidente Sergio Mattarella, che ha ricordato come la nostra stessa Costituzione preveda il rispetto dei vincoli fiscali. Lo spread BTp-Bund a 10 anni è salito a 267 punti base in chiusura, i rendimenti decennali sono esplosi al 3,15%, mentre Piazza Affari ha concluso la giornata con un crollo del 3,7%, praticamente doppio per il listino bancario, che ha accusato un duro -7,3%. Resta da vedere se dopo la tempesta, da oggi le acque saranno più chete e se i timori peggiori saranno stati scontati. Ad ogni modo, la palla passa adesso nel campo della UE, dove la Commissione europea dovrà decidere dopo la presentazione della legge di Stabilità entro il 15 ottobre se accettare o rinviare a Roma la finanziaria. In teoria, potrebbe sospendere il giudizio fino alla tarda primavera (dopo le elezioni europee), com’è accaduto anche per l’anno in corso.

Il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ha espresso già la sua preoccupazione e ha minacciato sanzioni contro l’Italia nel caso in cui Bruxelles riscontrasse la violazione delle regole fiscali europee. Ma una cosa è abbaiare, un’altra mordere. Avrà il suo da farsi per far capire agli italiani come sarebbe possibile bocciare una manovra con un deficit in linea con quello dello scorso anno per l’Italia, quando a Palazzo Chigi vi era un premier del PD, e perché alla Francia verrebbe consentito alzare il suo disavanzo al 2,8%, dopo che Parigi ha disatteso gli accordi per quest’anno e successivamente a quasi un decennio di infrazioni del Patto di stabilità. La risposta “Parigi è un’altra storia” non convince ed è politicamente, oltre che economicamente, assai debole, specie se a darla è un francese.

L’Europa paga l’ipocrisia in favore dei governi del PD

Le mosse dell’Europa

Se Bruxelles bocciasse la manovra, il vice-premier Matteo Salvini ha già fatto intendere che “l’Italia tirerà dritta”, per cui si andrebbe allo scontro frontale con Roma, “alla guerra” per dirla con le parole di Paolo Savona, ministro delle Politiche europee e responsabile di quel piano B per uscire dall’euro, che ha tanto spaventato mercati ed Europa a maggio, quando il suo nome fu proposto come capo del Tesoro, respinto dal Quirinale. Il governo Conte potrebbe dimettersi per aprire una campagna elettorale contro l’Europa e a quel punto, specie a ridosso del rinnovo dell’Europarlamento, sarebbe un disastro per la UE. Se, come indicano i sondaggi, le forze della maggioranza ottenessero il plebiscito richiesto a difesa della “manovra del popolo”, la loro vittoria assumerebbe un significato chiarissimo per tutto il continente: l’euro e la UE sono finiti.

Per questo, raziocinio vuole che Moscovici si limiti ad abbaiare. Tuttavia, accettare la manovra italiana sic et simpliciter sarebbe anch’esso un boomerang per i commissari, segnalando come la tecnica dell’alzare la voce funzionerebbe e incentiverebbe altri governi a fare lo stesso per non soccombere agli euro-scettici in patria. Per questo, bisognerà trovare un compromesso che salvi la faccia a tutti. Probabile, come dicevamo, che il giudizio finale venga rinviato a dopo le elezioni europee, anche se non potrà finire semplicemente così, come se nulla fosse accaduto. Da qui, il lavorio di questi giorni sottotraccia del Quirinale, che starebbe facendo leva sulla Lega. A volerla dire tutta, Salvini vanta un peso negoziale forte con Mattarella, essendosi dimostrato abbastanza responsabile con la legge di Bilancio. Ha accettato un rinvio al 2020 dell’avvio della flat tax sui redditi delle persone fisiche e ha semplicemente reclamato e ottenuto che il taglio delle tasse benefici dall’anno prossimo il popolo delle partite IVA. Anche la legge Fornero non è stata davvero smontata, ma solo resa più flessibile e il costo non sarebbe in sé nemmeno proibitivo. E la stessa Lega ha portato alcuni miliardi di coperture con la “pace fiscale”, la rottamazione delle cartelle.

Ad avere fatto saltare i conti di Giovanni Tria, ministro dell’Economia, è stato essenzialmente il reddito di cittadinanza, che il Movimento 5 Stelle ha preteso fosse introdotto come da promessa elettorale senza addolcimenti, al fine di non apparire remissivo nei confronti dell’alleato del Carroccio. Ad averlo capito è stata Confindustria, che da Vicenza tramite il suo presidente Vincenzo Boccia ha sottolineato proprio le diversità di vedute all’interno della maggioranza, un’affermazione che gli è stata rimproverata come presunta svolta leghista dell’organizzazione, smentita dallo stesso Boccia e che, però, tale sembra. Avremmo immaginato che il numero uno degli imprenditori italiani si stracciasse le vesti e inveisse contro una manovra di bilancio tacciata da più parti di irresponsabilità, di portare l’Italia al default, di essere origine di tutti i mali. Non è accaduto, certamente per puro calcolo.

La vendetta di Salvini contro la Confindustria politicizzata di Boccia

Occhi puntati su Salvini

Non da oggi, Boccia ha capito che legarsi mani e piedi a un PD defunto o confidare in quel che resta di Forza Italia equivale ad auto-estraniarsi dalla realtà. Per questo, cerca una sponda in Salvini, che tra i due partner della maggioranza appare il più affidabile, in quanto vorrebbe rappresentare gli interessi delle imprese, le ragioni di chi produce e sui conti pubblici ha una visione più “moderata” di quella grillina, pur non accettando alcuna subalternità all’Europa. A questo punto, però, cosa potrebbe fare il ministro dell’Interno per accreditarsi tra i “poteri forti” in patria e segnalare responsabilità al PPE, di cui ambisce ad essere alleato dopo le elezioni europee? Fermo restando che non potrà ottenere la perdita della faccia da Luigi Di Maio, per il biennio successivo al 2019 avrebbe modo per indurre l’alleato a tagliare il disavanzo-obiettivo sotto il 2,4% attualmente fissato, magari portandolo sotto il 2%. Ci sarebbe un anno di tempo per recuperare quegli 8-9 miliardi per colmare il gap e l’operazione sarebbe alla portata.

Insomma, senza rimangiarsi la parola, Salvini-Di Maio potrebbero segnalare ai mercati che il deficit al 2,4% sarebbe solo temporaneo e non strutturale, fissando già per il 2020 un disavanzo più in linea con le aspettative e le speranze di investitori e commissari. Sarebbe una vittoria che i leghisti farebbero pesare in sede di trattative con il PPE a Strasburgo dopo il rinnovo dell’Europarlamento, ma anche in Italia a Confindustria. Perché tutti sappiamo che il matrimonio tra i due partiti della maggioranza non sarà eterno, bensì finché elezioni non li separino.

Deficit al 2,4%: i vincitori sono Di Maio e Salvini

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia