Contratti metalmeccanici in Germania un possibile mal di testa per Draghi

Sindacati metalmeccanici tedeschi un nuovo possibile problema per la BCE di Mario Draghi. E da Francoforte segnali contrastanti sull'uscita dal QE.

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Sindacati metalmeccanici tedeschi un nuovo possibile problema per la BCE di Mario Draghi. E da Francoforte segnali contrastanti sull'uscita dal QE.

Più che uscita dal piano di stimoli monetari, si tratterà di “ricalibrarli”. Parola di Peter Praet, membro austriaco del board della BCE, chiamato in ottobre a discutere le modalità di avvio del “tapering” dall’inizio dell’anno prossimo, essendo il “quantitative easing” in scadenza nel dicembre prossimo. A pochi minuti di distanza, si registra un’altra presa di posizione tra i banchieri centrali dell’Eurozona, quella del finlandese Erkki Liikanen, che si mostra poco tollerante rispetto all’ipotesi di perseguire temporaneamente un tasso d’inflazione superiore al target (“di poco inferiore al 2%”). A suo avviso, infatti, la politica monetaria dell’istituto sarebbe “simmetrica”, ovvero tesa a combattere sia la bassa inflazione, sia quella eccedente la soglia-obiettivo. Negli ultimi mesi avanza l’idea di tollerare tassi d’inflazione anche superiore al 2% nell’Eurozona, a compensazione del mancato raggiungimento del target da almeno 4 anni e mezza a questa parte. In ogni caso, lo stesso finlandese riconosce che serve ancora “un grado di accomodamento monetario” nell’area. (Leggi anche: Quantitative easing, perché gli stimoli BCE di Draghi non finiranno presto)

Dalla Germania non sono arrivate buone notizie per Mario Draghi negli ultimi giorni. La cancelliera Angela Merkel è uscita parecchio indebolita dalle elezioni federali e la destra euro-scettica, contraria alle politiche ultra-espansive della BCE, è arrivata in Parlamento con il 13% dei seggi, diventando la terza forza politica tedesca. E sul fronte economico, il governatore potrebbe avere qualche mal di testa sulle rivendicazioni salariali della principale sigla sindacale dei metalmeccanici tedeschi, la IG Metall, che chiede aumenti del 6% per i 2,3 milioni di lavoratori del comparto in Germania. Considerando anche i settori indirettamente interessati dal negoziato, sarebbero fino a quasi 4 milioni a potere spuntare un simile miglioramento retributivo.

Contratti metalmeccanici in Germania, gli effetti sull’Eurozona

Il Financial Times spiega oggi in un suo articolo che la richiesta di un incremento salariale 3 volte il target d’inflazione sarebbe una buona notizia per Draghi, che confiderebbe proprio in salari più alti per centrare più agevolmente il suo obiettivo della stabilità dei prezzi nell’area. Sarebbe così, tuttavia, se la Germania fosse l’unica economia a cui la BCE guardasse per centrare i suoi obiettivi, ma essendo solo una delle 19 dell’Eurozona, per quanto la più importante per dimensioni, le richieste dei sindacati metalmeccanici tedeschi rischiano, al contrario, di creare più di un problema all’istituto, sempre che venissero accettate così come sono state formulate, cosa che appare difficile, come segnalano le dichiarazioni delle società interessate.

Ammettiamo che i lavoratori tedeschi beneficiassero nel loro complesso di incrementi salariali superiori alla crescita della produttività in Germania. Si registrerebbe una spinta inflazionistica, con una crescita tendenziale dei prezzi in accelerazione. Quale sarebbe il problema? La Germania potrebbe anche permettersi aumenti salariali superiori all’inflazione, essendo il suo mercato del lavoro in piena occupazione e mostrandosi la locomotiva tedesca molto competitiva, come evidenziano le esportazioni record degli ultimi anni. Nel resto dell’Eurozona, però, le cose stanno diversamente. In Spagna, Italia e Grecia, ad esempio, la disoccupazione è ancora a doppia cifra. Se l’inflazione si surriscaldasse in Germania per effetto di salari più alti, ciò non sarebbe il caso delle altre economie maggiori dell’area.

Tuttavia, la BCE subirebbe una maggiore pressione da parte di Berlino per alzare i tassi e chiudere con gli stimoli, a fronte di un’inflazione ancora relativamente bassa in tutto il Sud Europa. In buona sostanza, Draghi sarebbe sempre più spinto ad avviare la stretta monetaria, senza che siano pronte le economie più depresse dell’Eurozona, ovvero Italia, Grecia e Francia, in particolare, mentre la Spagna, pur con una disoccupazione ancora altissima, cresce da anni sopra il 3%. Il quotidiano economico britannico ha torto: Draghi vuole la crescita dei salari, ma non in Germania. (Leggi anche: Bassa inflazione incubo delle banche centrali)

 

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