Corea del Nord: Trump pronto a incontro con Kim Jong-Un, che succede?

Il presidente Trump si è detto pronto a incontrare il leader nordcoreano Kim Jong-Un. Come mai questo apparente stravolgimento strategico? Cosa c'è sotto?

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Il presidente Trump si è detto pronto a incontrare il leader nordcoreano Kim Jong-Un. Come mai questo apparente stravolgimento strategico? Cosa c'è sotto?

“Se possibile, lo incontrerei, assolutamente, ne sarei onorato”. Sono le parole utilizzate ieri dal presidente Donald Trump, a proposito del leader della Corea del Nord, Kim Jong-Un. Le ha pronunciate dalla Sala Ovale della Casa Bianca, aggiungendo che dovrebbero esserci “le giuste condizioni” per far sì che l’incontro possa avvenire. Il portavoce Sean Spicer poco dopo precisava che allo stato attuale, tali condizioni non vi sarebbero.

Resta il fatto che all’apice delle tensioni con gli USA, il presidente nordcoreano abbia ricevuto quasi un messaggio di cordialità da parte dell’uomo più potente del mondo, dopo essere stato minacciato apertamente di un attacco militare. Che cosa sta accadendo di preciso? (Leggi anche: Crisi USA-Corea del Nord, Trump: difficile soluzione diplomatica)

Per capirci qualcosa di più, si consideri che Trump ha ieri invitato alla Casa Bianca, al termine di un colloquio telefonico, il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, al centro di polemiche internazionali per la sua lotta alla droga, attuata in appena 10 mesi di mandato con blitz sanguinari, che avrebbero provocato non meno di 7.000 morti tra i presunti trafficanti.

Parole distensive di Trump verso Jong-Un

Duterte è stato un fiero critico dell’amministrazione Obama e ha utilizzato in questi primi mesi alla presidenza una forte retorica anti-USA. Lo stesso Trump dovrebbe recarsi a Manila a novembre, compiendo un passo che nessun altro leader occidentale forse prenderebbe in considerazione. La Casa Bianca sta segnalando agli americani e al mondo di seguire una politica non convenzionale. Per intenderci, è come se nel 1962, quando tra USA e Unione Sovietica si sfiorò una guerra nucleare per la crisi di Cuba, l’allora presidente John F. Kennedy avesse invitato Nikita Kruscev a Washington per parlarsi faccia a faccia.

Passare da una quasi guerra dichiarata a un’offerta di colloquio spiazzerebbe qualsiasi leader, anche il più consumato. Anche perché su Jong-Un, Trump ha usato parole quasi paterne, quando lo ha definito un giovane, che a soli 27-28 anni ha ereditato la guida del paese dal padre, trovandosi ad avere a che fare con gente molto dura, riferimento implicito ai militari nordcoreani, veri detentori del potere a Pyongyang.

“E’ un bel furbetto”, ha chiosato, sempre riferendosi al terzo presidente della dinastia dei Kim. (Leggi anche: Trump, Siria, Corea e ISIS: qual è il messaggio USA al mondo?)

Aumenta pressione sulla Cina

Se vedessimo il poco più che trentenne Jong-Un alla Casa Bianca, sarebbe forse la foto del secolo. Mai USA e Corea del Nord hanno intrattenuto relazioni diplomatiche degne di questo nome, anche perché lo stato “eremita” è isolato e utilizza toni e provocazioni quasi quotidianamente contro gli USA. Tuttavia, quello di Trump sarebbe un segnale anche e, soprattutto, alla Cina.

Nell’ultimo mese, Washington ha affidato a Pechino il ruolo di mediatore nella ricerca di una difficile soluzione alla crisi nucleare scatenata dai frequenti test missilistici del regime di Jong-Un. Dal canto suo, il presidente Xi Jinping ha aumentato la pressione su Pyongyang, aderendo alle sanzioni ONU contro le esportazioni di carbone nordcoreano, che rappresentano un terzo del totale dell’export del paese. I risultati sono ancora deludenti e la Corea del Nord non si è dissuasa dall’intento di crearsi un arsenale nucleare. (Leggi anche: Corea del Nord, l’opzione nucleare che fermerebbe Kim Jong-Un)

La politica del bastone e la carota

Trump ha affermato che se essa eseguirà nuovi lanci di missili balistici, l’America “non sarebbe molto contenta”. Insomma, un avvertimento a Jong-Un, ma anche una mano tesa per impedire il peggio. La Cina non avrà apprezzato le sue parole, quasi sentendosi scavalcata nella mediazione tra le due capitali. Ed è proprio questo il possibile obiettivo del presidente americano, fare pressione su Pechino, in modo da indurla a compiere gesti più risoluti per impedire altri colpi di testa del “furbetto”.

E’ probabile che non vedremo mai Kim Jong-Un alla Casa Bianca, ma le parole di Trump avranno un effetto dirompente per la diplomazia internazionale. Egli ha segnalato la sua volontà di risolvere anche le questioni più controverse e spinose attraverso il rapporto diretto, in barba ai protocolli ufficiali.

Punta a un piano B, ovvero a verificare la possibilità di rendere meno ostile il regime nordcoreano, offrendogli la carota, oltre che il bastone, ma a questo punto impensierendo Pechino, che meno di ogni altra cosa vorrebbe vedere un leader a Pyongyang, che si comunica direttamente al telefono con la Casa Bianca o che, addirittura, vi si reca. (Leggi anche: Corea Nord, perché Pechino non rompe)

“Modello Corea” applicato anche altrove?

“Divide et impera” dice un vecchio proverbio latino sempre efficace. Una strategia che non passa mai di moda e che Trump utilizzerà a suo piacimento non solo nell’Asia nord-orientale, ma anche in Siria, dove sta già spezzando l’alleanza creatasi tra Mosca e Ankara, attaccando il regime di Damasco e mettendo Vladimir Putin ed Erdogan l’uno contro l’altro. Stavolta, rischia di essere un derby tra Jong-Un e Jinping. A proposito, oggi Trump parlerà al telefono con Putin. E’ fatto così il tycoon, passa da uno schiaffo a una carezza in pochi secondi. E tu non sai nemmeno come reagire di preciso. D’altronde, un suo predecessore, Harry Truman, l’uomo della ricostruzione dell’ordine mondiale dopo la Seconda Guerra Mondiale, disse: “Se non puoi convincerli, confondili”. (Leggi anche: Corea del Nord, fine annunciata di Jong-Un è messaggio di Trump a Putin)

 

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