Conti pubblici, perché la salvezza è ora tutta nelle mani degli italiani

Debito pubblico di record in record, mentre la politica continua a proporre soluzioni incompatibili con i conti dello stato. Ecco perché gli elettori italiani detengono una potente arma.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Debito pubblico di record in record, mentre la politica continua a proporre soluzioni incompatibili con i conti dello stato. Ecco perché gli elettori italiani detengono una potente arma.

L’ultimo dato della Banca d’Italia sul debito pubblico a maggio non contiene buone notizie, e non tanto per l’ennesimo record toccato dalla montagna delle esposizioni del Tesoro, quanto perché tale crescita è avvenuta quasi totalmente per effetto del fabbisogno mensile, non dell’accumulo di liquidità, operazione quest’ultima che il governo tipicamente porta avanti fino all’estate, impiegando le scorte nella seconda metà dell’anno, quando i rendimenti dei titoli di stato tendono ad essere più elevati. E anche il confronto con l’andamento nei primi 5 mesi dell’anno è poco rassicurante: il debito pubblico in Italia è salito di circa 45,4 miliardi al netto della variazione delle scorte, contro i +34,9 miliardi segnati nello stesso periodo del 2016.

Certo, influiscono le disomogeneità tra incassi e pagamenti della Pubblica Amministrazione, ma non lascia sereni il fatto che a fronte di un aumento delle entrate tributarie, il disavanzo complessivo dello stato tenda a crescere, non a diminuire. E questo, nonostante la stessa Bankitalia abbia da poco aumentato le stime di crescita del pil al +1,4% quest’anno, che se confermate sarebbero il dato più alto in un decennio.

Il debito pubblico tende a crescere ancora a un ritmo troppo elevato per consentire un abbattimento del suo rapporto rispetto al pil. E pensare che esso benefici dei rendimenti storicamente bassissimi dei BTp, destinati a risalire nei prossimi anni, quando la BCE ritirerà prima gli stimoli monetari e successivamente alzerà i tassi, rendendo più costoso farsi prestare denaro. (Leggi anche: Debito pubblico italiano, perché dopo Draghi rischia di esplodere)

Serve cambiare domanda elettorale

Ma il debito pubblico non cresce per incapacità del governo di turno, non nel senso che questi non sarebbe teoricamente in grado di contenerlo. L’aumento esponenziale di quest’ultimo decennio risente certamente della crisi economica e la conseguente caduta del pil e delle entrate fiscali, anche se più nel lungo periodo esso è conseguenza di una domanda politico-elettorale di una maggiore spesa pubblica, scaricando sulle future generazioni il costo delle proprie richieste.

Gli italiani vorrebbero giustamente un taglio delle tasse, possibilmente drastico. Al contempo, però, desidererebbero che lo stato aumentasse i servizi, ovvero che spendesse di più per la sanità, la scuola, magari per le stesse pensioni (nonostante la percentuale astronomica della nostra spesa previdenziale), che non lesinasse denaro sulle infrastrutture, che assistesse di più i disoccupati, i più poveri, le famiglie, etc. (Leggi anche: Aumento IVA o via 80 euro? Intanto, la spesa pubblica corre)

Tutte queste richieste sono legittime, ma devono fare i conti con le risorse limitate dello stato, ovvero con le entrate derivanti dal pagamento delle nostre tasse. Non si può pretendere contemporaneamente di tagliare le tasse e di alzare la spesa, a meno che non crediamo a qualche bontempone, per cui le due cose starebbero insieme “tagliando gli sprechi”. Questi esistono e si annidano in ogni comparto della Pubblica Amministrazione, dagli ospedali alle scuole, dagli appalti ai ministeri, ma quad’anche li eliminassimo, non riusciremmo a garantire all’Italia una bassa tassazione e una maggiore spesa per questo e quel servizio.

Non votiamo per politici pro-debito

Qualche giorno fa, abbiamo sentito l’ex premier Matteo Renzi proporre alla UE un patto, per cui l’Italia aumenterebbe il suo deficit al 2,9% del pil, giusto appena al di sotto del tetto massimo consentito dal Patto di stabilità, in cambio taglierebbe le tasse, stimolando la crescita. Sembra che il segretario del PD abbia trovato l’arcano, il modo di andare incontro ai contribuenti, senza sacrificare alcun interesse. Eh, no! Troppo facile. Tagliare le tasse in deficit significa aumentare la montagna di debito pubblico, costringendo noi stessi tra alcuni anni a pagare più tasse, e con gli interessi. (Leggi anche: Conti pubblici, perché Renzi non è credibile sullo scontro con l’Europa)

Gli italiani avranno, al più tardi tra 7 mesi, uno strumento eccezionale per cercare di portare in Parlamento politici quanto più seri e capaci, mandando a casa o facendoceli rimanere quanti propongano con faciloneria soluzioni da raccatto del consenso: il voto. Non importa da quale partito o schieramento provengano, ma quando qualche leader vi proporrà in campagna elettorale una misura di aumento della spesa pubblica o di riduzione delle tasse, senza spiegarvi dove prenderà i soldi, limitandosi a parlare di minori sprechi o di provvedimento che si ripagano da soli per effetto della maggiore crescita, non credetegli e possibilmente negategli il consenso, perché starebbe proponendo solo più debito nel peggiore dei casi, nel migliore (a seconda dei punti di vista) vi starebbe prendendo in giro. E non fatevi prendere da un sentimento nazionalista, se qualcuno vi dicesse che i conti pubblici in equilibrio sarebbero una richiesta dell’Europa, senza la quale potremmo permetterci di spendere di più o di pagare meno tasse.

Un’economia italiana indebitata per quasi 2.300 miliardi di euro, quando il suo pil quest’anno non dovrebbe andare oltre i 1.670 miliardi, andrà a sbattere, se i suoi stessi cittadini-contribuenti non si rendono conto che puntare sul debito per crescere rappresenta una ricetta demenziale per il fallimento. Ad oggi, tutti gli schieramenti in campo evitano di parlare il linguaggio della verità e di confrontarsi con la realtà, optando per soluzioni facili e popolari, in modo da prevalere sugli avversari. Se alle prossime elezioni segnalassimo il nostro fastidio contro offerte programmatiche fondate sul debito, scegliendo la meno fatale per i conti pubblici, forse faremmo un regalo a noi stessi, spazzando via dal dibattito pubblico il linguaggio della demagogia, che cozza sempre più con il buon senso di un’economia evoluta.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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