Corsa agli acquisti di assets italiani: ecco le ragioni per cui siamo nel mirino

La finanza vuole comprarsi l'Italia, ma lungi dall'essere un complotto, a parlare sono le cifre. Vediamole e capiamoci qualcosa.

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La finanza vuole comprarsi l'Italia, ma lungi dall'essere un complotto, a parlare sono le cifre. Vediamole e capiamoci qualcosa.

Il caso Mediaset-Vivendi sta vivacizzando il mercato in uno scorcio di fine anno, che generalmente non regala grosse emozioni ai mercati finanziari. Il colosso francese delle telecomunicazioni è salito in un paio di sedute dal 3,1% al 20% del Biscione, attirandosi le ire di Fininvest, la holding di casa Berlusconi, che con il 39,775% del capitale, non sembra rischiare di perdere il controllo, considerando che in poche ore si siano mossi governo e Agcom per rendere presente al finanziere bretone Vincent Bolloré, che la sua scalata “ostile” sia stata inopportuna e non potrebbe ugualmente portare al controllo del primo gruppo televisivo italiano, dato che già possiede quello di Telecom Italia e che, quindi, assumerebbe una posizione dominante nel sistema delle telecomunicazioni italiano. (Leggi anche: Berlusconi perderà il controllo dell’impero di famiglia?)

Che entrino capitali stranieri nel nostro paese non solo non dovrebbe essere guardato con sospetto, ma dovremmo, anzi, esserne persino contenti. Non è quello che da anni ci raccontiamo che manchi in Italia, ovvero la mancanza di investitori stranieri, che puntino sulla nostra economia?

Perché tutti vogliono comprare assets italiani

Qui, però, vogliamo interrogarci su un altro aspetto, cioè del perché sembra negli ultimi anni che sempre più assets nazionali prendano la via dell’estero, sfuggendo dal controllo di imprenditori nazionali. Uno dei casi più lampanti degli ultimi tempi riguarda Fiat Chrysler Automobiles, caso più unico che raro di una società che rileva il controllo di una concorrente, ma trasferisce la sua quotazione nel paese della controllata, mentre decide di pagare le tasse nella meno esosa Londra e di sottoporsi al diritto olandese.

Come mai pochi italiani comprano aziende straniere, mentre molti stranieri comprano aziende italiane? Sarebbero sufficienti pochissimi dati per capirlo.

Rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi finanziaria ed economica, la Borsa di Milano ha perso mediamente quasi il 57% del suo valore di capitalizzazione. Una percentuale mostruosa, specie se raffrontata a quanto sia accaduto altrove.

 

 

 

 

Piazza Affari crollata dal 2007

Nello stesso arco di tempo, infatti, le azioni a Francoforte sono salite del 40%, a Londra di poco oltre il 4%, a Wall Street del 42% e a Tokyo del 7%. Il mercato azionario risulta ancora in calo a Parigi, ma del 20%, mentre a Madrid segna un pesante -40%.

Parliamo delle piazze finanziarie delle principali economie del pianeta. L’Italia è di gran lunga maglia nera, essendo crollata più di tutte le altre concorrenti. Fatto 100 il valore delle nostre azioni ai picchi toccati nel 2007, infatti, oggi Milano segna 44, Francoforte 140, Parigi 80, Madrid 60, New York oltre 140, Tokyo 107 e Londra 104.

Italia è una piazza cheap

Come possiamo notare, l’Italia è diventata una piazza “cheap”, fin troppo a buon mercato, tale da fare gola, pur essendo un’economia in stallo, gravata da decenni dei soliti problemi e in cronica instabilità politica. Nello specifico, poi, Mediaset, pur dopo il rally di questi giorni, vale poco più di un terzo del 2006, per cui è naturale che l’azienda dell’ex premier venga scalata oggi, piuttosto che quando prezzava tre volte tanto ed era nelle mani di un capo di governo o, comunque, di un leader politico protagonista pur dai banchi delle opposizioni.

Bisogna chiedersi, semmai, perché il nostro mercato azionario sia diventato così evidentemente sottocosto, quasi un outlet della finanza occidentale. E qui, torniamo all’analisi di sempre: il pil è arretrato di circa l’8% rispetto al 2007, la produzione industriale risulta diminuita di quasi un quarto e il debito è cresciuto del 30% del pil alla percentuale monstre del 133%. Nel frattempo, le casate del capitalismo relazionale del Belpaese hanno perso molti quattrini e non riescono più nemmeno a fare squadra per difendersi l’uno con gli altri, come nei decenni precedenti, rendendo scalabili le loro aziende.

Dobbiamo continuare?

 

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