Coprifuoco e stop a circolazione tra regioni, ma ecco perché non siamo come a marzo

Il Dpcm in corso di rifinitura a Palazzo Chigi prevede il divieto di uscire la sera e il blocco degli spostamenti tra regioni. Al netto dell'emergenza reale, i dati sono migliori di marzo/aprile.

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Nuovo Dpcm, zone rosse, arancioni e verdi

Il governo ieri si è preso fino a 48 ore di tempo per varare il nuovo Dpcm. Il confronto con le regioni è andato non bene, con i governatori del centro-destra che hanno avanzato perlopiù proposte alternative. La Liguria di Giovanni Toti ha proposto un lockdown mirato per gli over-70, mentre il lombardo Attilio Fontana non si è mostrato disponibile a dichiarare l’area metropolitana di Milano zona rossa, sostenendo che a quel punto si dovrebbe chiudere tutta la regione per via delle ripercussioni che la misura avrebbe fuori dalla provincia.

Per quanto sta emergendo in queste ore, l’ipotesi che si fa largo nella maggioranza sarebbe di imporre il coprifuoco serale in tutta Italia, a partire dalle ore 21. Alcune regioni, tra cui Lombardia, Campania e Sicilia, lo hanno già imposto da giorni, ma a partire dalle ore 23. La misura del governo sarebbe, quindi, volutamente più restrittiva. E ci sarà quasi certamente il blocco della circolazione tra le regioni, se non dietro giustificazione per motivi di lavoro, di salute e per eventuali urgenze. Insomma, si tornerebbe alle limitazioni della primavera scorsa.

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La differenza con i dati primaverili

L’Italia si è assestata negli ultimi giorni a una media di 30 mila nuovi contagi quotidiani, circa 5 volte in più rispetto al picco che era stato toccato nel marzo scorso. Tuttavia, non dobbiamo nemmeno scadere nel pessimismo, perché i valori assoluti possono essere fuorvianti. Anzitutto, per fortuna la gran parte dei nuovi positivi è asintomatica, cioè non saprebbe di avere il Covid se non facesse il tampone. E questo sta riducendo gli afflussi dei ricoveri negli ospedali, specie in terapia intensiva.

Nell’ultimo mese, ad esempio, solo lo 0,42% dei nuovi positivi ha avuto bisogno di essere ricoverato in condizioni gravi. A inizio aprile, quando le terapie intensive raggiunsero il picco dei 4.068 ricoveri, il dato era del 3,7%, quasi 10 volte più alto di oggi.

Altro aspetto da tenere presente è il rapporto tra positivi e tamponi effettuati. Chiaramente, se si fanno più tamponi si scovano più persone contagiate. E tra marzo e aprile, i tamponi non arrivavano a un terzo dei livelli giornalieri attuali. Adesso, superano quasi costantemente le 200 mila unità. Tuttavia, allora si arrivò a trovare positivo uno su ogni tre testati (quasi uno su due sui pochi tamponi di inizio marzo), mentre oggi la percentuale risulta dimezzata, cioè superiore al 16%, pur in forte accelerazione dal 2% di appena un mese fa. Questo significa che se facessimo oggi lo stesso numero dei tamponi di marzo/aprile, i contagi ufficialmente scenderebbero sotto le 10 mila unità.

Infine, l’indice Rt, vale a dire il tasso di diffusione dei contagi. A inizio aprile, quando le terapie intensive scoppiavano e a distanza di ben tre settimane dall’avvio del lockdown, si attestava oltre 2, cioè l’epidemia tendeva a dilagare al ritmo di 2 nuovi contagiati per ogni 1 che era stato contagiato 10 giorni prima. Adesso, è di 1,58, un livello niente affatto rassicurante, collocandosi oltre l’unità, ma pur sempre più basso. Su una cosa ci sentiamo sicuri: quello in arrivo tra stasera e domani non sarà l’ultimo Dpcm restrittivo. E’ molto probabile che già alla fine di questa stessa settimana ne sarà varato un altro, che sarà un lockdown a tutti gli effetti. E neppure esso sarà l’ultimo della specie: ammesso che per Natale le restrizioni saranno allentate, già da gennaio ne verrebbero imposte di nuove per essere ritirate dopo alcune settimane e reintrodotte successivamente fino all’arrivo della primavera. Uno scenario da incubo, ma reale.

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