Conto corrente, ecco di quanto si svaluta ogni anno la liquidità ferma

Il vero costo dei soldi lasciati fermi in banca è superiore a quello che crediamo. E sugli importi minori può risultare eccessivo.

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Il vero costo dei soldi lasciati fermi in banca è superiore a quello che crediamo. E sugli importi minori può risultare eccessivo.

Al 31 maggio scorso, più di 1.641 miliardi di euro risultavano depositati presso conti correnti e deposito delle banche italiane o impiegati in pronti contro termine, una massa in crescita di oltre 115 miliardi in un anno (+7,6%). Gli italiani si tengono ancora più liquidi con la crisi, accentuando un trend che va avanti da anni e che riflette sostanzialmente le incertezze sul futuro e i timori sull’andamento dell’economia. Tra “lockdown” e disinvestimenti, poi, negli ultimi mesi il conto in banca si è notevolmente “gonfiato”, secondo un fenomeno simile a quanto avvenuto anche altrove nel mondo.

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La liquidità “parcheggiata”, però, non è mai una buona soluzione di lungo periodo. Giusto prendersi una pausa nelle fasi negative sui mercati finanziari o per capire come si evolverà la situazione personale/macro, ma quando lasciare i soldi sul conto corrente diventa uno “stile” di investimento, si rischia di intaccare i risparmi nel giro di pochi anni, sprecando i sacrifici compiuti per accumularli.

Il conto corrente comporta, anzitutto, il sostenimento di un costo certo per le giacenze superiori ai 5.000 euro. Parliamo dell’imposta di bollo da 34 euro per le persone fisiche (100 euro per le persone giuridiche). Ad essa si somma il canone imposto da molti istituti e che per SOS Tariffe ammonterà quest’anno mediamente a 21,66 euro, pur in calo rispetto al 2019. Questi costi sono fissi, nel senso che non dipendono dall’entità del conto e, pertanto, incidono maggiormente sulle giacenze minori.

Il costo delle giacenze ferme

Supponete di avere 10.000 euro sul conto corrente. Nel giro di 12 mesi, pagherete 34 euro di bollo e altri quasi 22 euro di canone.

Oltre 55 euro se vanno in spese “vive”, qualcosa come più di mezzo punto percentuale. Ma il vero costo, peraltro imponderabile a priori, è dato dall’inflazione. La perdita di potere di acquisto fa sì che una somma di denaro non ci consenta di acquistare lo stesso paniere di beni e servizi a distanza di tempo. Se i prezzi mediamente crescessero del 2% all’anno, dopo 10 anni i 10.000 euro di cui sopra perderebbero circa il 22% del loro potere di acquisto e dopo 20 anni quasi il 50%.

Di fatto, l’inflazione è una tassa occulta sui risparmi. Per questo, quando s’investe sui mercati si punta, anzitutto, a spuntare un rendimento almeno pari al tasso d’inflazione atteso per il periodo dell’investimento, così da preservare il potere di acquisto del capitale. Negli ultimi anni, l’inflazione in Italia, così come nel resto delle economie mature, non è più un grosso problema, essendosi abbassato il suo tasso medio sotto i target fissati dalle rispettive banche centrali. Nel nostro Paese, ad esempio, nel decennio scorso i prezzi al consumo sono cresciuti in media di poco oltre l’1% all’anno.

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Per quanto bassa sia, l’inflazione erode ugualmente la liquidata ferma sui conti correnti. Anche solo stimandola all’1% annuo per la media del prossimo decennio, avremmo un 10% abbondante di perdite accusate. Sommando questo costo agli altri sopra citati, avremmo che ogni anno perderemmo non meno dell’1,5% della somma in giacenza per il solo fatto che essa non sia stata investita in un prodotto remunerativo. In assenza di movimentazioni, nel giro di 10 anni ci ritroveremmo con una giacenza ridottasi a circa 9.445 euro, dato che l’imposta di bollo e il canone verrebbero prelevati dalle somme disponibili. E queste a loro volta avrebbero lo stesso potere di acquisto di 8.500 euro oggi. In pratica, abbiamo “perso” per strada 1.500 euro, quasi un sesto dei nostri sudori.

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