Conti pubblici, scontro tra Italia e commissari: ecco perché Bruxelles ha ragione

Conti pubblici italiani non migliorano. La Commissione europea suona l'allarme e prepara un giudizio parziale. Tirata di orecchie al governo Gentiloni, che non racconterebbe "la verità" sul deficit.

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Conti pubblici italiani non migliorano. La Commissione europea suona l'allarme e prepara un giudizio parziale. Tirata di orecchie al governo Gentiloni, che non racconterebbe

E’ scontro tra Italia e Commissione europea e imbarazzante per il governo di Roma come poche volte negli ultimi anni. Parlando al collegio dei commissari, il vice-presidente Jyrki Katainen, ex premier finlandese, ha invitato i politici del nostro paese a raccontare la verità sui conti pubblici, sostenendo che non la starebbero dicendo. Il vice di Jean-Claude Juncker non compra la versione ottimista dell’esecutivo italiano, ritenendo che il risanamento dei conti pubblici non stia affatto procedendo e che, al contrario, si stia registrando una deviazione dagli obiettivi di medio termine, contravvenendo agli impegni assunti da Roma.

Lo stesso Katainen, considerato un “falco” per la sua politica del rigore fiscale, rinvia per una maggiore disamina alla settimana prossima. Il riferimento è all’appuntamento del 22 novembre, quando la Commissione esiterà il suo giudizio sulla bozza di bilancio per il 2018 dell’Italia. Per quanto è dato sapere, dovrebbe esprimere un giudizio parziale, rinviando alla primavera prossima (dopo le elezioni politiche) per un’analisi completa e definitiva. (Leggi anche: Sanatoria sul contante, servono miliardi per abbellire i conti pubblici)

Crescita accelera, ma deficit ristagna

Proprio ieri, il premier Paolo Gentiloni si era mostrato ottimista sulla crescita economica, dopo che l’Istat aveva certificato per il terzo trimestre una crescita congiunturale dello 0,5%, la maggiore da sei anni, e una tendenziale dell’1,8%, pur invitando a “non dissipare gli sforzi” di questi anni. Per i commissari, le chiacchiere stanno a zero: il deficit strutturale, anziché diminuire dello 0,6% del pil, come da obiettivo, per quest’anno salirà dello 0,4% al 2,1%, scendendo solamente al 2% nel 2018% e risalendo al 2,4% nel 2019.

Per deficit strutturale s’intende il disavanzo fiscale, al netto delle misure una tantum. Che esso salga e non scenda nel medio termine preoccupa, perché alla base implica un mancato risanamento dei conti pubblici. E Katainen ha fatto notare come, pur in presenza di un’accelerazione della crescita (inferiore al resto dell’Eurozona), il rapporto tra debito pubblico e pil rimarrà sempre intorno al 130% da qui ai prossimi anni. In effetti, da quando nel 2011 è esplosa la crisi dello spread, il deficit pubblico è diminuito di poco ad oggi, scendendo dal 3,9% al 2,5% del 2016 e atteso ancora al 2,1% per quest’anno e all’1,6% per il 2018.

E come segnalano i commissari, buona parte del risanamento sta avvenendo proprio con misure una tantum, tolte le quali il disavanzo sarebbe ancora al 2% l’anno prossimo e in netta risalita persino tra due anni. (Leggi anche: Quel risanamento mancato dei conti pubblici dalle dimissioni di Berlusconi)

Risanamento fiscale scarso negli ultimi anni

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha dichiarato stizzito che non intende rispondere a Katainen, ma è evidente che il governo abbia incassato una batosta a ridosso delle elezioni politiche, accusato esplicitamente di non raccontare la verità sui conti pubblici. E consideriamo anche che grossa parte della riduzione del deficit negli ultimi 3-4 anni è conseguente alle politiche monetarie della BCE, che con il varo degli stimoli e l’azzeramento dei tassi ha praticamente quasi annullato il costo di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza, facendo risparmiare quasi l’1% del pil nel 2016 rispetto al picco degli interessi sborsati nel 2012.

Anche lo scorso anno, Bruxelles aveva inviato una lettera con la quale richiedeva all’Italia un miglioramento dei conti pubblici maggiore di quello offerto dal nostro governo con la legge di Stabilità 2017, salvo incontrare a metà strada il nuovo governo nella primavera scorsa. Stavolta, lo scostamento tra il deficit tendenziale e quello obiettivo sarebbe stimato dai commissari nell’ordine dello 0,2% del pil, ovvero in circa 3,4 miliardi di euro. Non siamo in presenza di una bocciatura, bensì di una tirata di orecchie. L’aspetto più preoccupante riguarda, però, le prospettive a medio termine, quando è verosimile che le emissioni di nuovo debito nell’Eurozona saranno più costose con il venir meno degli stimoli. Se già oggi il deficit strutturale non scende e anzi tende a salire, cosa accadrà quando i rendimenti dei BTp lieviteranno? Nodi, che inizieranno ad arrivare al pettine dopo le elezioni, quando al nuovo governo verrà presentato il conto di un lustro di flessibilità fiscale, che non ha sostenuto né la crescita del pil, né il risanamento.

(Leggi anche: Rendimenti in rialzo segnalano possibili tensioni sul debito pubblico)

 

 

 

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