Cosa ci insegna il fallimento di Evergrande sull’economia cinese e mondiale

La caduta del colosso immobiliare segna uno spartiacque per l'economia cinese e ci mette in guardia su cosa accadrà dopo il Covid

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Fallimento di Evergrande ed economia cinese

Questa settimana sono trascorsi 13 anni dal fallimento clamoroso, quanto devastante, di Lehman Brothers. E proprio in questi giorni, un altro colosso sta per fallire rovinosamente. Stavolta, non è una banca americana, bensì una società di costruzioni di Ghangzhou. E ci svela molto della fisionomia dell’economia cinese e di come il governo di Pechino vorrà gestirla dopo la pandemia.

Evergrande è un gigante dell’immobiliare con 300 miliardi di dollari di debiti. Domani, non sarà in grado di onorare una scadenza e da quel momento scatterà formalmente il default. Da giorni, decine di clienti infuriati protestano dinnanzi al quartier generale per reclamare l’ottemperanza dei doveri pattuiti all’atto della vendita delle case in costruzione.

Il governo non è intervenuto per salvare Evergrande, a differenza di quanto aveva fatto con la banca di stato Huarong. Ciò ha colto di sorpresa gli investitori, che hanno venduto in massa azioni e obbligazioni societarie. Anzi, le autorità hanno segnalato che avranno la mano pesante nella gestione del dossier. Agli inizi di settembre, hanno azzerato il leverage per impedire a Evergrande di attingere alla liquidità necessaria con cui rifinanziarsi nel breve termine.

Economia cinese in preda ai debiti

Il presidente Xi Jinping da mesi batte sul concetto di “prosperità comune”. Esso poggia sulla convinzione che chi ha beneficiato del miracolo dell’economia cinese debba necessariamente restituire qualcosa alla collettività. Vale per le aziende e per i singoli individui. E il governo sta ponendo enfasi sul senso di responsabilità del sistema finanziario, che in questi anni è andato un po’ fuori controllo anche a causa degli eccessivi stimoli monetari voluti dalla stessa banca centrale di Pechino.

Il fallimento di Evergrande sarà pilotato, un avvertimento lanciato dalle autorità al mercato, affinché si dia una regolata.

Gli investitori devono smetterla di acquistare asset dalla qualità dubbia, mentre le banche dovrebbero cessare di prestare denaro per finanziari progetti poco o affatto redditizi. Dal 2008 al 2020, il rapporto tra debito totale (pubblico e privato) è esploso dal 140% al 270% del PIL. Di questo, solamente per il 60%, meno di un quarto, è ricollegabile allo stato centrale e alle entità locali. La parte del leone la fanno le imprese non finanziarie con oltre il 162%, in ascesa dal 95% del 2008.

Le ombre cinesi si allungano sull’Occidente

Una parte rilevante di questo debito non è neppure facilmente monitorabile, essendo riconducibile al sistema bancario “ombra”, una rete di istituti informali sfuggenti ai controlli delle autorità. Fatto sta che c’è troppo debito in Cina e lo stato vuole chiudere i rubinetti della liquidità per tendere a un “deleveraging” marcato e al contempo quanto meno doloroso possibile. Il fenomeno non riguarda solamente l’economia cinese. USA, Europa e Giappone hanno lo stesso problema. Solo che da noi le banche centrali ancora sono nel bel mezzo di acquisti di bond senza precedenti per dimensioni. Le sole voci di una loro possibile cessazione futura creano sconquassi sui mercati.

La Cina starebbe solo anticipando quanto prima o poi avverrà anche in Occidente. Le banche centrali dovranno presto fermare le stamperie, se non vorranno alimentare tassi d’inflazione fuori controllo e tensioni sociali sempre più irrefrenabili. Quando smetteranno di sostenere la finanza a colpi di rendimenti negativi e bolle finanziarie, salteranno in aria i conti di molte imprese e stati. Assisteremo a una serie di default multipli a catena, con effetti disastrosi per la crescita e la tenuta sociale. Pechino sta giocando d’anticipo e, confidando nel controllo invasivo dell’economia cinese, sta cercando di porre rimedio all’accumulo di debiti. L’Occidente continua a calciare il barattolo, ma il marciapiede sta finendo.

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