Corea del Nord dribbla sanzioni con attacchi informatici e un po’ di capitalismo

La Corea del Nord non avverte ancora gli effetti delle dure sanzioni internazionali, resistendo con attacchi informatici sempre più frequenti. E un primo assaggio di capitalismo fortifica la sua economia.

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La Corea del Nord non avverte ancora gli effetti delle dure sanzioni internazionali, resistendo con attacchi informatici sempre più frequenti. E un primo assaggio di capitalismo fortifica la sua economia.

Il consigliere per la Sicurezza Interna della Casa Bianca, Tom Bossert, ha accusato formalmente la Corea del Nord di essere stata dietro a “WannaCry”, il virus informatico, che nel maggio scorso avrebbe colpito decine di migliaia di computer in tutto il mondo, rubando dati ed estorcendo ai titolari 300 dollari a testa. Da qualche ora, la Corea del Sud sta investigando contro Pyongyang per un maxi-furto ai danni di Youbit, una piattaforma di trading di Bitcoin, che martedì si è vista sottrarre da un attacco hacker il 17% degli assets negoziati, trovandosi costretta a presentare formale istanza di fallimento, dopo avere chiesto ai propri utenti di ritirare le monete digitali in loro possesso al 75% del valore nominale.

(Leggi anche: Corea del Nord dichiara guerra al mondo: dietro WannaCry il regime di Pyongyang)

Un attacco simile era avvenuto sempre nella Corea del Sud all’inizio di quest’anno, quando erano stati rubati 4.000 Bitcoin per un controvalore totale di 7 milioni di dollari. Secondo gli USA, la Corea del Nord sarebbe stata anche la mandante dell’attacco hacker contro Sony nel 2014, colpevole di avere distribuito la pellicola “L’Intervista”, un film ironico sul dittatore nordcoreano Kim Jong-Un. E sempre l’Fbi in America ha avviato da oltre un anno indagini a carico di Pyongyang per scoprire se dietro agli 81 milioni di dollari rubati alla banca centrale del Bangladesh e depositati presso la Federal Reserve non vi sia il solito regime eremita.

Gli attacchi informatici di matrice nordcoreana ai danni di entità pubbliche e private estere si stanno intensificando negli ultimi tempi, segno che il regime comunista più chiuso al mondo sarebbe in penuria di dollari con cui finanziare la propria campagna nucleare, specie dopo la comminazione delle sanzioni ONU, che a settembre ha avviato un nuovo giro di vite contro Pyongyang, nel finora vano tentativo di dissuaderla dal proseguire con test missilistici e nucleari.

Sanzioni ONU ad oggi inefficaci

Secondo l’Istituto per la Strategia sulla Sicurezza Nazionale, un ente di ricerca di Seul, gli effetti di queste sanzioni internazionali verranno avvertiti dall’economia nordcoreana dal marzo prossimo, quando entreranno a regime.

Esse prevedono limiti alle importazioni di petrolio e il divieto di importare gas liquidi e condensati. Le stesse esportazioni nordcoreane sono di gran lunga limitate, come quelle di carbone, che rappresentano un terzo del totale.

Nonostante il crescente isolamento dalla comunità internazionale, l’economia non sembra a tutt’ora averne risentito granché, vuoi perché abituata ad andare avanti praticamente in condizioni di estrema precarietà, vuoi pure perché il regime starebbe rispondendo a suo modo alle sanzioni. Dal maggio scorso, avverte l’intelligence sudcoreana, gli uffici del governo starebbero “minando” Bitcoin, al fine di accedere ai dollari con cui allungare la propria sopravvivenza. La moneta digitale sfugge all’embargo internazionale e si presenta come un asset piuttosto favorevole al regime, essendo transfrontaliero per sua natura e garantito dal più assoluto anonimato. Oltre ai furti, quindi, Pyongyang si starebbe ingegnando nel risolvere i complessi algoritmi per rilasciare nuovi blocchi di Bitcoin e attingere così ai guadagni. (Leggi anche: Corea Nord, sanzioni inefficaci: ecco vero pericolo per Kim Jong-Un)

Nascente capitalismo sotto Kim Jong-Un

Tuttavia, non è solo il ricorso a questi espedienti che ad oggi avrebbe reso l’economia nordcoreana resiliente all’isolamento dal resto del mondo. Da qualche giorno, il regime ha celebrato il sesto anniversario dell’arrivo al potere di Kim Jong-Un dopo l’improvvisa scomparsa del padre Kim Jong-Il. Con la sua ascesa alla presidenza, analisti di vari stati del mondo sostengono che alla popolazione sia stata consentita una maggiore libertà economica, potendo aprire piccoli negozi e trattenere gran parte dei profitti maturati, un po’ come se si fosse in un paese capitalista. Almeno nella capitale, i progressi sarebbero stati netti e visibili, tanto che il pil nazionale risulta cresciuto del 3,9% nel 2016, il ritmo maggiore dall’inizio del Millennio.

Il resto del paese sarebbe indietro di decenni rispetto a Pyongyang, città in cui possono risiedere, peraltro, solo le élites benestanti e dietro espressa autorizzazione del regime.

Qui, sembra essere stata ricreata una società un po’ ispirata al modello dei consumi dell’Occidente, per quanto non vi sia stata alcuna formalizzazione di tale passaggio, ovvero il riconoscimento della proprietà e dell’iniziativa private è stato semplicemente tollerato, non codificato in leggi scritte, perché ufficialmente Kim Jong-Un non metterebbe mai in dubbio la dottrina marxista, temendo di fare la fine di Mikhail Gorbacev, che dopo avere avviato le riforme economiche nell’allora Urss, si è visto esautorato dai suoi poteri ad opera dello stesso partito.

Intendiamoci, nessun paragone può essere effettuato tra Pyongyang e una qualsiasi capitale moderna, anche se l’aspetto profondamente ordinato potrebbe trarre in inganno. Le auto sono ancora un privilegio riservato ai burocrati di stato e i militari, mentre non viene consentito nemmeno fare pubblicità con cartelloni per strada, tipico segno di un’economia capitalista improntata sulla concorrenza e i consumi. Tuttavia, rispetto a quando governava il padre dell’attuale dittatore (1994-2011), quando i paradigmi del comunismo vennero seguiti pedissequamente, anche al costo di un paio di milioni di morte per carestia alla metà degli anni Novanta, grossi passi avanti sarebbero stati compiuti. Quanto basta per rendere la Corea del Nord un po’ più forte di qualche anno fa. Certo, se poco o nulla potrà essere importato, da qui ai prossimi mesi anche la produzione interna risentirà delle sanzioni. E il regime cerca di rinviare il più possibile l’appuntamento con la realtà, minando e rubando Bitcoin, nonché sostenendo ogni forma di contrabbando. (Leggi anche: In Corea del Nord non manca il petrolio, ma navi fantasma segnalano fame)

 

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