Il contratto in 10 punti di Di Maio? Solo ossessione dei 5 Stelle di andare al governo

Il contratto di Luigi Di Maio proposto a PD e Lega è una presa in giro clamorosa. Tradite le promesse salienti della campagna elettorale e nessuna divergenza con le altre due forze politiche.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il contratto di Luigi Di Maio proposto a PD e Lega è una presa in giro clamorosa. Tradite le promesse salienti della campagna elettorale e nessuna divergenza con le altre due forze politiche.

Roberto Fico ha il compito fino a domani di valutare se esistano prospettive credibili di governo tra il Movimento 5 Stelle e il PD, dopo che la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha dovuto gettare la spugna sulla mancata intesa tra centro-destra e grillini. Se fino a lunedì mattina sembrava quasi certo che Luigi Di Maio si alleasse con la Lega di Matteo Salvini, dal pomeriggio i toni del leader pentastellato sono cambiati. Il 31-enne di Pomigliano ha augurato sarcasticamente buona fortuna al Carroccio, sostenendo che questi avrebbe scelto di restare con Silvio Berlusconi, anziché di sostenere un governo “per il cambiamento”.

Chiusura tattica, per evitare che Fico rimanga unico interlocutore per il PD dentro all’M5S e, soprattutto, per segnalare la concreta disponibilità a trattare con il Nazareno. Di Maio è consapevole, infatti, che al termine di questo giro, se l’intesa con i democratici non sarà trovata, l’ultima opzione in mano al presidente Sergio Mattarella sarà il governo istituzionale con dentro tutti. E i grillini rischiano di ritrovarsi nello stesso esecutivo con Forza Italia o di doverne rimanere fuori, frustrando le aspettative di una base già allarmata per i segnali negativi arrivati dalle elezioni regionali in Molise. Se vorrà evitare questo scenario, dovrà riallacciare il filo del dialogo con Salvini, ma difficile che ciò avvenga senza l’appoggio di Forza Italia, che ha già chiuso definitivamente all’M5S.

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Il contratto in 10 punti è una presa in giro

E dal cilindro di Di Maio spunta un fumoso contratto in 10 punti, dove una tabella riassume i punti di convergenza con PD e Lega, confermando come per il leader grillino trattare con il Nazareno e il Carroccio sia equivalente. Un esercizio di cinismo politico, che in questi termini è forse riuscito raramente persino alla dorotea Democrazia Cristiana. Non a caso Maurizio Martina, segretario pro-tempore del PD, chiede giustamente al movimento di spegnere uno dei due forni, in quanto non sarebbe possibile essere considerati alternativa al governo con la Lega.

In questi 10 punti, non compare nulla di dettagliato, solo una carrellata di espressioni alle quali sarebbe complicato per qualsiasi forza politica dire no. Alla voce “Contrastare la povertà e la disoccupazione”, l’M5S scrive che suoi obiettivi sarebbero l'”introduzione del salario minimo garantito” e “politiche attive di sostegno al reddito e riforma centri impiego”, esattamente in linea con le proposte di PD e Lega. E il reddito di cittadinanza? Scomparso, non esiste. A leggere la tabella, anche sugli altri temi, i 5 Stelle avrebbero in programma quasi le identiche proposte degli altri due partiti. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse di mezzo il futuro dell’Italia. Dov’è finita la rivoluzione pentastellata, se scopriamo attraverso lo stesso documento di Di Maio che, in fondo, PD e Lega uguali sono e quasi del tutto sovrapponibili al programma dell’M5S?

Quanto a un altro tema-clou, la revisione o cancellazione della legge Fornero, non è stato nemmeno inserito tra i 10 punti. Perché? Semplice, sarebbe stato motivo di divisione con il PD e rispetto alla posizione netta di Salvini (favorevole all’abrogazione della Fornero), Di Maio non se la sente di indisporre il Quirinale e i partner europei, paventando loro il rischio di destabilizzare i conti pubblici. Peccato, però, che trattasi di una promessa resa in campagna elettorale. Delle due l’una: o l’M5S ha imbrogliato gli elettori, similmente a quanto siano soliti fare tutti i partiti prima del voto, oppure non ha il coraggio delle proprie idee, ora che la responsabilità di governare diventa concreta.

Di Maio in versione Dc rischia di bruciarsi con la politica dei due forni

Di Maio colpisce la credibilità dell’M5S

Per il resto, siamo dinnanzi a una presa in giro imbarazzante. Alla voce “Eliminare gli squilibri territoriali”, il documento registra la posizione perfettamente identica dei tre partiti: “Migliorare dotazione di infrastrutture”. Per caso avete mai avuto sentore di un qualche schieramento politico che abbia inveito contro le infrastrutture? Potremmo andare avanti così, scoprendo che M5S e Lega siano in favore di un piano di edilizia carceraria e M5S e PD condividono l’esigenza di potenziare quella scolastico-universitaria. E per un’amministrazione pubblica efficiente, tutti e 3 condividono la necessità di premiare il merito e di valutare i risultati dei dipendenti. Insomma, frasi vuote. Mancano riferimenti concreti alla carne viva del dibattito, ovvero alle politiche fiscali (solo blandi e generici riferimento a un rapporto più equo tra contribuenti e stato e a una tassazione più equa sul ceto medio) e al rapporto con l’Europa.

Perché siamo di fronte a una presa in giro bella e buona, che sta irritando non poco Mattarella, stanco di 50 giorni di dichiarazioni prive di sostanza? Di Maio avrebbe fatto prima a dire che, pur di governare e fare il premier, sarebbe disposto ad allearsi incondizionatamente con la Lega e il PD. All’una e all’altro sta proponendo “fuffa” per fingersi interessato solo ai temi e non alle poltrone, agli occhi degli elettori. Tuttavia, è da settimane che l’M5S blocca ogni trattativa di governo su chi debba fare il premier e chi possa o meno fare il ministro. Non c’è stata una pregiudiziale grillina anti-berlusconiana fondata su una divergenza tra programmi, bensì sulla necessità per i pentastellati di conservare la forma, quella di movimento anti-sistema, nonostante ambisca a governare con quel Salvini, che si è presentato alle urne alleato proprio di Berlusconi, condividendone il programma.

Vi avevamo anticipato la settimana scorsa che di questo passo l’unico risultato che Di Maio otterrà sarà il governo tecnico sotto le mentite spoglie di un esecutivo istituzionale, il quale salasserà probabilmente gli italiani con nuove imposte, facendo scattare le clausole di salvaguardia dall’anno prossimo e innalzando così le aliquote IVA dal 22% al 24% e dal 10% all’11,5%. Tutto questo, mentre il Fondo Monetario Internazionale preme per l’imposizione di una patrimoniale, inverosimile sotto un governo politico, ma molto realistica nel caso in cui il prossimo premier fosse un solito tecnico. PD e Forza Italia non avrebbero più quasi nulla da perdere e l’M5S ha segnalato dal 4 marzo ad oggi di essere ben disposto ad annacquare qualsiasi punto programmatico, pur di entrare nelle stanze dei bottoni. Di Maio potrà pure giocare a fare il boss istituzionale, quello attorno al quale ruotano i destini della Nazione, ma sta rimediando un duro colpo alla credibilità del suo partito. Il Molise è certamente un test poco significativo, date le dimensioni della piccola regione italiana, ma se anche dal Friuli-Venezia-Giulia domenica prossima e dalle amministrative di tarda primavera in Sicilia dovessero emergere risultati deludenti per l’M5S, non fingiamoci sorpresi del perché.

Così l’ipocrisia di Di Maio farà arrivare un governo tecnico delle tasse

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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