Corea del Nord, Trump attacca la Cina e cresce la pressione su Kim Jong-Un

La Corea del Nord continuerebbe a importare petrolio dalla Cina e il presidente Trump pubblica un tweet infuocato contro Pechino. Cresce la pressione su Kim Jong-Un.

di , pubblicato il
La Corea del Nord continuerebbe a importare petrolio dalla Cina e il presidente Trump pubblica un tweet infuocato contro Pechino. Cresce la pressione su Kim Jong-Un.

“Colti con le mani nel sacco. Molto indispettito che la Cina venda olio alla Corea del Nord. Nessuna soluzione pacifica possibile se ciò accade ancora”. E’ il tweet di poche ore fa del presidente americano Donald Trump, che ha biasimato il presunto contrabbando di petrolio tra Pechino e Pyongyang, in barba alle sanzioni ONU di settembre e novembre, alle quali lo stesso governo cinese ha aderito per accrescere la pressione su Kim Jong-Un, il 33-enne dittatore in carica da sei anni e che rischia di portare il pianeta sull’orlo di una guerra nucleare con la sua campagna bellica, caratterizzata da lanci di missili in acque anche giapponesi e di test nucleari.

(Leggi anche: Nord Corea: Kim Jong-Un tutt’altro che pazzo, per Trump scelta impossibile)

Sanzioni contro Corea del Nord ad oggi inefficaci

Trump ha fatto riferimento agli esiti della ripresa delle immagini da satelliti spia USA, che secondo il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo avrebbero immortalato almeno una trentina di spedizioni di petrolio “ship-to-ship” dalla Cina alla Corea del Nord. Si tratta di operazioni, che puntano ad aggirare le consegne onshore, spedendo greggio da una nave e caricandolo in aperto mare su un’altra nave. Il 3 settembre scorso, l’ONU ha comminato nuove sanzioni contro il regime eremita, tagliando del 30% a 500.000 barili all’anno le importazioni di greggio, mentre il 29 novembre ha limitato da 4,5 a 2 milioni di barili all’anno le importazioni possibili di prodotti petroliferi.

Eppure, la Corea del Sud ha appena annunciato il sequestro di una nave carica di 600 tonnellate di petrolio della Lighthouse Winmore con sede a Hong Kong. Pare che il carico sia partito dal Giappone l’11 ottobre scorso e che abbia fatto tappa al porto sudcoreano di Yeosu, prima di prendere il largo per la Corea del Nord, salvo essere stato preventivamente intercettato.

La Corea del Nord commercia fino al 90% dei volumi complessivi con la sola Cina, per cui si capisce perché l’amministrazione Trump stia facendo leva proprio su Pechino per ottenere il risultato di mettere a tacere le minacce dell’alleato.

Ad oggi, pare che gli effetti delle crescenti sanzioni sull’economia nordcoreana siano state poco percettibili per la popolazione, vuoi perché abituata alla miseria, vuoi anche perché Pyongyang avrebbe trovato il modo di aggirarle. Non pare, ad esempio, che il lavoro forzato esportato in realtà come Cina, Russia e Mongolia abbia subito un freno. Si pensi che fatturerebbe al regime un miliardo di dollaro all’anno, se non di più, qualcosa come quasi il 3% del pil. (Leggi anche: Corea Nord, sanzioni inefficaci: ecco il vero pericolo per Kim Jong-Un)

Kim Jong-Un costretto a cedere?

E le sanzioni hanno colpito bruscamente anche le esportazioni nordcoreane, comprese quelle di carbone, che valgono un terzo del totale. Tuttavia, involontariamente questa mossa potrebbe servire a Kim Jong-Un per tamponare per alcuni mesi il crollo delle importazioni di greggio. L’abbondante offerta di carbone che consegue all’embargo, infatti, consentirebbe al regime di sostituire temporaneamente il petrolio per la produzione di energia.

Detto ciò, la pressione sul dittatore sta crescendo. L’economia aveva mostrato nel 2016 il suo più alto tasso di crescita di questo Millennio con un pil a +3,9%. Non conosciamo i numeri sul 2017, che verosimilmente verranno divulgati nei prossimi mesi dalla banca centrale sudcoreana sulla base di stime indipendenti. E’ certo, però, che man mano che le sanzioni diverranno efficaci – entro il marzo prossimo, a distanza di sei mesi dal loro varo – le esportazioni si ridurranno ulteriormente, pur con tutti gli escamotage escogitati dal regime. Venendo meno dollari in ingresso, le importazioni saranno razionate e Pyongyang potrebbe ritrovarsi a dovere gestire una crisi in stile Venezuela. Se la popolazione è abituata a subire e sopportare ciò che altrove sarebbe insopportabile per molto, molto meno, è altrettanto vero che il destino politico di Kim Jong-Un sembra legato proprio al successo che riuscirà a riscuotere sul piano dei miglioramenti dell’economia e delle condizioni di vita dei circa 25 milioni di nordcoreani.

Non possiamo escludere, pertanto, che nonostante la Corea del Nord sia forse il più imprevedibile e imperscrutabile regime al mondo, nei prossimi mesi decida di aprire un canale di comunicazione con gli USA, tramite la Cina, al fine di vedersi alleggerite le sanzioni ed evitare che l’economia collassi sotto il peso di una carestia alimentare, che già alla metà degli anni Novanta provocò due milioni di morti.

E Kim Jong-Un non vuole e non può permettersi il lusso che ciò accada di nuovo. (Leggi anche: Forme di capitalismo in Nord Corea, ma economia nelle mani di Kim Jong-Un)

[email protected]

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , ,