Obbligazioni in euro, così Draghi finanzia gli americani a metà costo

Indebitarsi in euro è la nuova tendenza sui mercati stranieri, grazie ai rendimenti infimi del comparto obbligazionario nell'Eurozona con il super-QE. Ma alla fine vuoi vedere che ci guadagneranno solo gli americani e gli emergenti?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Indebitarsi in euro è la nuova tendenza sui mercati stranieri, grazie ai rendimenti infimi del comparto obbligazionario nell'Eurozona con il super-QE. Ma alla fine vuoi vedere che ci guadagneranno solo gli americani e gli emergenti?

Il 10 marzo scorso, la BCE ha annunciato che il “quantitative easing” sarebbe stato ampliato dal mese di aprile a 80 miliardi mensili, includendo gli acquisti anche dei corporate bond, ovvero le obbligazioni emesse in euro dalle società non finanziarie con sede nell’Eurozona, anche se controllate da società con sede all’estero e pur in possesso di quote azionarie in banche. Il cosiddetto “super-QE” sta incentivando l’acquisto di bond privati sul mercato secondario, anche quelli “junk” o “non investment grade”, pur esclusi dal programma, nella convinzione che gli investitori si sposteranno verso questo segmento, man mano che i rendimenti dei bond “high grade” si ridurranno. Non sono in pochi, infine, a ipotizzare che Francoforte arriverebbe a comprare persino le obbligazioni “spazzatura”, nel caso in cui il secondo potenziamento degli stimoli monetari si rivelasse insufficiente a perseguire il target d’inflazione di quasi il 2% nell’Eurozona. Da allora ad oggi, i corporate bond con rating maggiore hanno visto scendere i loro rendimenti mediamente di un quarto nell’Eurozona, portandosi dall’1,3% all’attuale 1%. Questo significa che indebitarsi in euro oggi per le società considerate più affidabili costa meno della metà che farlo in dollari. Infatti, negli USA il segmento del corporate debt “high grade” rende al momento il 2,5%.

Emissioni eurobond, negli USA conviene

E così, gli emittenti più solidi in America stanno studiando il collocamento di bond denominati nella moneta unica, come ha fatto la scorsa settimana McDonald’s, che ha emesso obbligazioni per complessivi 2 miliardi di euro, di cui 750 milioni con scadenza 2028 e con rendimento di appena lo 0,75%, quando nel dicembre scorso aveva collocato sul mercato un bond in dollari per 1,75 miliardi e con scadenza decennale, offrendo agli investitori una cedola del 3,7%. Gli americani non stanno scoprendo in queste settimane il mercato corporate europeo. Già nel 2015, a fronte di 269 miliardi di emissioni in euro nel segmento a basso rendimento, il 22% è avvenuto per mano di società americane. La stessa percentuale si sta registrando in questi primi mesi del 2015, quando su quasi 116 miliardi di emissioni poco più di 24 miliardi sono di società USA.      

Scarso appeal dei bond nell’Eurozona

Persino sui mercati emergenti si sta registrando un boom di emissioni in euro, pari a 28 miliardi nei primi 4 mesi dell’anno, segno che un po’ tutto il pianeta starebbe scommettendo sui bassi rendimenti del comparto obbligazionario europeo. In sé è una buona notizia, perché segnala la fiducia degli investitori per l’efficacia del QE del governatore Mario Draghi. Il vero paradosso è che a puntare relativamente poco sul debito obbligazionario sono proprio le imprese dell’Eurozona. Lo scorso anno, su 1.800 miliardi di euro di prestiti, meno di un quarto (24,7%) è stato contratto con emissioni di bond, pari a circa 450 miliardi, di cui 190 miliardi del tipo “junk”, anche se rappresenta un incremento dal 18,7% del 2009. Nello stesso anno, negli USA risultano stati emessi bond per complessivi 1.600 miliardi di dollari, di cui 270 miliardi del tipo “junk” e 611 miliardi (+35%) di elevata qualità. Indebitarsi in euro sta diventando, quindi, la nuova scommessa delle società con sede in tutto il mondo, anche perché rispetto alle principali valute, l’euro è sceso ai minimi da anni con il QE, per cui oltre ai bassi costi, gli emittenti starebbero mettendo in conto anche un effetto-cambio favorevole a loro da qui alla scadenza dei titoli. Per intenderci, se il cambio euro-dollaro nel 2028, anno della scadenza di uno dei bond emessi da McDonald’s pochi giorni fa, salisse ai livelli di due anni fa, ovvero nel range 1,35-1,40, ciò implicherebbe per la catena di fast food rimborsare ai creditori una somma di valore inferiore a quella presa in prestito di quasi il 20%, per cui il rendimento effettivo dell’obbligazione alla scadenza scenderebbe sotto lo zero. In pratica, a questi prezzi e a questi livelli del cambio, le società americane potrebbero finire per indebitarsi in euro con tassi negativi. In termini effettivi, il mercato li pagherebbe per prestare loro denaro.      

Quali effetti su economia Eurozona?

Lo stesso fenomeno riguarderebbe le economie emergenti, le cui imprese potrebbero approfittare del crollo dei cambi dei mesi scorsi per scommettere su un recupero delle loro valute negli anni, combinato a rendimenti decisamente più bassi che in patria o in dollari. Pur partendo da costi più elevati, arriverebbero anch’esse a rifinanziarsi sul mercato europeo a rendimenti infimi. Se ciò accadesse, senza che il mercato corporate dell’Eurozona ne ricevesse un beneficio sostanziale, Draghi sarebbe riuscito nel paradosso di abbellire i bilanci delle società concorrenti alle nostre, cosa che potenzialmente potrebbe rendere il nostro tessuto imprenditoriale relativamente più debole. Non è questo l’obiettivo della BCE, che punta semmai su un effetto spiazzamento, per cui le nostre imprese più grandi sarebbero da invogliate a prendere a prestito denaro sul mercato, spingendo così le banche a finanziare maggiormente le piccole e medie imprese, che tra maggiore offerta e una politica monetaria ultra-espansiva vedrebbero diminuire i costi per investire e rifinanziare i loro debiti. In teoria, dovrebbe andare così, nella pratica resta tutto da vedere.    

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Argomenti: Bce, cambio Euro Dollaro, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, rendimenti bond, rendimenti negativi, stimoli monetari, tassi negativi, valute emergenti