Conti pubblici, perché la UE va giù dura contro l’Italia prima delle elezioni

I conti pubblici italiani non migliorano e la Commissione europea ci mette con le spalle al muro prima delle elezioni. E i partiti hanno, forse involontariamente, rafforzato Bruxelles nel confronto con Roma.

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I conti pubblici italiani non migliorano e la Commissione europea ci mette con le spalle al muro prima delle elezioni. E i partiti hanno, forse involontariamente, rafforzato Bruxelles nel confronto con Roma.

La lettera inviata ieri dalla Commissione europea all’Italia potrà essere interpretata come la si vuole, ma la sostanza risiede nella bocciatura dei conti pubblici, così come consegnati dal governo Gentiloni con la legge di Stabilità 2018. Il nostro paese, pur in compagnia di Belgio, Austria, Portogallo e Slovenia, è considerato tra quelli che segnalano potenziale “divergenza significativa” rispetto agli impegni assunti sul fronte del deficit.

Non è la prima volta che Roma è oggetto di richiamo da Bruxelles. E’ accaduto proprio un anno fa, quando il governo Renzi aveva ricevuto lo stesso avvertimento, lasciando dopo le dimissioni di dicembre che fosse il successore a trattare con la UE per ottenere un via libera al bilancio, trovando un compromesso a metà strada.

I numeri ci dicono che mancherebbero all’appello 3,5 miliardi, secondo le stime dei commissari. Tanto vale il minore taglio del deficit strutturale rispetto a quello richiesto (0,1% contro 0,3% del pil). In teoria, non sarebbero un importo da impensierire seriamente l’esecutivo, se non fosse per due dati: bisognerà trovare le risorse da qui a maggio, ovvero in piena campagna elettorale, quando tipicamente la lista della spesa si allunga e diventa politicamente difficilissimo non accontentare le richieste delle varie categorie, almeno a parole; i 3,5 miliardi sono già il risultato di una mediazione tra Commissione e Italia, perché il risanamento inizialmente previsto a carico dei nostri conti pubblici sarebbe stato dello 0,6%. In sostanza, abbiamo già goduto di uno sconto – l’ennesimo – e che ce ne pratichino un altro sembra improbabile.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, rassicura che non vi sarà alcuna manovra correttiva di primavera. Evidentemente, attingerà a un qualche pozzo magico, perché se la lettera UE ha un senso, bisognerà trovarli quei 3,5 miliardi mancanti. E che stavolta Bruxelles faccia sul serio lo dimostrerebbero le ultime dichiarazioni di suoi esponenti, come il “falco” Jirky Katainen, ex premier finlandese e vice-presidente della Commissione, che ha invitato nei giorni scorsi il nostro governo a raccontare “la verità” sui conti pubblici, sostenendo anche che non starebbero migliorando.

(Leggi anche: Manovra correttiva da 3,5 miliardi, il lascito di Renzi-Gentiloni)

Conti pubblici italiani non migliorano

Le istituzioni europee stanno intervenendo a gamba tesa prima delle elezioni politiche, con il chiaro obiettivo di evitare che in campagna elettorale vengano fatte promesse irrealizzabili dai partiti. La tempistica di queste esternazioni è altrettanto non casuale: a Roma si dibatte di pensioni, mentre a Bruxelles ci si chiede come farà l’Italia a rispettare il percorso di risanamento fiscale. In particolare, i commissari fiutano il rischio che vengano indeboliti gli sforzi già compiuti per gli anni futuri, smantellando almeno parte della riforma laddove aggancia l’età pensionabile alla longevità media degli italiani.

Sempre i numeri ci spiegano quanto torto abbia l’Italia e quanta ragione abbia l’Europa a preoccuparsi dei nostri conti pubblici. In teoria, ottemperando al Fiscal Compact, l’Italia dovrebbe tagliare il suo debito pubblico di un ventesimo all’anno per la quota superiore al 60% del pil. Considerando che nel 2016 avevamo un rapporto tra debito e pil del 132,6%, avremmo dovuto abbassarlo del 3,6%, ovvero al 129%. Invece, nonostante una crescita economica superiore alle attese (+1,5% stimata) e un’inflazione in recupero sopra l’1%, il rapporto si attesterebbe alla fine del 2017 sempre sopra il 132%. E l’anno prossimo, scenderebbe al 130,8%, di appena l’1,3% del pil. (Leggi anche: Quel risanamento dei conti pubblici mancato dalle dimissioni di Berlusconi)

Ora, il Fiscal Compact non è ancora realmente entrato in vigore, perché quasi nessun paese sarebbe pronto ad adempiervi. Semmai, esso funge già da riferimento e le prime indicazioni fornite appaiono molto critiche per l’Italia: rapporto debito/pil stabile e sopra al 130%, deficit strutturale atteso persino in aumento per i prossimi anni e taglio del disavanzo fiscale a passo di lumaca, nonostante la buona congiuntura internazionale e i rendimenti infimi dei bond.

Commissari più forti con il Rosatellum

La UE si è mostrata molto meno rigida di quanto si voglia far credere in tema fiscale, ma salta agli occhi quanto scarsi siano stati i progressi italiani negli ultimi anni.

Il deficit è sceso in 5 anni di appena lo 0,8% in rapporto al pil, se è vero che il Fondo Monetario Internazionale lo stimi per il 2017 al 2,2%. Troppo poco, specie se si tiene conto che rispetto al 2012 stiamo pagando non meno dell’1% del pil in interessi sul debito. In altre parole, se ad aiutarci non ci fosse stata la BCE di Mario Draghi con l’azzeramento dei tassi e l’acquisto del debito con il “quantitative easing”, avremmo persino fatto passi indietro. In ogni caso, sarebbe la prova per Bruxelles che l’Italia ha barato anche dopo la drammatica crisi dello spread, che non ha imparato affatto la lezione e che sul fronte fiscale da noi è “business as usual”.

E allora, il vero nodo per i commissari non sarà la manovra correttiva, che dovrà essere varata, benché ne dica Padoan, bensì valutare in quale direzione voglia andare l’Italia una volta per tutte. Paradossalmente (o volontariamente?), con la riforma elettorale (Rosatellum) i partiti si sarebbero consegnati mani e piedi alla UE, anche quelli recalcitranti come la Lega Nord, in quanto l’elevata probabilità che essa non consenta la vittoria netta di alcuno schieramento starebbe allentando le tensioni a Bruxelles, rafforzando la Commissione nel pretendere che Roma faccia i compiti. Non ci sarebbe più il timore di favorire le formazioni euro-scettiche con la politica del rigore, sta venendo meno lo spauracchio di un governo a 5 Stelle, per cui la mano sul deficit può essere calcata. Certo, di questi tempi le sorprese alle urne non si possono mai escludere. (Leggi anche: Riforma elettorale, se il caos all’Europa conviene)

 

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