Contro lo spread manovra a medio-lungo termine per abbattere il debito pubblico

La crisi dello spread non la si combatte con i vincoli formali, ma mettendo in campo azioni di medio-lungo periodo. Ecco come potremmo uscire dalla spirale del debito pubblico.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi dello spread non la si combatte con i vincoli formali, ma mettendo in campo azioni di medio-lungo periodo. Ecco come potremmo uscire dalla spirale del debito pubblico.

La crisi turca ha aggravato le tensioni attorno al debito pubblico italiano, come segnala l’innalzamento dei rendimenti dei BTp a 10 anni in area 3,10% e quelli a 2 anni all’1,25%. Lo spread decennale si è portato nel frattempo a 280 punti base, quando quello spagnolo non arriva ai 115. Se mai se ne fosse andato via, torna con prepotenza sui mercati finanziari il caso Italia, come confermano le preoccupazioni espresse dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, oltre che le rassicurazioni del vice-premier Luigi Di Maio, secondo cui l’Italia non sarebbe “ricattabile”. Inutile ribadire che la prospettiva di una nuova esplosione dello spread ben oltre i livelli attuali già allarmanti sia più che concreta. Molto dipenderà da come Roma deciderà di affrontare i prossimi mesi, con una legge di Stabilità per il 2019 che dovrà contemplare sia le ragioni della solidità fiscale, sia quelle più propriamente politiche della crescita e di misure sociali, come il reddito di cittadinanza e la revisione della legge Fornero.

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Difficile mettere insieme istanze così diverse: il solo disinnesco delle clausole di salvaguardia per evitare la stangata dell’IVA costerebbe 12,4 miliardi di euro, mentre tra reddito di cittadinanza e contro-riforma delle pensioni non avremmo bisogno di meno di altri 10-15 miliardi, a cui si aggiungono le risorse necessarie per avviare il taglio delle tasse (“flat tax”). In tutto, la prossima manovra dovrà essere di almeno 30 miliardi di euro. E ci stiamo tenendo bassi. Naturale che i mercati si preoccupino, visto che con un debito pubblico già al 132% del pil non disponiamo di margini fiscali per eventualmente e anche solo temporaneamente attuare una o più misure pro-crescita o all’insegna dell’equità.

Cosa segnalare ai mercati?

E allora? Continuare a pensare che si possa uscire dalla crisi del debito in cui siamo piombati da quasi un decennio con la gestione del presente e senza alcuno slancio sarebbe suicida. Ragionando di esercizio in esercizio, di legge di Stabilità in legge di Stabilità, poi, non vi sarebbero nemmeno grosse somme da recuperare tra le pieghe del bilancio statale, a meno da non mettere in conto una protesta diffusa, che si è già concretizzata alle ultime elezioni politiche, premiando i partiti “anti-sistema” oggi al governo. Che fare? Ai mercati, ossia ai detentori dei nostri BTp, non interessano i formalismi, il rispetto delle virgole nei vincoli fiscali. Chiudere un esercizio con un deficit al 2% anziché all’1,9% non frega a nessuno, mentre oggetto di attenzioni dei creditori è semmai la visione a medio-lungo termine che un esecutivo offre con le sue azioni.

Per sventare una prossima crisi dello spread, servirebbe che il governo avviasse una seria politica di revisione della spesa pubblica, non una semplice e già collaudata “spending review”, bensì di lungo respiro. Un esempio? Il costo per mantenere i quasi 3,3 milioni di dipendenti pubblici si aggira sul 10% del pil, un paio di punti in più rispetto a economie come la Germania. E’ evidente che bisognerebbe agire su questo capitolo, ma non certo tagliando gli stipendi o annunciando licenziamenti di massa. Se il governo approfittasse dell’alta età media del pubblico impiego, superiore ai 50 anni, nonché del fatto che dal 2020 si stima che un terzo del personale andrà in pensione, annunciando obiettivi numericamente concreti, si offrirebbe ai creditori una prospettiva rassicurante.

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La lunga visione che manca

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e i due vice-premier, veri detentori del potere politico nella maggioranza, dovrebbero mettere a punto un piano per il dimagrimento della Pubblica Amministrazione, certamente non svuotando gli uffici in cui i dipendenti serviranno, come le scuole o gli ospedali. Essi dovrebbero inviare un messaggio chiaro a chi investe nel nostro debito: l’incidenza della spesa per la P.A. scenderà del tot% del pil in 3-5 anni. E così in ogni comparto di spesa, pensioni comprese, al netto della revisione legittima di una legge malfatta come la Fornero. Si dovrebbero credibilmente e in maniera vincolante introdurre obiettivi a medio-lungo termine per ogni capitolo, in modo che i mercati siano rassicurati sulla sostenibilità del nostro debito, che di anno in anno si alimenta proprio dell’eccesso di spesa pubblica.

Poiché i frutti di tali azioni a bilancio si vedrebbero solo negli anni successivi, nel frattempo si dovrebbero attuare altre misure di contenimento dello stock di debito da 2.330 miliardi, come privatizzazioni massicce e l’alienazione del patrimonio immobiliare dismesso e non utilizzato da decenni. L’operazione partirebbe con la cessione di quote del Tesoro nelle principali partecipate (ENI, Enel, Enav, Fincantieri, etc.), in quanto più facili da monetizzare, nel frattempo puntando a incassi ben più lauti con la valorizzazione del patrimonio immobiliare, sebbene parte di esso richiederebbe preventivamente investimenti (con quale liquidità?) per essere dopodiché ceduto ai privati. Solo abbattendo le emissioni di BTp per diverse decine di miliardi di euro da qui a 1-2 anni e mettendo in cantiere proposte per tagliare l’incidenza sul pil della spesa pubblica nel medio-lungo termine si uscirebbe dalla crisi infinita dello spread che ci ha già travolti nel 2011-’12.

Per il resto, si agirebbe anche sul pil, stimolandone la crescita attraverso il taglio cospicuo delle imposte sui redditi delle persone fisiche e delle società, ma anche con liberalizzazioni e privatizzazioni, nonché con lo smantellamento della burocrazia inutile e dannosa e opere infrastrutturali per tagliare il gap dei costi che separa specialmente il sud dal resto d’Europa. Tutto il resto è dissertazione scolastica. La mutualizzazione dei debiti nell’Eurozona non avverrà mai fino a quando vi saranno stati così indebitati come l’Italia. L’allentamento dei vincoli fiscali concordati con Bruxelles allevierebbe il peso ricadente sui singoli governi, non certo quello del debito, che anzi accelererebbe così la sua crescita, tranne di immaginare che la crisi del debito la si combatta a colpi di deficit; un po’ come dire che curo il diabete mangiando dolci. Purtroppo, quello che manca da troppi decenni nel nostro Paese è proprio la visione lunga delle cose. E questo crea sfiducia sui mercati più che lo zero virgola sul deficit. Siamo come una grossa nave con un capitano al timone che non sa e non dice dove voglia dirigersi. Difficile che qualcuno compri il biglietto per salirci a bordo, non sapendo se di lì a poco si ritroverà alle Bahamas o andrà a sbattere contro un iceberg nel Nord Atlantico.

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Argomenti: Debito pubblico italiano, Economia Italia