Corea del Nord lancia missile in Giappone: Kim Jong-Un e quel golpe cinese fallito

Il regime nordcoreano di Kim Jong-Un avrebbe superato ogni limite con il lancio del missile di stamattina in Giappone. Dietro al crescendo di tensioni in Asia vi sarebbe una guerra sotterranea tra Corea del Nord e Cina.

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Il regime nordcoreano di Kim Jong-Un avrebbe superato ogni limite con il lancio del missile di stamattina in Giappone. Dietro al crescendo di tensioni in Asia vi sarebbe una guerra sotterranea tra Corea del Nord e Cina.

“Attacco senza precedenti”. Così il premier giapponese Shinzo Abe ha definito il lancio di un missile sopra l’isola di Hokkaido da parte della Corea del Nord, avvenuto stamattina, poco prima delle 6. Si tratta verosimilmente di un Hawsong-12 da poco sviluppato e a medio raggio, che nel corso del tragitto verso il nord del Giappone ha raggiunto l’altezza massima di 550 km per inabissarsi a 1.180 km dalle coste nipponiche, nel nord del Pacifico, spezzandosi in tre tronconi.

Una reazione di Pyongyang era attesa, essendo in corso in questi giorni nell’area esercitazioni militari congiunte tra marina USA e quella della Corea del Sud, come ogni anno ad agosto. Tuttavia, ci si attendeva che il missile fosse lanciato a sud, non a nord. Solo in altre due occasioni (1998 e 2009), il regime nordcoreano aveva lanciato missili sopra il Giappone, ma sempre formalmente per veicoli satellitari, mentre stavolta si tratta di un’arma balistica.

Come risposta, Seoul ha convocato il Consiglio di Sicurezza, mentre il presidente americano Donald Trump si è trattenuto al telefono per 40 minuti con il premier giapponese e nel corso della chiamata hanno convenuto sulla necessità di accrescere la pressione sul regime di Kim Jong-Un, che sembra davvero avere superato ogni linea rossa. I mercati stamattina stanno reagendo piuttosto negativamente all’evento, perché potrebbe segnare un punto di non ritorno nella crisi geopolitica asiatica, facendo entrare il pianeta in una fase di incertezza. Potenzialmente, saremmo di fronte a un confronto militare di tipo nucleare. Adesso, temono una risposta dura da parte dell’amministrazione americana, che quasi certamente potenzierà le sanzioni economiche contro Pyongyang. (Leggi anche: Nord Corea, Trump verso nuove sanzioni? Intanto, l’economia di Kim Jong-Un resiste)

Le tensioni con Pechino

Cosa sta succedendo davvero in Asia? Siamo dinnanzi a un regime fuori controllo? Il 33-enne dittatore sembra volere lanciare più messaggi che missili, ma a chi e comunicando cosa? Contrariamente a quanto potremmo sospettare, non sarebbero gli USA l’obiettivo degli attacchi di Kim Jong-Un, bensì Pechino, il vecchio alleato sempre meno di ferro.

Qualche giorno fa, il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo riportava la notizia, per la quale il Ministero del Commercio cinese avrebbe negato il rinnovo del permesso di soggiorno ai lavoratori nordcoreani presenti nel paese e attivi nel settore della ristorazione, al contempo chiedendo loro di lasciare la Cina. E in accordo con la Risoluzione ONU 2371, sempre Pechino ha vietato la creazione di joint-ventures tra entità cinesi e nordcoreane sul proprio territorio. Si stima che in Cina lavorerebbero 19.000 nordcoreani nella ristorazione, i cui stipendi finirebbero quasi del tutto nelle mani del regime. Inoltre, la Corea del Nord gestirebbe un centinaio di ristoranti in Cina per un ammontare complessivo di utili per 10 milioni di dollari all’anno. (Leggi anche: Corea del Nord: spese militari record, ecco dove Jong-Un prende i soldi)

Nelle scorse settimane, diversi soggetti cinesi e russi sono stati colpiti dalle sanzioni americane, accusati di favorire la corsa al nucleare di Pyongyang, intrattenendo rapporti economici, che consentirebbero a Kim Jong-Un di finanziare i suoi propositi bellici. La scorsa settimana, poi, Washington ha deciso di bloccare aiuti per quasi 300 milioni di dollari all’Egitto, pur un paese alleato, ufficialmente per il mancato rispetto dei diritti umani, ma in verità per i suoi rapporti diplomatici, militari ed economici pluridecennali e mai sopiti nemmeno in questa fase. Ricordiamo che la Corea del Nord spende oltre un quinto del suo pil per la difesa, la percentuale più alta al mondo.

A fine febbraio, aderendo alle sanzioni ONU comminate qualche mese prima, Pechino decideva di sospendere le importazioni di carbone dalla Corea del Nord, un business vitale per Pyongyang, ammontando a circa un terzo del suo export complessivo.

Si consideri che lo stato comunista non intrattiene rapporti economici praticamente con alcun paese al mondo e che le relazioni commerciali con la Cina valgono il 90% del totale. (Leggi anche: La Cina rispedisce il carbone in Corea del Nord)

Sventato colpo di stato cinese?

Dunque, le bizzarrie pericolose di Kim Jong-Un sarebbero una ritorsione contro l'”amico” cinese, che negli ultimi tempi starebbe venendo meno al suo ruolo di protettore indefesso di Pyongyang nello scacchiere internazionale. C’è di più: il dittatore teme di essere eliminato proprio da mani cinesi. E a tale proposito, il quotidiano nipponico Nikkei riporta un’interessante ricostruzione dell’omicidio di Kim Jong Nam, fratellastro di Kim Jong-Un, avvenuto in Malaysia a febbraio.

Pare che nel 2012, l’allora presidente cinese Hu Jintao avesse avuto un colloquio segreto con lo zio di Kim Jong-Un, appena arrivato al potere dopo l’improvvisa scomparsa del padre. Pechino avrebbe avallato la deposizione del neo-dittatore per sostituirlo proprio con il più rassicurante Jong Nam, il quale avrebbe dovuto succedere al padre, ma era rimasto vittima qualche anno prima di uno “scandalo”, legato al suo tentativo di entrare illegalmente in Giappone nel 2001 per visitare un parco giochi. Il piano sarebbe saltato, perché un alto funzionario di Jiang Zemin, ex presidente cinese, avvisò per tempo Pyongyang. E’ così che si spiegherebbe l’uccisione dello zio di Kim Jong-Un per alto tradimento – pare fatto sbranare da 100 cani rimasti a digiuno per i tre giorni precedenti all’esecuzione a morte – per arrivare all’omicidio del fratellastro di quest’anno, che nei fatti ha reso impossibile per Pechino ipotizzare una successione “dolce” in Corea del Nord.

Kim Jong-Un pretende che il mondo e, in particolare, i cinesi riconoscano al suo regime la piena legittimità nello scacchiere geopolitico asiatico, come se si trattasse di una potenza con cui trattare alla pari. Pechino, invece, considera Pyongyang sempre più motivo di imbarazzo e vorrebbe che alla dittatura attuale succedesse un assetto più controllabile, pur restando nel novero delle proprie alleanze.

(Leggi anche: Corea del Nord tra rischi carestia e piani nucleari: cosa vuole Kim Jong-Un?)

Cina vuole eliminare Kim Jong-Un

I cinesi non possono permettersi, però, di far fuori Jong-Un senza un successore certo e riconoscibile dai potenti militari nordcoreani, rischiando altrimenti di alimentare un collasso istituzionale, che avrebbe un duplice effetto negativo su Pechino: migrazioni massicce di nordcoreani verso le sue province nord-orientali, in sé povere; arrivo al potere di un soggetto potenzialmente non amico, magari sostenuto dagli americani e dalla Corea del Sud.

La dinastia dei Kim non cesserà di esistere prima che i cinesi abbiano trovato un volto rassicurante per i loro equilibri geopolitici con cui sostituirla. Non possono permettersi di ritrovarsi alle frontiere uno stato amico degli USA, né l’amministrazione americana si spingerebbe fino al punto di forzare la mano in tal senso, consapevole di quale sia la posta in gioco. Eppure, questo Jong-Un non potrà restare a lungo al potere, essendosi inimicato pure gli unici alleati di cui disponeva. E più le distanze con Pechino cresceranno, maggiori saranno gli affronti e le provocazioni come quelle di questa mattina alla comunità internazionale. (Leggi anche: Nord Corea, ecco perché Pechino non rompe)

 

 

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