Corsa all’oro in Asia, banche centrali da record: mai tanti lingotti acquistati dalla fine di Bretton Woods

L'oro è tornato, con quotazioni in rialzo a inizio anno e a doppia cifra da Ferragosto. Ecco chi e perché sta comprando lingotti.

di , pubblicato il
L'oro è tornato, con quotazioni in rialzo a inizio anno e a doppia cifra da Ferragosto. Ecco chi e perché sta comprando lingotti.

La partenza per l’oro è stata molto positiva quest’anno. Gennaio si è chiuso con quotazioni in rialzo del 3,1% a poco sopra i 1.320 dollari, portando i guadagni al 12,4% da Ferragosto, quando il metallo aveva toccato i minimi da fine 2016 a 1.175 dollari. Può apparire un paradosso che ciò accada proprio nei mesi in cui le aspettative d’inflazione si stiano raffreddando e la crescita tendenziale dei prezzi si mostri già calante, effetto di quel tonfo del petrolio, passato in un paio di mesi dagli oltre 80 dollari ai poco più di 45, salvo risalire come Brent in area 60 dollari nelle ultime settimane.

L’oro è il bene rifugio per eccellenza contro il caro prezzi e, pertanto, la domanda con finalità d’investimento tende a crescere proprio in coincidenza con il surriscaldamento dell’inflazione presso le principali economie mondiali. Ieri, in un grafico vi abbiamo dimostrato che starebbe avvenendo l’esatto contrario, cioè un indebolimento dell’inflazione presso tutte (o quasi) le economie avanzate e la Cina.

Inflazione e oro, prezzi legati 

Per capire la ragione di questi rialzi – non eclatanti, ma nemmeno così marginali – bisogna guardare al dato delle banche centrali. Secondo il World Gold Council, nel 2018 hanno effettuato acquisti netti per 651,5 tonnellate, mai così tanti dal 1971, l’anno in cui il presidente americano Richard Nixon dichiarò che non avrebbe più potuto garantire la convertibilità del dollaro in oro, ponendo fine al sistema monetario fondato nel 1944 e noto come Bretton Woods, dal nome della cittadina in cui era stato firmato l’accordo tra 44 stati, Italia inclusa.

Considerando che la media quinquennale sia stata di meno di 500 tonnellate all’anno, parliamo di un incremento del 25%. In effetti, siamo passati da un’incidenza di quasi il 12% sulla domanda complessiva a una del 15%. Come mai? Probabile che i governatori centrali abbiano ritenuto che il metallo fosse un po’ sottovalutato e abbiano approfittato dei prezzi convenienti per rimpinguare le loro riserve. Tuttavia, poco si capirebbe, se non si conoscessero i nomi degli istituti che hanno acquistato di più negli ultimi anni.

Da inizio 2014 alla fine del dicembre scorso, quelle di Russia e Cina sono state le principali banche centrali attive sul mercato dell’oro. Insieme, hanno rappresentato quasi i tre quarti degli acquisti di oro effettuati da tutte le banche centrali del mondo e circa l’8,7% della domanda complessiva. In sostanza, Banca di Russia e Banca Popolare Cinese hanno sostenuto i prezzi dei lingotti nell’ultimo quinquennio. Significativi anche gli acquisti di oro dalla Turchia (+137 tonnellate in 5 anni), mentre il Messico ha venduto quasi 3 tonnellate nette nel periodo.

La corsa all’oro in Asia

Mosca, con le sue 1.031 tonnellate di oro acquistate, segnala apertamente di tendere a un arricchimento delle proprie riserve valutarie, così da rafforzare la credibilità del rublo sui mercati internazionali. Non è un caso che questa corsa all’oro sia partita proprio in coincidenza con il crollo delle quotazioni petrolifere e la conseguente necessità di sganciare il rublo dal dollaro, consentendogli di fluttuare liberamente. Il forte deprezzamento che ne è seguito ha da un lato rinvigorito l’inflazione fin sopra il 16% tra il 2015 e il 2016, dall’altro ha consentito al governo centrale di evitare una crisi fiscale, visto che i minori proventi del petrolio in dollari, una volta convertiti in rubli, hanno esitato ricavi stabili o persino in crescita.

Oro e petrolio, perché i due prezzi sono legati

La Cina punta anch’essa all’oro per rendere lo yuan una valuta internazionalizzata, con l’obiettivo non dichiarato di farne una concorrente, almeno in Asia, del dollaro. Questa sarebbe la prospettiva di lungo periodo e da qui gli acquisti di tonnellate di anno in anno. Ai prezzi attuali, il valore dell’oro detenuto da Pechino tra le sue riserve ammonta a poco meno di 33,5 miliardi, cioè ad appena l’1,1% del valore complessivo delle riserve valutarie. Poco, se raffrontato con il 5% circa della vicina India. Dunque, dalla Cina dovremmo attenderci ulteriori acquisti e stabili lungo tutti i prossimi anni.

Aldilà delle banche centrali, la corsa all’oro sarebbe legata alle prospettive di politica monetaria presso le principali economie.

La Federal Reserve ha segnalato l’altro ieri di volersi prendere una pausa sui tassi, mentre la BCE starebbe rinviando il suo primo rialzo dal 2011 all’anno prossimo. Ciò sta sostenendo i titoli di stato, i cui rendimenti sono precipitati negli ultimi mesi. Quelli americani a 10 anni sono crollati dal 3,25% a cui si erano portati a novembre al 2,63% attuale. Poiché l’oro è un asset senza cedola, più alti sono i rendimenti, minore il suo appeal sul mercato. Adesso, sta avvenendo l’esatto contrario, per cui le quotazioni si scaldano un po’.

Inflazione bassa, ma rendimenti anche

Non solo, perché se guardiamo all’andamento dei rendimenti reali, ossia al netto dell’inflazione, scopriamo che l’America a novembre offriva sulla scadenza decennale fin sopra l’1%, mentre oggi non più dello 0,7%, se la crescita dei prezzi fosse confermata per gennaio stabile rispetto a dicembre. Nell’Eurozona, non ne parliamo: il Bund era già sottozero in termini reali e lo rimane. Acquistare un decennale emesso dalla Germania, oggi come oggi, significa rimetterci circa l’1,5% reale ogni anno. Se per un investitore esterno all’area potrebbe avere un senso, confidando nell’apprezzamento dell’euro entro la scadenza, per uno residente comporta solo perdite, per cui meglio puntare su un asset, che alla lunga ha sempre dato soddisfazioni.

Tuttavia, le quotazioni dell’oro vanno incontro al grosso limite del super dollaro. Il cambio americano si attesta ancora nei pressi dei massimi degli ultimi 22 mesi. Poiché si acquista proprio nella valuta americana, ciò ne indebolisce la domanda all’infuori degli USA. Se il dollaro si deprezzasse nei prossimi mesi, l’oro ne beneficerebbe. Tuttavia, non sembra questo il caso, anche perché se la Fed allenterà la sua politica sui tassi, la BCE e altre grandi banche centrali si trovano ancora con tassi azzerati e potenzialmente costrette a inseguirla per evitare recessione e bassa inflazione. Inoltre, se la finalità è quella dell’investimento, l’indebolimento del dollaro in una prospettiva a medio termine sarebbe un fattore di rischio negativo, visto che chi punta sul metallo contro i bassi tassi desidera conservare (in valuta locale) almeno lo stesso valore investito.

Pertanto, servirebbe che il deprezzamento fosse perfettamente compensato da un rialzo delle quotazioni.

Per concludere, l’aspetto interessante degli ultimi mesi consiste nella corsa all’oro da parte delle banche centrali (asiatiche), che sembra preludere a un cambio strutturale nella gestione dei rispettivi tassi di cambio, similmente a quanto accadde nell’Occidente di inizio anni Settanta, quando improvvisamente le economie ricche di allora si ritrovarono con la necessità di tendere a un nuovo regime valutario, sganciato dall’oro da una parte e dal dollaro dall’altra. In Asia, la diversità starebbe nella volontà delle principali banche centrali di fare incetta di oro, vuoi per i bassi volumi detenuti rispetto alle potenze occidentali, vuoi anche per la necessità di rassicurare i mercati internazionali sulla solidità della moneta emessa esibendolo come una sorta di collaterale di garanzia, altrimenti la dipendenza dal dollaro come valuta di riserva mondiale non verrebbe mai meno. Per essere più chiari, acquisti ingenti e costanti di oro da parte di Pechino e Mosca appaiono una mossa ostile agli USA, andando nella direzione di quella “dedollarizzazione”, che minaccerebbe nei prossimi decenni le fondamenta su cui poggia grossa parte del benessere a stelle e strisce.

La Cina rafforza lo yuan e accelera la dedollarizzazione del commercio mondiale

[email protected] 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti:
>