Contrabbandare oro contro la fame, Dubai hub per le esportazioni illegali

Le esportazioni in nero di oro dallo Zimbabwe ammonterebbero a 1,5 miliardi di dollari all'anno, circa il 5% del PIL. Caccia alla valuta straniera dietro al business.

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Dubai hub del contrabbando di oro dallo Zimbabwe

Secondo un rapporto di International Crisis Group, il contrabbando di oro nello Zimbabwe ammonterebbe a 1,5 miliardi di dollari e gran parte delle esportazioni illegali finirebbe a Dubai. La cifra risulterebbe superiore agli 1,2 miliardi stimati dallo stesso governo di Harare. Il business ha registrato un vero boom negli ultimi due anni, come dimostrano le differenze tra le esportazioni di oro formalmente registrate dallo Zimbabwe verso gli Emirati Arabi Uniti e le importazioni di oro che Dubai ha riportato. Si è passati da uno scostamento di 32 milioni di dollari nel 2017 a uno di 210 milioni nel 2018.

Non stiamo parlando di un fenomeno secondario. Le esportazioni di oro incidono per il 60% del totale nel paese africano, mentre le estrazioni danno lavoro al 10% della popolazione, a fronte di un tasso di disoccupazione ufficiale nell’ordine del 98%. Un ruolo determinante nel mercato nero lo starebbero avendo le piccole società estrattive di tipo artigianale. In ottobre, il capo della federazione della categoria è stato arrestato dopo essere stato sorpreso con 6 kg di oro dal valore di 360 mila dollari, proprio poco prima di imbarcarsi su un volo per Dubai.

Malgrado il collasso dell’economia domestica, la produzione di oro nel paese è cresciuta del 10% nei primi 8 mesi dell’anno. Alla base del contrabbando c’è certamente il crescente bisogno della popolazione di accedere ai dollari. Lo Zimbabwe è rimasto a corto di liquidità e sta registrando tassi d’inflazione a tre cifre, culminati a luglio all’837,53%. Questo sta spingendo parte degli abitanti a cercare via anche illegali per tutelare il proprio potere di acquisto.

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Fuga dall’inflazione

Ma non sta aiutando neppure il sistema dei pagamenti.

Tutto l’oro estratto nel paese deve essere venduto a una società pubblica, la Fidelity Printers and Refiners. Questa regola il conto per il 55% in valuta straniera e per il 45% in dollari locali, questi ultimi praticamente senza valore dall’iperinflazione del 2008-’09. Per questo, specialmente i piccoli produttori cercano di sfuggire ai pagamenti formali, così da poter essere saldati solamente in dollari americani.

Non è la prima volta che il nome di Dubai compare nelle indagini giornalistiche internazionali sul traffico di oro. Negli anni passati, si è molto speculato sulla triangolazione tra Turchia, Emirati Arabi Uniti e Iran. Dopo le sanzioni USA contro Teheran per la sua politica di armamento nucleare, Ankara avrebbe continuato ad importare petrolio iraniano a prezzi scontati, pagandolo in oro. I lingotti sarebbero partiti alla volta di Dubai per essere successivamente inviati a in Iran e giungere a destinazione. Si parla di un traffico per diversi miliardi di dollari.

Lo Zimbabwe non ha una sua moneta ufficiale dall’iperinflazione e si limita ad adottare diverse valute straniere per regolare gli scambi interni e con l’estero, tra cui particolarmente il dollaro USA. A causa della scarsa competitività della sua economia, da anni è rimasta carente di valuta estera, finendo per stamparla nuovamente dietro le mentite spoglie dei cosiddetti “bond notes”. La sfiducia verso la nuova moneta ha provocato l’esplosione dell’inflazione e il conseguente crollo del PIL, che nel 2019 è diminuito del 6,50%. Non è difficile immaginare perché tanti zimbabwiani contrabbandino oro all’estero. E’ una questione di pura sopravvivenza.

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