Contratti scaduti e stipendi fermi con l’inflazione che corre, è emergenza lavoro in Italia

Ci sono quasi 600 contratti scaduti in Italia e gli stipendi sono spesso fermi da anni. I rinnovi non arrivano o risultano insufficienti.

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Contratti scaduti e stipendi al palo

E’ emergenza salariale in Italia. E a riconoscerlo sono ormai tutte le parti sociali, compresa Confindustria. L’inflazione vola nel nostro Paese, scendendo solamente di due decimali a dicembre, ma restando altissima: 11,6%. Nel frattempo, però, gli stipendi sono rimasti sostanzialmente fermi. Pochi i rinnovi contrattuali, troppi i contratti scaduti. Alla fine di dicembre, erano ben 591 sui 955 depositati al CNEL. Quasi due contratti di lavoro su tre (61,9%) risultavano non rinnovati. Limitandoci ai 30 principali contratti, circa la metà dei lavoratori del settore privato (6,8 milioni di persone), sono ancora in attesa di rinnovo. Ma l’aspetto più sconfortante consiste nel fatto che anche i contratti rinnovati si rivelano per nulla capaci di migliorare le condizioni retributive dei lavoratori. Secondo l’ISTAT, nei primi nove mesi del 2022 gli aumenti orari medi sono stati dell’1% con punte dell’1,5% nell’industria e minimi dello 0,6% nel settore dei servizi privati.

Contratti scaduti e inflazione galoppante

Sarebbero aumenti risibili già in anni di stabilità dei prezzi, figuriamoci con un tasso d’inflazione medio dell’8,1% lo scorso anno.

In media, i contratti scaduti attendevano di essere rinnovati da 33,9 mesi nel settembre scorso. Praticamente, gran parte dei lavoratori italiani non riceve alcun aumento retributivo da quasi tre anni. Un fatto che colpisce in misura notevole il loro potere di acquisto. Solo nel 2022, la perdita media varia tra il 7% e l’8%. Nel triennio, qualcosa come un abbondante 10%.

E c’è persino la beffa dell’IPCA, l’indice dei prezzi armonizzato a cui fanno riferimento gli stipendi italiani in sede di rinnovo. Il dato che conta è quello del mese di giugno. Era al 4,7% a metà dello scorso anno, praticamente quasi tre punti e mezzo sotto il tasso d’inflazione patito effettivamente dalle famiglie.

La differenza risiede nel fatto che l’IPCA esclude la componente energetica, che poi è anche quella che ha scatenato la corsa dei prezzi nell’ultimo anno. Ma qui non si parla neppure di rinnovare i contratti scaduti in base all’IPCA. Gli stipendi italiani sono totalmente fermi, mentre crescono nel resto dell’Occidente.

La Banca Centrale Europea si mostra persino preoccupata circa una possibile spirale inflazione-salari-inflazione, intravedendo forti aumenti delle retribuzioni per i prossimi mesi. Ad esempio, i metalmeccanici tedeschi hanno da poco strappato aumenti nell’ordine dell’8,5% in due anni. E’ evidente che questa condizione non stia riguardando l’Italia, che già risulta per le classifiche internazionali l’unico paese europeo ad avere accusato un calo degli stipendi in termini reali tra il 1990 e il 2020: -2,8% contro il +33,7% in Germania, il +31,10% in Francia e il +6,20% in Spagna.

Stipendi fermi patologia italiana

La cosiddetta “deflazione salariale” ha dato una mano all’economia italiana per recuperare parte della competitività che aveva perduto nei decenni precedenti. Ma adesso i bassi salari stanno diventando una patologia a detta degli stessi imprenditori. Poiché il potere di acquisto non cresce, anzi si riduce, i consumi non decollano mai. La domanda interna resta bassa e l’unica speranza di produrre è legata alle esportazioni. La crisi dell’energia ha portato in territorio negativo la bilancia commerciale.

I numerosi contratti scaduti di questi anni riflettono una condizione negativa del nostro mercato del lavoro. C’è abbondante disponibilità di manodopera a basso costo a cui le imprese riescono ad attingere, spesso anche in nero al Sud e non solo. Allo stesso tempo, le scarse dimensioni medie delle imprese e la loro specializzazione produttiva in settori a basso contenuto tecnologico ed esposti all’alta concorrenza internazionale (Cina, in primis) rendono difficili gli aumenti delle retribuzioni. Peggio: i bassi salari hanno disincentivato molte imprese italiane dal rinnovarsi e dall’investire nelle conoscenze. Come un cane che si morde la coda, ciò ha portato a stagnazione, scarsa produttività del lavoro e bassa occupazione.

I sindacati chiedono al governo Meloni di sbloccare la situazione con il taglio del cuneo fiscale. Una proposta da tempo fatta propria dagli industriali: 5 punti in meno per un costo di 16 miliardi di euro all’anno e un aumento della retribuzione di circa 1.200 euro all’anno per gli stipendi fino a 35.000 euro. La misura aiuterebbe le parti a rinnovare numerosi contratti scaduti, avvicinandone le richieste. L’unica certezza è che la lunga era delle chiacchiere deve finire. A questi ritmi, chi lavora perde potere di acquisto mese dopo mese. Non stupiamoci se in tanti vedano nel reddito di cittadinanza una via traversa per aumentarsi le entrate continuando a lavorare in nero.

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