Conti pubblici ora a rischio: l’Italia è in stagnazione, sarà un 2017 difficile

La crescita economica in Italia si è spenta. Altro che risorse per i pensionati e il taglio delle tasse, la manovra finanziaria per l'anno prossimo sarà davvero complicata.

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La crescita economica in Italia si è spenta. Altro che risorse per i pensionati e il taglio delle tasse, la manovra finanziaria per l'anno prossimo sarà davvero complicata.

Il dato sul pil in Italia è raggelante: nel secondo trimestre si è avuta una stagnazione congiunturale, mentre su base annua si è registrato un rallentamento dal +1% dei tre mesi precedenti al +0,7%. Le attese erano meno negative, ma adesso il rischio che si passi dalla crescita zero a una variazione in calo è reale, specie perché sul terzo trimestre gravano già i timori per gli effetti della Brexit, il cui referendum si è tenuto negli ultimi giorni di giugno, ovvero del secondo trimestre. Si aggiunga anche la complessa situazione politica, con l’Italia alla vigilia di un voto cruciale per la sopravvivenza del governo, quello sul referendum costituzionale. Per non parlare della crisi delle banche italiane, che nelle ultime settimane ha ridestato l’allarme dei mercati finanziari internazionali.

Dalla stima preliminare Istat sul pil emerge un fatto ancora meno positivo: quel poco di crescita tendenziale che ancora registriamo è frutto della domanda estera, mentre quella interna ha offerto un contributo negativo. In sintesi, i consumi interni e gli investimenti delle imprese languono, mentre a tenere a galla (per poco) la nostra economia sono le esportazioni nette.

Recessione economica ora possibile

Il punto è che la crescita globale sta rallentando e che, quindi, dovremmo attenderci già da questo trimestre una minore domanda di beni e servizi italiani dal resto del mondo. Se questo accade, non intravedendosi un immediato recupero dei consumi delle famiglie, né un’accelerazione degli investimenti delle imprese, specie in un clima di incertezza come questo, è probabile che l’Italia scivoli nel corso dei prossimi mesi in recessione, per quanto lieve e temporanea che possa essere.

Il +0,6% segnato dal pil nel 2016, in assenza di variazioni congiunturali nei prossimi 6 mesi, confermano la bontà delle nostre previsioni.

Vi ricordate quando avevamo avvertito che il +1,6% di crescita stimato dal governo Renzi nell’autunno 2015 per quest’anno fosse una mera speranza? E che non saremo nemmeno lontanamente in grado di centrare il +1,2%, ovvero la revisione al ribasso della crescita effettuata dal Tesoro e contenuta nella nota di aggiornamento al Def dell’aprile scorso? Ebbene, i fatti ci stanno danno, purtroppo ragione.

 

 

 

2017 anno complicato

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, premier e ministro dell’Economia, avevano anche stimato l’inflazione per quest’anno all’1%, mentre è evidente che sarà azzerata. In termini nominali, si passerà da una stima di crescita del 2,6% a una reale intorno allo 0,6-0,8%. Uno scostamento delle stime di quasi due punti percentuali comporta uno stato dei nostri conti pubblici molto peggiore alle attese, pur con i 14 miliardi di flessibilità concessaci dalla UE.

Una crescita zero nel 2016 implica anche un rallentamento per il 2017, anno in cui le tensioni geo-politiche nell’Eurozona saranno tante e frequenti (si vota in Olanda, Francia e Germania, forse anche in Italia). Il nostro paese si è impegnato a raggiungere i target di bilancio con clausole di salvaguardia per complessivi 15 miliardi, che scattando farebbero aumentare l’IVA per un pari importo.

Rischio di fuga dei capitali

Per evitare che ciò accada – cosa che ammazzerebbe definitivamente la nostra ripresa economica – servono coperture, ovvero tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di altre imposte. Altro che taglio delle tasse e nuovi benefici per i pensionati. E si consideri anche che l’atteggiamento di Bruxelles non potrà più essere così morbido nei nostri confronti, come negli ultimi due anni, visti gli appuntamenti elettorali in stati-chiave come la Germania, dove gli elettori ribollono contro l’Europa, giudicandola debole con i governi spendaccioni.

C’è il rischio che in vista del referendum, il governo pasticci con i conti pubblici, varando una legge di stabilità improntata al lassismo fiscale e aumentando le perplessità dei mercati sulla sostenibilità del nostro debito.

Queste non si concretizzerebbero in un attacco finanziario contro i BTp, sotto tutela della BCE con il “quantitative easing”, bensì in una fuga ulteriore da Piazza Affari, che ha già perso un quarto di valore quest’anno.

 

 

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