Corea del Nord stremata da sanzioni ONU? Vediamo quanto potrà resistere la sua economia

La Corea del Nord inizia a patire gli effetti delle sanzioni ONU contro la sua economia. A preoccupare il regime di Kim Jong-Un sarebbe specialmente il tetto alle importazioni di petrolio.

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La Corea del Nord inizia a patire gli effetti delle sanzioni ONU contro la sua economia. A preoccupare il regime di Kim Jong-Un sarebbe specialmente il tetto alle importazioni di petrolio.

Le sanzioni comminate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU della scorsa settimana contro la Corea del Nord rappresentano un importante passo in avanti della comunità internazionale contro il regime di Kim Jong-Un, divenuto una minaccia non più trascurabile per l’intero pianeta con i suoi frequenti lanci di missili balistici e test nucleari, di cui l’ultimo un paio di settimane fa. La grossa novità della scorsa settimana è arrivata da Pechino, visto che per la prima volta la Cina ha votato l’embargo contro Pyongyang. Questo è risultato ammorbidito rispetto alle richieste degli americani. E’ stato deciso, ad esempio, che la Corea del Nord non potrà importare dall’estero più di 2 milioni di barili all’anno, mentre l’amministrazione USA avrebbe desiderato un divieto totale. Su quanto pesi tale embargo sull’economia nordcoreana, tuttavia, esistono pareri discordanti. Stando ai dati cinesi, Pyongyang avrebbe acquistato dall’estero nel 2016 2,2 milioni di barili, per cui si tratterebbe di tagliare le importazioni di appena il 10%. Altri dati parlano, però, di 4,5 milioni di barili, nel quale caso assisteremmo a più che un dimezzamento.

Non solo greggio, però. E’ stato anche disposto il divieto per gli stati e le società stranieri di utilizzare nuova manodopera nordcoreana, in modo da colpire le rimesse a cui il regime attinge per accedere alla valuta straniera e finanziare così i propri programmi nucleari. Il regime “esporta” migliaia di nordcoreani all’anno, costretti a lavorare, in particolare, in Cina e Russia, in condizioni praticamente di schiavitù. E inoltre viene colpita l’industria tessile nordcoreana, le cui esportazioni sono vietate, restando in piedi le sanzioni contro carbone, piombo, ferro e pesce. Anche per il carbone, non si tratta di un embargo totale, bensì di un tetto di 7,5 milioni di tonnellate all’anno, pari a un valore complessivo potenziale delle esportazioni di 3-400 milioni di dollari, ai prezzi attuali. (Leggi anche: La Cina rispedisce il carbone in Corea del Nord e aderisce alle sanzioni ONU)

Quale impatto sull’economia nordcoreana?

Quanto potrà resistere l’economia nordcoreana con la nuova sfornata di sanzioni ONU? Partiamo da una evidenza: il popolo nordcoreano è già abituato alle restrizioni. Un esempio? Nonostante risiedano nel paese 25 milioni di abitanti, i consumi medi giornalieri di petrolio ammontano qui solamente a 15.000 barili, un quinto di quelli esistenti all’epoca della caduta dell’Urss. D’altra parte, le auto private si contano sulle punta delle dita e gli standard di vita sono improntati a una ferrea austerità. Stando ad alcuni dati disponibili della Corea del Sud, Pyongyang avrebbe riserve per resistere 1-2 anni ancora alle sanzioni contro le importazioni di petrolio.

A luglio, la compagnia petrolifera statale China National Petroleum Corporation ha venduto nel paese il 97% in meno di greggio su base annua: appena 120 tonnellate contro le 8.262 dello stesso mese del 2016. Per questo mese era in programma uno spettacolo militare aereo presso la costa orientale, ma l’evento è stato annullato, molto probabilmente per via della decisione delle autorità pubbliche di razionare l’uso del carburante. Non che questo dissuaderebbe il regime dall’implementare i piani nucleari, anche al costo di sacrificare i già infimi consumi privati.

Intanto, la popolazione inizia ad avvertire le conseguenze della chiusura dei rubinetti cinesi del petrolio. I prezzi della benzina sarebbero aumentati già di quasi l’80% a 1,73 dollari al chilo, un livello poco sostenibile per i bassissimi redditi dei nordcoreani. E già in giro si vedrebbero ancora meno auto. Per contro, sarebbero diminuiti i prezzi del carbone, ora che il paese non riesce ad esportarlo del tutto, aumentando così l’offerta interna. E c’è da scommettere che il regime utilizzerà per la sua produzione di energia più carbone e meno petrolio, nel tentativo di sterilizzare gli effetti delle sanzioni. (Leggi anche: Corea del Nord ricchissima, quello che non immaginate del regime comunista)

Anche pirateria informatica come fonte di entrate

Se da un lato l’embargo parziale su greggio e carbone rappresenta una mezza sconfitta per gli USA, dall’altro aumenta il potere di ricatto della Cina su Pyongyang, perché da un momento all’altro, nel caso di nuovi test nucleari o di lanci di missili, Pechino potrebbe votare insieme al resto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per abbassare ulteriormente il tetto massimo di tonnellate di carbone esportabile o di barili importabili, accrescendo la pressione su Kim Jong-Un. Al limite, il Palazzo di Vetro arriverebbe finanche a imporre un embargo totale sulle esportazioni di carbone o sulle importazioni di greggio, privando il paese del tutto dell’accesso alla valuta straniera da un lato e rendendo impossibile il mantenimento del pur basso standard di vita dei nordcoreani.

Nel frattempo, però, il regime si è ingegnato, come segnalerebbero i ripetuti furti informatici ai danni, in particolare, di almeno 3 diverse piattaforme di trading per Bitcoin sudcoreane. Gli attacchi con malware sarebbero partiti dalla primavera scorsa, guarda caso dopo che la Cina ha parzialmente aderito alle sanzioni ONU contro il carbone. Secondo gli esperti, Pyongyang adopererebbe il cosiddetto “Ufficio 39” per azioni di pirateria su internet, tese a sottrarre oro e valuta straniera a banche e altre istituzioni estere. L’FBI ha aperto un’indagine nei mesi scorsi contro il regime, sospettando che esso sia dietro al maxi-furto subito dalla banca centrale del Bangladesh nel 2016.

I Bitcoin, con il +400% segnato quest’anno dalle loro quotazioni, sono diventati molto appetibili per la dittatura nordcoreana. Pare che alcuni suoi funzionari abbiano acceduto illegalmente agli indirizzi email di investitori nella “criptomoneta”, impossessandosi dei loro portafogli e convertendoli in moneta fiat, ovvero in dollari, yuan, etc. Un modo come un altro per ottenere valuta straniera, non essendo capace di procurarsela tramite il canale ufficiale del commercio, anche se non saranno certamente gli hackers a salvare l’economia di Pyongyang. (Leggi anche: Nord Corea indagata da Fbi per maxi-furto alla Fed?)

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