Corea del Nord, fine annunciata di Kim Jong-Un è messaggio di Trump a Putin

In Corea del Nord sembra segnato il destino di Kim Jong-Un, a seguito del patto tra Cina e USA per la sua destituzione, che potrebbe essere messo in atto presto. E il presidente Donald Trump sembra avvertire anche Putin sulla Siria.

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In Corea del Nord sembra segnato il destino di Kim Jong-Un, a seguito del patto tra Cina e USA per la sua destituzione, che potrebbe essere messo in atto presto. E il presidente Donald Trump sembra avvertire anche Putin sulla Siria.

Sale a tre il numero complessivo delle portaerei americane dispiegate dagli USA nella penisola coreana: la CVN-76T Ronald Reagan, la CVN-68 Nimitz e la CVN-70 Carl Vinson. La tensione è alle stelle nell’area, dopo che il vice-presidente Mike Pence, in visita a Seul in una 10 giorni asiatica, ha dichiarato ieri che “l’era della pazienza strategica è finita”, ponendo in risalto l’amicizia storica tra Washington e Corea del Sud, successivamente alle parole del presidente Donald Trump, che avevano evidenziato, invece, l’asse tra la Casa Bianca e la Cina per porre fine alle stravaganze belliche pericolose di Kim Jong-Un, il giovane dittatore, che sabato scorso alla parata militare in onore del nonno aveva esibito due nuovi missili e che domenica ne ha lanciato un sesto, anche se l’esito è stato fallimentare.

Lo scenario che abbiamo davanti è quello di un intervento militare americano, che dovrebbe realizzarsi alla prossima provocazione del regime nordcoreano. E’ questo il senso del dispiegamento delle forze navali nella penisola. Gli USA non potranno più fare finta di nulla nel caso di un nuovo test nucleare o un ennesimo lancio missilistico di Pyongyang, altrimenti il loro sembrerebbe più la mossa di un cane che abbaia, ma che non morde; d’altra parte, Jong-Un stesso rischia di perdere credibilità dinnanzi al suo potente esercito, se dopo dichiarazioni così incendiarie, dovesse addolcire la sua posizione e cedere alle pressioni cinesi. (Leggi anche: Trump, Siria, Corea del Nord e ISIS: qual è il messaggio degli USA al mondo?)

La Cina ha mollato Kim Jong-Un

L’intervento americano sarebbe a sorpresa e concordato tra Trump e il collega Xi Jinping. Tra i due è nato un asse strategico ben più rilevante di quanto dalle cronache di questi giorni sta emergendo e che nella sostanza sembra ribaltare le premesse con cui l’amministrazione del tycoon era nata nemmeno due mesi fa.

Da ieri, Pechino ha sospeso i voli tra Cina e Corea del Nord, mentre dalla settimana scorsa non consente più alle sue aziende di accettare in consegna il carbone in arrivo dal paese alleato, che rappresenta oltre un terzo delle esportazioni di quest’ultimo, aderendo così alle sanzioni ONU comminate nel 2016. (Leggi anche: Kim Jong-Un, chi è il dittatore nordcoreano che minaccia la guerra nucleare)

L’attacco USA-Cina contro Pyongyang

Quale sia il senso di queste ultime azioni di Pechino non è difficile capirlo: intimare a Jong-Un un cambio di passo, altrimenti le relazioni diplomatiche tra i due paesi si raffredderanno a tal punto, che nei fatti il regime già soprannominato “eremita” non avrà alcun rapporto con il resto del mondo e nessuno più a difenderne le ragioni o a placare gli animi dei suoi nemici esterni.

La realtà è ancora più drammatica per il dittatore nordcoreano, il quale avrebbe i giorni contati. Al prossimo colpo di testa (ci sarà), l’America attaccherà, probabilmente da sud, puntando a distruggerne l’arsenale bellico, evitando che Pyongyang sia in grado di sferrare un attacco ritorsivo contro Seul, che dista a soli 50 chilometri dalla frontiera con la Corea del Nord. A quel punto, la Cina stessa stringerà il regime in una morsa, penetrando nel paese da nord, magari con la scusa di ristabilire l’ordine, a seguito della fuga prevedibile di profughi. Si rammenta, che da giorni si registrano manovre militari cinesi a ridosso proprio della frontiera con la Corea del Nord. (Leggi anche: Il regime di Kim Jong-Un lancia un altro missile, ma la Corea del Nord rischia il collasso)

Verso un nuovo regime meno impresentabile?

Che cosa avranno concordato Trump e Jinping nel loro incontro di due giorni in Florida e nei colloqui telefonici dei giorni seguenti? Probabilmente, il futuro di Pyongyang. L’America ha la necessità di sbarazzarsi di Jong-Un, simbolo e minaccia concreta di rischi per la propria sicurezza nazionale e quella degli alleati asiatici. I cinesi, però, pur imbarazzati da anni dalle bizzarrie di un alleato poco addomesticabile e impresentabile al mondo, non vogliono che la caduta della dinastia dei Kim coincida con la riunificazione tra le due Coree o con la nascita di un nuovo corso a Pyongyang di stampo filo-americano.

Pertanto, Trump avrebbe ottenuto da Jinping la “morte” politica, forse persino fisica di Jong-Un, ma avrebbe promesso a quest’ultimo di non acconsentire ad alcuna riunificazione tra le due Coree. Il futuro a Pyongyang dovrebbe essere gestito, quindi, da una figura autorevole interna (un militare?), ma controllabile da Pechino e che cessi di minacciare il pianeta con l’atomica. Insomma, seguirà una dittatura meno cruenta, simile nei tratti a quella cinese, dove l’ideologia comunista non verrebbe messa in discussione, ma almeno resa compatibile con la convivenza pacifica nell’area. (Leggi anche: Nord Corea, economia in ginocchio senza Cina)

Putin è preoccupato e ha ragione ad esserlo

Allargando lo sguardo dalla penisola a tutta l’Asia, il patto tra Trump e Jinping appare molto allarmante per la Russia di Vladimir Putin, quest’ultima in rotta di collisione con la Cina, ambendo anch’essa ad affermarsi quale potenza continentale. E che Trump stia giocando contemporaneamente su due tavoli – Corea del Nord e Siria – inizia a sembrare non più una semplice coincidenza. Se avevamo quasi tutti percepito l’attacco missilistico USA contro il regime di Damasco come un avvertimento per Jong-Un, adesso appare vero anche il contrario.

Washington segnala a Mosca di volersi sbarazzare di Bashar al-Assad e l’alleanza strategica con la Cina mette nell’angolo Putin, il quale si vede ridimensionato improvvisamente in Asia e avvertito anche sul Medio Oriente: o accetti la destituzione di Assad e concordi con noi (gli USA) il futuro di Damasco, oppure il Cremlino sarà estromesso dal gioco delle alleanze tra potenze nello scacchiere mediorientale e non diverrà più centrale per il riassetto dell’area.

Questione anche qui di settimane e il futuro, non imminente, di Assad è segnato. Trump lo farà sostituire con una figura meno impresentabile, possibilmente dello stesso partito Baath, che rassicuri gli USA con riguardo alla sua ideologia non islamista, ma che allo stesso tempo sia in grado di godere di buoni rapporti con Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Israele. Ricordiamoci, che il dittatore siriano appartiene alla minoranza alawita, pari ad appena il 10% della popolazione, mentre i due terzi di essa è islamico-sunnita, per cui a Damasco serve chi possa rappresentare almeno il grosso del paese, anche nei rapporti con le potenze locali. Se Mosca ci sta, bene, concorrerà a designare il successore di Assad, altrimenti lo dovrà subire. E’ la dottrina Trump, che piaccia o meno sta già per essere messa in pratica. (Leggi anche: Attacco USA in Siria, le 3 vere ragioni per cui Trumo ha lanciato missili contro Assad)

 

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